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KERALA, UNA BRICIOLA DI INDIA

India, India, quante volte ti ho vista sulla cartina e ti ho sottovalutata.
[ Elio e le storie tese, "L'eterna lotta tra il bene e il male" ]

THIRUVANANTHAPURAM (nota — per comprensibili motivi — anche con il nome coloniale di Trivandrum) è la capitale dello stato federale del Kerala e conta circa 750mila abitanti. A quanto pare, la maggior parte di loro è accatastata oltre la transenna degli arrivi dell'aeroporto internazionale, certificato ISO, alle quattro della mattina del nostro sbarco in India meridionale.

KOVALAM BEACH, situata a circa dieci chilometri a sud, accoglie in letti umidi i viaggiatori reduci da una ventiquattro ore di transiti aeroportuali, film in hindi sottotitolati, partite di tetris in alta quota, polli speziati nelle vaschette, comandanti che vi parlano, paradossali controlli di sicurezza, smoking lounge anguste.

In tarda mattinata, uscendo in avanscoperta, possiamo provare quella magnifica sensazione di shock termico, tipica di chi si risveglia in estate senza aver vissuto la primavera. Ad un'estremità di Lighthouse Beach sta di guardia un faro (appunto) a strisce orizzontali bianche e rosse, sul quale ci arrampichiamo grazie alla scala a chiocciola, e dall'alto — una volta pagato il sovrapprezzo — possiamo fotografare il panorama. Realizziamo così che questa località balneare è costituita da una stretta fascia sabbiosa, modellata in tondeggianti insenature affiancate, sulla quale si affacciano ristoranti di pesce e bar, negozi di vestiti e parei, hotel e centri ayurvedici, mentre l'interno è interamente occupato da superbi palmeti. Il mare, le barche di legno dipinto e la moschea gialla scintillano all'unisono.

Tornati sulla terra, un donnone che gestisce un negozio di gioielli mi saluta ammiccante, sorridendo. Constatato il mio disinteresse nei confronti dei preziosi, mi propone un rilassante massaggio ayurvedico, somministrato da questa giovane terapista che ha seguito i suoi corsi a Singapore. Anche la matrona e sua figlia partecipano al massaggio, da allieve diligenti, dividendosi alcune parti del mio corpo.

A Kovalam possiamo stenderci sui lettini a prendere il sole, possiamo fare il bagno stando bene attenti alle temibili correnti, possiamo consumare qualcosa di fresco al bar accanto al divino Otelma il quale, quasi irriconoscibile senza i suoi eclatanti abiti di scena, siede al tavolino con le gambe mollemente accavallate e beve una bibita con la cannuccia, in compagnia di se stesso. Per la cena, consumata in uno dei ristoranti lungo la spiaggia, indosso una gonna di seta verde squillante, ricamata a motivi di piccoli pavoni, simbolo di qualcosa che ora non ricordo. Il pesce, se proprio lo volete sapere, non sa di niente.

Jungle bells

Sono le otto del mattino; la mezzanotte è dunque imminente in Italia, le mense a quest’ora s’inghirlandano di vischio e d’agrifoglio, le finestre s’illuminano nelle tenebre glaciali, nevose della notte sacra. Qui è mattino estivo, una luce abbagliante che giunge mitigata dalle cupole delle felci arborescenti, come un verde tremolio sottomarino; è il tepore di serra calda che dura eterno su questa fascia equatoriale della terra, una quinta stagione senza nome ch’io chiamerei Euforia.
[ Guido Gozzano, "Verso la cuna del mondo. Lettere dall'India" ]

