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  • Categoria: Thailandia

At the border

Sangkhlaburi

Vado a Sangkhlaburi, al confine con la Birmania, seguendo il consiglio di quell'inglese conosciuto l'altra sera, quello che affermava che la Thailandia ha la forma di un'ascia. La strada per arrivarci è molto panoramica, soprattutto l'ultimo tratto, quando comincia ad intravedersi questo enorme lago tra gli alberi e le montagne. Il lago fa parte del parco nazionale più vasto di tutto il Paese e per il momento posso vedere delle case che ci galleggiano dentro. Considerando che dall'acqua spuntano delle cime di albero, devo dedurre che in altre stagioni il livello del lago sia più basso di diversi metri, ma potrei anche arrivare a pensare che non ha ancora raggiunto l'altezza massima, e che comunque nel frattempo questa gente continua ad abitare nella stessa casa. Alla guest house consigliata dal tatuatore Joe è disponibile una stanza con un'incantevole vista sul lago e su tutte le nuvole, inevitabili nella stagione delle piogge ma che rendono il tutto brumoso e malinconico al livello del lago Maggiore in primavera.

Nelle vicinanze c'è un panificio, dotato di internet point, che fa capo al Baan Unrak ("La Casa della Gioia"), il centro di accoglienza per bambini orfani ed abbandonati e ragazze madri che si trova in cima alla collina. Questo me lo spiega Giulia, che è di Firenze e sta facendo due mesi di volontariato in questa remota terra piovosa. Molte persone, in particolare bambini, per sfuggire al regime birmano, passano il confine e restano in zona perché non hanno un regolare permesso d’immigrazione in Thailandia. Questo centro, fondato dall'italiana Didi alcuni anni fa, offre ospitalità a queste persone, dà loro da mangiare e un minimo di assistenza sanitaria, in una regione molto colpita da malattie come l'AIDS, la malaria e il tifo. Inoltre i bambini frequentano la scuola e le donne sono impiegate nel centro di tessitura in cui si producono sciarpe, stoffe e vestiti che sono in vendita qui. Giulia mi invita il giorno dopo al centro dove ci sarebbe stata la consueta esibizione di yoga del mercoledì, attività che, insieme alla meditazione, alla ludoterapia ecc., fa parte integrante del programma finalizzato ad uno sviluppo olistico ‒ come si dice adesso ‒ dei bambini.

Con la compagnia non sono stata troppo fortunata. Non solo avevo trascorso una serata tremenda con un insopportabile trio di ventenni composto da un olandese biondo che aveva preso troppo sole, un'odiosissima biondina dell'Ohio in calzoncini che se la tirava un sacco e il suo amico americano che le sbavava dietro. Ma pure la mattina dopo, avendo prenotato una gita per visitare il lago e i dintorni, mi sono ritrovata in compagnia di un gruppo organizzato proveniente da Bangkok, capitanato da una guida thailandese antipaticissima. Dopo la gita sul lago marrone, durante la quale ammiriamo il ponte di legno e il tempio sommerso (visibile interamente in gennaio e completamente sott'acqua in ottobre), il capo gita mi comunica contrito che purtroppo non sarebbe stato possibile fare la passeggiata a piedi nella foresta, a causa delle forti piogge, e dunque che devo andare sull'elefante per un'ora e mezza. Io la gita sull'elefante l'avevo già fatta e non l'avevo trovata molto divertente, quindi avevo proprio una faccia di cazzo nel video che riunisce tutti i momenti salienti della giornata con sottofondi musicali azzeccati, al quale abbiamo potuto assistere la sera a cena. Non solo nella foresta è pieno di zanzare e a tratti piove, ma devo pure condividere il posto con una neozelandese che non si capisce nulla di cosa dica, nonostante io cerchi in tutti i modi di farle capire che l'inglese non è la mia prima lingua e che deve parlare più lentamente.

Smontati dall'elefante ci danno il solito piatto di riso e pollo e ananas per dessert, che insieme all'anguria e alle banane è l'unico frutto che offrono ai turisti, nonostante l'abbondanza di frutta tropicale di cui sono provvisti. Dopo il pranzo questa guida odiosa ci fa vedere come funziona la faccenda dell'albero della gomma, che secerne un liquido bianco che loro raccolgono e poi attraverso vari passaggi in contenitori diversi viene fuori il prodotto finale, cioè un tappetino di gomma.

Il diluvio non accenna a smettere, per cui mi organizzo con ombrello e impermeabile per andare a vedere il Buddha gigante sdraiato, il Wat Somdet e il mercato. All'ora prevista vado allo spettacolo di yoga. Questo è un pomeriggio magico in cui gioco a lungo con i ragazzini prima dell'esibizione e in particolare stringo amicizia con una tipina flessuosa con la frangetta, che se ne sta tutto il tempo appollaiata sulle mie gambe a scattare impropriamente con la mia fotocamera, mentre assistiamo insieme a numerosi altri turisti alle evoluzioni acrobatiche dei nanetti birmani. La sera ceno alla guest house osservando i miei commensali, soprattutto il gruppo organizzato che ormai odio con tutto il cuore.

Al risveglio un pick up mi porta al Three Pagodas Pass, che segna il confine con il Myanmar. Avevo letto che è possibile attraversarlo per un giorno per recarsi in questa cittadina birmana ricca di negozietti e sale da tè tipiche. Purtroppo l'edizione della Lonely Planet di cui sono fornita è stata scritta più di tre anni fa e dunque scopro soltanto al mio arrivo che la frontiera ormai è chiusa: i turisti latitano, i resort che avevano costruito sono vuoti e la zona è in crisi. Mi spiega la faccenda un affabile birmano rifugiato qui che mi propone un giro in moto per vedere i dintorni; anche lui sta meditando di trasferirsi in Malesia, visto che qui non riesce a guadagnare più un bath. Solo ora capisco come mai tutti quelli a cui avevo detto che andavo al Passo delle tre pagode mi guardavano come per dire: «E che cavolo ci vai a fare?», tranne quelli che proprio me lo chiedevano: «Che cavolo ci vai a fare?»

Qui gli uomini masticano il betel, che è quella roba indiana eccitante rossa che fa sembrare a tutti che gli sia scoppiata una granata in bocca.

Racconto di viaggio "LA 'SPIAGGIA' NON ESISTE. LA CALDA ESTATE DELLA THAILANDIA CENTRALE" (luglio 2009)