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  • Categoria: Thailandia

Through the monsoon

Ko Tao

Thailandia luglio 2009

L'angoscia ha origine non nel guardare dei grassoni tedeschi che sfilano in costume su spiagge un tempo immacolate, ma deriva innanzitutto dalla nostra concezione, mutuata dai media, di come dovrebbero essere quelle stesse spiagge. È l'attesa in sé che spoglia le destinazioni a cui siamo diretti di parte della loro autenticità.
[Rolf Potts, "Marco Polo non ci è mai stato"]

Dopo un paio di giorni a Ko Samui, è giunto il momento di spostarmi nell'isola di Ko Tao, evitando accuratamente Ko Phangan dove il Full Moon Party aveva attirato adolescenti impasticcati di tutto il mondo. Purtroppo prima di arrivare a Ko Tao bisogna caricare i suddetti deficienti da Ko Phangan (tappa obbligata nel tragitto della nave) i quali crollano senza forze in ogni angolo libero, cercando invano di riprendersi dagli eccessi della notte appena terminata.

Ko Tao mi sento in paradiso mentre mi faccio massaggiare in riva al mare, davanti al tramonto. La sera è tutto un trionfo di lucine, musica lounge, cuscini e divanetti, ragazzoni biondi reduci dalla giornata di immersioni. Questo Paese ti vizia: tutti i piaceri della vita loro te li offrono anche se non li hai chiesti. Al Vibes conosco questa ragazza inglese bionda e frizzante che sta cercando di trasferirsi sull'isola per fare la baby sitter, dopo aver insegnato un anno alla Primary School di Bangkok. Tanti europei son stufi di come vanno le cose a casa loro e io non posso dargli torto.

Nonostante il cielo non prometta niente di buono, l'indomani me ne vado a zonzo tra vegetazione tropicale e scorci di mare. La passeggiata per raggiungere la spiaggia di Aow Leuk è piuttosto impegnativa e quando arrivo in questa meravigliosa baia dotata di un'acqua turchese cristallina mi immergo istantaneamente, sguazzando per un'oretta. In pratica finché non comincia un diluvio massiccio che sarebbe durato tutto il pomeriggio.

Nel frattempo ho fatto amicizia con due italiane con cui chiacchiero alcune ore, prima in acqua e poi nel ristorante a picco sul mare. Una è di Trento e sta trascorrendo qualche giorno al mare prima di andare in Myanmar; l'altra una bolognese diventata buddista da alcuni anni, in viaggio con due amiche abbandonate alla loro coattaggine su un'altra spiaggia. Lei a un certo punto è dovuta andar via perché una tipa le era entrata nel motorino preso in affitto, sfasciandoglielo, e dunque doveva gestire questo inquietante incontro con l'uomo che affitta i motorini e la responsabile dell'incidente. Invece io, per andarmene da lì, ho provato a salire sul motorino con Paola, ma purtroppo la mia fobia nei confronti dei motorini guidati da donne italiane sulle isole dalle strade scoscese e non asfaltate ha avuto la meglio, così ho preso un passaggio da un pick-up lasciando la trentina sola con la sua gomma bucata.

Il tempo non si è sicuramente rimesso al bello, ma prima o poi lo dovevo fare questo benedetto tour con lo snorkeling. Certo avrei preferito recarmi con il sole alla stupenda isola di Nangyuan ‒ in pratica tre isolette da cartolina collegate da sottili strisce di sabbia, ovviamente sede di un esclusivo resort ‒, alla baia dei manghi e alla Hin Wong Bay, dove si può osservare con la maschera una meravigliosa barriera corallina piena di pesci. E poi il viaggio di ritorno sulla barchetta di legno colorata non è comodissimo e ci metto un bel po' per riprendere l'equilibrio una volta scesa.

Mi ristoro in uno dei milioni di bar rasta che infestano il Paese, dove l'unica colonna sonora concessa è Bob Marley e c'è sempre il thailandese con i dread, lo sguardo stolido e il sorriso ebete, che in questo caso sta cercando malamente di scrivere con un pennarello le voci del menu del bar su cartoncini di carta fatta a mano. È in compagnia di una bellissima ragazza lituana con i capelli corti la quale qualche mese fa, appena adocchiato questo bar, aveva all'istante deciso di fermarcisi a lavorare ed era stata sua l'idea di questi menu fatti a mano tremendi e soprattutto poco pratici in un Paese dove piove sempre (oltretutto li sta facendo scrivere al thailandese rasta chiaramente semi-analfabeta). E questo nonostante la lituana sappia il fatto suo e infatti mi parla a lungo della situazione sociale ed economica del suo Paese dopo il crollo dei regimi comunisti.

Sulla strada del ritorno incontro le due italiane e mi faccio coinvolgere in una serata mal assortita in compagnia delle amiche bolognesi coatte di cui sopra e di un tedesco e uno svizzero tedesco istruttori di scuba-diving che vivono sull'isola. È paradossale viaggiare da sola e poi ritrovarmi con quattro donne italiane a digiuno di inglese e che parlano a voce troppo alta, mentre cercano di mangiare un piatto siberiano o mongolo in maniera impropria. Per fortuna anche al tedesco la situazione pare insostenibile e ha la gentilezza di accompagnarmi in motorino alla mia spiaggia.

Decido di lasciare l'isola. Il mare non è propriamente quello che si dice una tavola, ma erroneamente penso che il traghetto superveloce non dia problemi. Non mi rendo conto del dramma che sto per vivere nemmeno quando vedo i passeggeri appena sbarcati: bende sugli occhi, visi bianchi come stracci, donne sostenute a braccio dai compagni, omoni che si siedono a metà passerella sulle loro stesse valigie guardando nel vuoto.
Persino la ragazza ceca che è in viaggio da 6 mesi (che ne deve avere di pelo sullo stomaco) è ridotta molto male. La mia occasionale compagna, una ragazzona canadese dotata di quella inscalfibile serenità tipica di chi frequenta lunghi seminari di yoga in India, mi calma dicendomi che in biglietteria le hanno detto che il tragitto è tranquillo.

Ora, io non so che idea hanno i thailandesi della tranquillità, però due ore e mezza in un'imbarcazione che dà delle “tuzzate” contro le onde così forti che le griglie da cui entra l'aria condizionata si staccano dal soffitto (sfiorando la testa mia e di altri passeggeri), piena di gente che urla aggrappata alla poltrona davanti e vomita in continuazione, insomma a me non sembrano tanto tranquille. Per fortuna la canadese col suo sorriso ayurvedico tiene a lungo poggiata la mano sulla mia dicendo: «È tutto okay» (mentre io sono intimamente convinta di stare vivendo i miei ultimi minuti di vita, pensando «Che cazzo sono venuta a fare in Thailandia? Aveva ragione mia madre: non me ne potevo andare come tutti in campeggio nel Salento?»). Quando finalmente scendiamo, la canadese mi svela che, avendo vissuto dieci anni su una barca ormeggiata nei pressi di Vancouver, non era stata particolarmente turbata dall'esperienza.

Racconto di viaggio "LA 'SPIAGGIA' NON ESISTE. LA CALDA ESTATE DELLA THAILANDIA CENTRALE" (luglio 2009)