Ristabilito l'equilibrio fisico e morale, possiamo dirigerci alla volta di ALLEPPEY, da dove partono le migliori crociere sulle backwaters, un fitto intrico di placidi canali che si dipana parallelamente alla costa del Kerala per diverse centinaia di chilometri. Il barcone di giunco che ci accoglie è dotato di un ampio patio nel quale, stravaccati su poltrone e divani, ci godiamo la suprema sensazione di pace, di silenzio, di abbandono a cui probabilmente i keralesi sono abituati da sempre. Trascorriamo la giornata di Natale cullati dalle onde, riscaldati dal sole, ipernutriti dal pranzo e dalla cena serviti dai cuochi di bordo. Nell'estasi del momento, non possiamo fare a meno di pensare ai nostri amici e parenti che, sfasati di quattro ore e mezzo, stanno celebrando la santa festività a latitudini molto superiori alla nostra. In loro onore, dopo aver dato fondo al riso, al dal, al pesce, alle rondelle di banana fritte e all'intera dotazione di caffè della houseboat, tagliamo solennemente un cubo che un tempo era un panettone Maina.

Lungo le rive dei canali la vita scorre al rallentatore. Moschee, chiese e templi, case e scuole. Mangrovie, banani, palme, ninfee e risaie. Canoe che trasportano merci, houseboat affollate di turisti che fotografano, imbarcazioni colorate occupate da suore che salutano. Pescatori che vendono aragoste blu, bambini che si rincorrono, giovani che camminano con il dhoti sollevato. Chilometri di vestiti stesi ad asciugare, sacchi in bilico sulle teste, pubblicità della Vodafone. E poi, donne che si lavano i capelli, donne che fanno il bucato, donne che salutano, donne che sorridono, donne che stanno sedute a fare niente.

Il panorama cambia colore assecondando il graduale calare del sole, finché non arriva la sera; i corvi, se possibile, sono ancora più numerosi. Il loro piumaggio è così lucido, di un nero quasi metallico, e sono così eleganti con quella loro livrea e quel becco così ben disegnato. Devo confessare che, a dispetto della cattiva fama che li accompagna, la loro presenza non la trovo affatto malaugurante. A meno che non te ritrovi uno nella zuppa. Ora, non è sicurissimo che quello spezzatino (poco speziato, a dire il vero) fosse di corvo e non di pollo (come giurava il cuoco), però quegli ossicini così piccoli e friabili, quel sapore inedito e selvatico e quei borbottii intestinali notturni ci hanno convinto che lo fosse. E anche se tutti i keralesi a cui lo abbiamo chiesto (massaggiatrici, invitati a matrimoni, autisti di tuc-tuc) hanno giurato e spergiurato che il corvo non è un ingrediente contemplato nella cucina locale, e anche se effettivamente quella pietanza non fosse altro che un giovane polletto in fricassea, nessuno ci toglierà dalla testa che noi abbiamo mangiato un corvo, quella sera.

Il risveglio mattutino è indimenticabile: il sole sta sorgendo dietro ai palmeti e l'acqua è ferma e piena di riflessi. Da lontano, se ci si mette in ascolto, un canto dolcissimo si spande nell'aria. Se devo dire la verità, non sono ancora convintissima che quella melodia quasi impercettibile fosse reale, probabilmente me la stavo soltanto immaginando, visto che è proprio la tipica melodia che verrebbe in mente ammirando quello scenario. Comunque sia, è un vero peccato dover tornare sulla terraferma e salire sul bus che si arrampicherà verso le prime propaggini dei monti Ghati occidentali.

Ho voglia di tè

Ha ben piccole foglie la pianta del tè.
[ Ivano Fossati, "La pianta del tè" ]

La strada che dal mare si dirige a THEKKADY, nei monti Ghati occidentali, è lunga e tortuosa e − poiché abbiamo anche in programma la visita della fabbrica di tè di VANDIPERIYAR TOWN − ci concederemo soltanto le soste realmente indispensabili, altrimenti arriveremo tardi al PARCO NAZIONALE DI PERIYAR.

Devo dirvi che comunque, indipendentemente dai chilometri da percorrere e dalle condizioni della strada, nessuno spostamento nel nostro pulmino da diciassette posti dura meno di cinque ore, durante le quali si soffrono, alternativamente o contemporaneamente: caldo, freddo, mal d'auto con conseguenti nausea e vomito, schiacciamento dell'osso sacro, variegati dolori alle ginocchia, gonfiore dei piedi, fame, sete, necessità impellente di una toilette, punture di zanzara, asfissia causata dai gas di scarico. Inoltre, a bordo del pulmino, sono frequenti i casi di nervosismo semplice o, più di rado, di vera e propria isteria con conseguente sfuriata all'autista incolpevole il quale, a seconda dei casi: va troppo piano o troppo forte, si posiziona troppo al centro strada oppure troppo rasente agli altri mezzi di locomozione, non trova l'hotel, dice che sa dov'è ma in effetti non lo sa, si ferma a chiedere e chiede male, sbaglia strada, torna indietro, scuote la testa, sorride e infine dice che ha capito dov'è (anche se non è vero), si ferma a chiedere e chiede bene, nonostante questo non trova l'hotel, quindi si ferma dove non può, ma i vigili gli fischiano, quindi procede e non si ferma dove può, quindi alcuni passeggeri gli intimano di fermarsi ma nel frattempo non può più eccetera eccetera.

Fuori dal finestrino scorrono rapidi: eucalipti altissimi, piante di cardamomo ed alberi della gomma, incisi e trasudanti bianco lattice (legno che piange, lo chiamavano gli indigeni della foresta amazzonica). Man mano che si sale di quota ci inoltriamo nella zona delle piantagioni di tè, lucidi cespugli bassi che ricoprono tutta la superficie collinare disponibile, ordinatamente intervallati da corridoietti di passaggio che suddividono le aree in scaglie.

Giunti a VANDIPERIYAR scopriamo che la factory, gestita dalla irlandese Connemara, oggi è chiusa (come tutte le domeniche, del resto) e dunque non possiamo assistere alla trasformazione delle piccole foglioline verdi in polvere per infusione. Per rifarci visitiamo uno dei numerosi giardini delle spezie che affollano la zona. La lezioncina di botanica tropicale riscuote poco successo: soltanto poche diligenti massaie sono disposte alla tortura anglo-indiana, mentre gli altri cazzeggiano tra ragni giganti, piante di chiodi di garofano, caffè e cacao, oppure si siedono a discettare — ad esempio — sui migliori piadinari di Rimini.

La sosta al negozio di spezie presente in loco fa sforare definitivamente sulla tabella di marcia e, se a ciò si aggiunge il traffico dell'ora di punta di THEKKADY, non dovete meravigliarvi se arriviamo al Wildlife Sanctuary di Periyar troppo tardi sia per la gita in battello sul lago, sia per il trekking nella foresta decidua. A me non dispiace troppo: non avrei voluto fare la fine di quei 35 turisti che il primo ottobre del 2009 sono affogati nel lago (la notizia ANSA recitava: "India: per vedere elefanti rovesciano battello, decine morti"). E anche il trekking nella giungla nella speranza di vedere un fruscio scambiato per una coda di tigre non mi faceva impazzire di gioia. In sintesi ciò che abbiamo visto è stato: un bar a forma di tartaruga, un cartello del parco a forma di culo di elefante, alcuni fastidiosi macachi, un paio di “scoiattoli indiani giganti” e infine molti turisti indiani che ci fotografavano facendo finta di fotografare i loro parenti. D'altra parte anche Pasolini, che ci venne nel lontano 1961, ebbe a commentare: "Ci si va perché dicono che vi siano degli animali selvaggi: tanto è vero che nel programma turistico è previsto un giro in barca sul lago all'alba, ora in cui le bestie vanno ad abbeverarsi. In realtà, non abbiamo visto proprio niente, e l’ingenuo piacere di vedere delle belve in libertà ho dovuto demandarlo all’Africa."

La località registra il tutto esaurito in questi giorni di vacanze natalizie e dunque gli hotel e i ristoranti sono pieni (e questa è una buona notizia per i keralesi, che nel turismo stanno investendo speranze e soldi), ma per lo stesso motivo il parco non riesce a far fronte a tutte le richieste di visite guidate, per cui non c'è posto nemmeno per le escursioni del mattino presto.

Dove c'è turismo, oltre ai negozi di spezie e di artigianato indiano, ci sono i centri di massaggio ayurvedico, uno dei plus salutisti della regione. Esso funziona così. Il massaggio base è preceduto da una strofinata alla testa, piuttosto piacevole, che ricevete nudi come vermi e seduti su uno sgabello di plastica. Con i capelli impiastricciati, vi fanno stendere su un lettino scivolosissimo, sul quale sguscerete tutto il tempo: lì mani oleose vi percorreranno il corpo per circa quarantacinque minuti. Al termine, sul viso vi sarà applicata una maschera di bellezza all'arancia o al gelsomino. Volendo, potete degnamente coronare l'esperienza con un bagno di vapore di un quarto d'ora. A seconda dei casi, poi, c'è chi vi dirà di non farvi la doccia minimo per un'ora al fine di non perdere gli effetti benefici (e quindi solamente vi strofinerà via con un asciugamano l'eccesso di unto) e chi invece vi darà asciugamano e campioncino di shampoo e vi condurrà in un bagno nella stanza attigua.

As close to heaven as it gets

Se il futuro del pianeta appartiene alle megalopoli asiatiche, mostri urbani con venti e più milioni di abitanti, congestioni di grattacieli e baraccopoli sull'orlo del collasso, evidentemente qualcuno si è dimenticato di dirlo agli abitanti del Kerala.
[ Federico Rampini, "La speranza indiana" ]

Ci dirigiamo a MUNNAR attraverso un percorso serpeggiante e suggestivo. La tabella di marcia per fortuna è meno serrata, quindi ogni tanto possiamo anche guardare dal vivo i verdissimi, squillanti dorsi di tartaruga delle piantagioni, senza l'interferenza dei vetri del bus (ma purtroppo rischiando di essere presi a bastonate dai guardiani delle piantagioni). Abbiamo anche tempo per le soste, durante le quali, ad esempio, mangiare ananas sbucciate e bere latte di cocco serviti in baracchini che spuntano sulla strada. Le aree di sosta sono predisposte in base alla presenza di una cascatella oppure di un panorama a perdita d'occhio al lato del curvone: in queste sedi arrangiate, folti gruppi di parenti indiani si fermano a mangiare, ma non pensate al classico panino Camogli, no, questi sono attrezzati con pentoloni enormi e padelle di alluminio e piatti di ceramica e mangiano pasti caldi, alcuni in piedi, altri seduti su piccole pietre. Intanto si fotografano molto o riprendono con la videocamera il paesaggio, soltanto qualcuno acquista una pannocchia o una borsa, la maggior parte sta in piedi, immobile, con i paraorecchi leopardati, i pantaloni lunghi e le camicie bianche, abbigliamento maschile che qui batte dieci a zero la più tipica gonna pareo.

Giunti in città, scendiamo per mischiarci alla cittadinanza brulicante: al vigile che dirige il traffico proteggendosi con un ombrello viola, ai signori che prelevano al bancomat e non rispettano la fila, ai venditori di essenze e profumi, alle donne in sari che aspettano l'autobus, a tutti quelli che trasportano scatole e sacchi, intrecciano corone di fiori, affettano cipolle, scrivono sms, sorridono.

Un tempio indù, una chiesa cristiana e una moschea proteggono dall'alto la cittadina, posizionati a corona uno accanto all'altro. Anche qui, come in tutto il Kerala, si può facilmente dedurre che il predominante induismo convive pacificamente con larghissime fette di credenti di fede islamica e cristiana. Il tempio induista è al solito coloratissimo, festoso, ricoperto di altorilievi che rappresentano il pantheon di divinità, tra cui è possibile riconoscere, ad esempio, il panciuto Ganesh (raffigurato con la testa di elefante mono-zanna), il preservatore Visnu (membro della Trimurti, dotato di quattro braccia), il creatore Brahma (barbuto, baffuto, con una brocchetta in mano).

La Chiesa cristiana è meno allegra e colorata, anche se bisogna dire che, percorrendo le strade dello Stato, è frequente ammirare altarini cristiani, sangiorgi a cavallo e madonnine dai colori pastello o dai vivaci rossi e blu, in perfetto stile induista. L'unica cosa ridente invece, qui sul sagrato, è il presepe, che rende evidenti una serie di contraddizioni che sarebbe troppo lungo spiegare qui, essendo un'accozzaglia di: neve di ovatta, cammelli di legno, palme di cartone, foto ritagliate di case europee, abeti boreali di plastica, fiori di loto finti, fiori tropicali veri, e dietro a tutto quanto, a fare da sfondo, da un lato un albero di Natale a grandezza naturale decorato con palloncini e altri pendagli, dall'altra un poster di babbo Natale gigante e un'enorme fotografia che raffigura imponenti catene montuose innevate.

L'hotel prenotato si trova a diversi chilometri dalla città, piuttosto isolato da tutto, e dunque non abbiamo altra scelta: dobbiamo cenare nello squalliderrimo ristorante al piano di sotto. È uno di quei self-service con i vassoi di metallo con coperchio, nei quali purtroppo giacciono il solito riso lesso, i soliti spezzatini di corvo piccantissimi, i soliti mischioni di teste di pesce e la solita zuppetta acquosa di mais, il tutto passibile di essere condito con una salsa a scelta tra quelle rosso sangue, marrone o giallone (che sia masala o curry, io faccio fatica a distinguerle a causa dell'immediata anestetizzazione di tutto l'apparato preposto al gusto). Nonostante la temperatura rigida (siamo a circa 2500 metri di altitudine) faremmo volentieri una passeggiata digestiva nella semideserta strada su cui si affaccia l'hotel, se non fosse che la direzione ci aveva messo in guardia, preventivamente, dall'allontanarci troppo a causa dei pericolosi elefanti selvatici che potrebbero facilmente aggredirci.

«Elephant's coming?» chiediamo circospetti al guardiano notturno. Risponde come tutti gli indiani: dondolando la testa con ritmo dolce e cadenzato, come disegnando il simbolo dell'infinito nell'aria con il mento. Questo movimento (che li fa assomigliare a quei soprammobili cinesi di plastica dorata a forma di gattini) nel linguaggio del corpo indiano significa un'affermazione, ma poiché dire No o Non so risulta per cultura poco educato, e poiché questo movimento è uguale a quello per dire No, in pratica il messaggio non è mai molto chiaro. «Insomma, hai detto sì o no?» mi verrebbe da urlare all'omino «Questi benedetti elefanti ci sono o no? E se ci sono, sono effettivamente pericolosi?» Dopo il consueto sforzo sovrumano necessario per decifrare l'indo-inglese, sembra di capire che: 1) Gli elefanti, se passano, passano almeno a 5 o 6 chilometri più avanti; 2) Alle 11 di sera hanno altro da fare e si palesano soltanto ai primi chiarori del giorno; 3) Sono soliti abbeverarsi placidamente in loro private pozze d'acqua e non ti cagano di striscio. È finito da poco questo ieratico sermone tranquillizzante, quando si odono in lontananza due barriti gemelli: la querelle termina definitivamente e ce ne andiamo a dormire.

Cochin - Voglio vederti danzare

Voglio vederti danzare [...] al suono di cavigliere del Katakali.
[ Franco Battiato, "Voglio vederti danzare" ]

Dopo le temperature alpine di MUNNAR, l'arrivo a COCHIN, seppur preceduto da lunghe ore di acclimatamento in bus, inizialmente crea un certo disagio. Il tipico traffico indiano poi, tra camion troppo grandi per certe microstradine a senso unico, galline e mucche, capre, pedoni carichi di mercanzia e strombazzate continue, ci fa quasi pentire di aver lasciato gli altipiani. Ma la sensazione negativa dura poco.

Siamo nel quartiere coloniale e una sintesi di secoli di storia si apparecchia di fronte a noi, a partire dal simbolo della città: le reti cinesi, introdotte dai mercanti della corte del Kubla Khan. Non mancano le chiese cattoliche, che cominciarono a comparire dopo l'arrivo di Vasco da Gama, il quale — attratto come tutti dall'abbondanza delle preziosissime spezie — diede il via alla colonizzazione europea. Ai portoghesi seguirono i ben più agguerriti olandesi, che — ad esempio — restaurarono il PALAZZO DI MATANCHERRY (che infatti oggi si chiama "Dutch Palace") e la sinagoga, distrutta dai portoghesi. Come avrete già capito, c'è anche il QUARTIERE EBRAICO, che ancora oggi rappresenta il centro del commercio delle spezie ed è un vivace emporio per turisti a caccia di pezzi di artigianato e antichità.

A Cochin possiamo assistere alla versione per turisti dello spettacolo tradizionale del Kathakali, una sorta di antichissimo teatro-danza a sfondo religioso, in cui vengono drammatizzati tutti i più grandi temi tratti dai grandi poemi epici hindu. Gli attori devono subire un processo di vestizione e trucco molto elaborato e hanno a disposizione un numero limitato ma precisissimo di gesti ed espressioni facciali, poco chiari per noi turisti rimbambiti dal caldo e dal sonno, ma comprensibilissimi ai keralesi. Stessa storia vale per i ballerini, tanto graziosi e affascinanti: i sorrisi, i movimenti delle sopracciglia e anche del naso sono parte integrante della danza. Attori e danzatori sono accompagnati dai percussionisti, che sottolineano con ritmi ipnotici le fasi della rappresentazione. Non credo che gli artisti impazziscano di gioia a snaturare completamente una cerimonia che da sempre dura tutta la notte (e non un'ora), si tiene fuori dai templi (e non in un teatro, accanto ai negozi di souvenir) e si rivolge ad un pubblico in grado di provare vere emozioni. Anche se, di fronte ai soldi, qualcuno di loro (più uomo di mondo degli altri) se ne sarà fatta una ragione.

Sposarsi a Fort Cochin

Appena usciti dall'albergo belli riposati e freschi di doccia, un'enorme comitiva di gente multicolore attira la nostra attenzione. Uno dei soliti, gentilissimi indiani ci fa cenno di entrare nel giardino e poi nell'auditorium: si festeggiano i neo-sposi Sandya e Ganesh. Raffinatissime mise si affollano in questa sorta di teatrino, pieno di sedie di plastica schierate di fronte al misero e poco illuminato palchetto in fondo. Ganesh (baffo e capello con la riga lunga anni Settanta) è mestamente seduto su una poltrona di velluto, con una collana di fiori. Di fronte a lui il sacerdote traffica con fiori e unguenti misteriosi vicino a un fuocherello, mentre Sandya si allontana spesso per cambiarsi d'abito. A un certo punto spariscono entrambi: i parenti lì presenti ci spiegano che si sono recati temporaneamente al tempio, ma di aspettarli perché dopo dieci minuti sarebbe stato servito il pranzo. Nel frattempo possiamo bere una bibita molto molto arancione, adornarci con fiori freschi e scambiare quattro chiacchiere con gli invitati.

Cerchiamo di capire in che maniera siano imparentati con gli sposi («Siete dalla parte della sposa o dello sposo?») e se secondo loro la coppia funziona (tutti, per la cronaca, sono soddisfatti della scelta effettuata). La nostra presenza non passa inosservata, gli invitati ci indicano tra loro, ci sorridono, ci chiedono una fotografia e ci fanno domande (ad esempio: «Siete dalla parte della sposa o dello sposo?»). Anche se in Kerala ci sono minori disparità sociali, gli abiti eleganti, la forbitezza nel parlare e l'enorme numero di invitati indicano che si tratta di un matrimonio di una casta elevata. I giovani e giovanissimi ci parlano della scuola, dove studiano il malayalam (la lingua del Kerala), l'hindi e l'inglese. Con un ritardo di più di un'ora viene servito il pranzo: centinaia di persone sono ordinatamente sedute su file interminabili di tavoli, di fronte a una foglia di banano ricoperta di riso, pollo e verdure, tutti privi di posate e con le mani unte. È solo approfittando della confusione generale che accompagna il cambio turno che riusciamo a defilarci.

Girare tra le strade di Fort Cochin e Matancherry è gravido di sorprese: i sorrisi fioriscono in bocca al venditore di limoni appoggiato al suo carretto, ai tassisti in sciopero seduti vicino al mare, ai bambini che smettono di giocare e si mettono in posa, al dignitoso ottantenne impassibile che tutti ci indicano, agli scheletrici lavoratori del magazzino di zenzero che si apre sulla strada, ai membri delle famiglie che — in piedi davanti alla porta di casa accanto ai contenitori ancora vuoti — attendono il camion dell'acqua, al negoziante col naso adunco che ci invita a dare un'occhiata ai gioielli, al venditore di statue hindu che cerca di illustrarci le intricate vicende di Krisna e di Visnu. Al tramonto il cielo è rosa dietro alle reti cinesi, il pesce arrosto copre il profumo di zenzero, i vestiti colorati sventolano dalle bancarelle, i tuc tuc crumiri avanzano a pedali, i ristoranti hanno posizionato gli zampironi per terra, vicino ai tavoli.

Abbracciando il mondo

Se Dio è morto in Occidente, in India ha ancora mille indirizzi.
[ Tiziano Terzani, "In Asia" ]

Prima di raggiungere Varkala, dove trascorreremo alcune giornate di relax, abbiamo un ultimo compito da svolgere: risvegliare l'amore divino che è in noi. Dovete sapere che tra Cochin e Varkala, nei pressi KOLLAM, sorge la "Mata Amritanandamayi Mission", ossia l’ashram di Amma, una guru nota in tutto il mondo (vabbè, io non l'avevo mai sentita nominare) per la sua performance spirituale che consiste nell'abbracciare migliaia di persone al giorno.

Il suo Ashram è situato all'interno delle backwaters, assediato da rigogliose palme e circondato da paradisiaci canali (peccato davvero quegli orrendi condomini di cemento a molti piani dove alloggiano gli ospiti). Esso viene presentato come un luogo pieno di bellezza e gioia, dove — al di là di ogni credo e religione — si cerca e si può trovare la propria libertà. Ora, io capisco il desiderio di scappare a molti chilometri dalla propria routine, comprendo e giustifico persino la fuga da un occidente frenetico e stressante, votato al gretto materialismo e al predominio del dio denaro, ma in merito alla libertà, io ne avrei una concezione un po' differente.

Dentro l'ashram vigono leggi rigidissime: è proibito mangiare carne, bere alcolici, fare sesso e fumare. Ci si deve vestire di bianco, non indossare le scarpe e coprirsi castamente braccia e gambe, come illustrano i disegni alle pareti. Non si possono utilizzare apparecchi elettrici ed elettronici — però nell'auditorium numerosi fogli A4 appesi ai muri raccomandano di non lasciare incustoditi i computer portatili perché i furti sono molto frequenti. Ognuno deve svolgere il Seva, ossia prestare opera per la comunità in base a ciò che sa fare meglio: c'è chi prepara il caffè e il tè, chi fa le pulizie, chi insegna yoga (un plotone di donne che, suppongo, non sa fare altro, lecca e imbusta full time dépliant da inviare in tutto l'orbe terracqueo). Inoltre non si possono avere contatti con gli abitanti dell'adiacente villaggio di Vallikavu, è vietato mangiare cibo acquistato oltre le mura dell'ashram e avventurarsi fuori dopo l'ora del tramonto (tutte queste vengono spacciate per misure finalizzate alla propria sicurezza e al proprio benessere).

Gli utili dell'ashram, insieme alle donazioni internazionali, servono per finanziare le attività umanitarie erogate da Amma in tutto il mondo da più di vent'anni: soccorso dopo catastrofi naturali, autonomia economica per le donne, assistenza sociale, lotta alla fame, orfanotrofi, case, istruzione eccetera.

I frequentatori dell'ashram hanno un non so che di familiare. I nuovi arrivati si riconoscono subito dal volto estatico e dalle frequenti crisi pianto di cui sono vittime. Una volta entrate nell'ashram, le donne occidentali si trasformano immediatamente in befane: smettono di farsi la tinta e portano i capelli legati in una pudica treccia, non si fanno più la ceretta ai baffi e ovviamente non si truccano. Uomini e donne indossano orridi camicioni bianchi che poco li valorizzano, con i quali sperano inutilmente di cancellare i segni di tragedie più o meno recenti o addirittura vite intere votate alla sfiga e alla povertà morale, se non peggio.

Il nostro improvvisato cicerone è Carmine, un adepto napoletano senza scarpe, con pochi capelli e ancor meno denti, che ci fa visitare le proprietà del monastero. Per prima cosa ci conduce dalle mucche di Amma, segno tangibile della presenza del Divino sulla Terra (benché a me sembrino identiche a tutte le vacche generiche che ruminano indisturbate nel mondo). Poi saliamo sui tetti di uno dei casermoni e, tra i panni degli adepti stesi ad asciugare nell'aria tropicale, Carmine improvvisa un ben augurante saluto al sole. Entriamo dunque nel tempio e infine nel negozio di souvenir, dove — accanto alle immagini di Gesù Cristo e alle statuette delle divinità hindu — vendono la bambola di Amma.

E finalmente arriva il momento tanto sognato, l'esperienza più forte della nostra vita: l'abbraccio di Amma. Lei — giura Carmine — ti getta un seme dentro. Grazie al nostro nuovo amico napoletano possiamo dunque passare avanti a centinaia di indiani in fila e poter ritirare il seme messo in palio, in tempo per il nostro programma di viaggio.

Dopo una fila di circa un'ora e mezza, siamo al cospetto della Mahatma, la quale sta seduta su una comoda sedia, circondata dai suoi assistenti più fedeli che gestiscono il traffico degli abbracci. A un metro di distanza da lei, uno di loro ti costringe ad inginocchiarti e subito dopo un altro ti schiaccia la faccia contro le sue enormi tette. Sempre sorridente, Amma ti sussurra parole incomprensibili all'orecchio e poi, mentre i valletti ti stanno già per strappare con decisione dall'affettuosa stretta, ti fa dono di una bustina tipo carta per il pane che contiene una misteriosa polverina e una caramella all'arancia. A me effettivamente ne ha dati due di regalini, perché aveva intuito che Fulvio si era categoricamente rifiutato di partecipare a questa messinscena (ma per fortuna, afflitto dal senso di colpa, aveva guardato lo show sul maxischermo).

Terminato il darshan, siamo invitati a pranzo, che consiste in un pastone piccantissimo di riso e legumi da mangiare con le mani. Qui un friulano biondo, alto quasi due metri, attacca bottone con me. Poiché però non ho mai letto né Osho né Maestro Eckhart, poiché non ho mai praticato la meditazione, poiché infine mangio la carne rossa, bevo alcolici e fumo, la conversazione dopo meno di due minuti comincia a languire e lui si mette a parlare con un'altra.

Felici Tropici

Si potrebbe sostenere altrettanto giustamente che in realtà tutto ebbe inizio migliaia di anni prima. Molto prima che arrivassero i marxisti. Prima che gli inglesi conquistassero il Malabar, prima della dominazione portoghese, prima dell'arrivo di Vasco de Gama, prima che lo Zamorin conquistasse Calicut. Prima che i cadaveri dei tre vescovi siriano-ortodossi dalle tonache viola uccisi dai portoghesi venissero ripescati in mare, con grovigli di serpenti marini nel petto e ostriche incollate alle barbe aggrovigliate. Si potrebbe sostenere che cominciò prima che il cristianesimo arrivasse dal mare e si diffondesse nel Kerala come il tè da una bustina immersa nell'acqua.
[Arundhati Roy, " Il dio delle piccole cose" ]

VARKALA BEACH è un serpente di negozietti, locali lounge e resort in bambù che si snoda in cima ad una suggestiva scogliera, sotto la quale sono incastonate alcune spiagge schiumose di onde. Tale villaggio è prettamente realizzato per i turisti, è vero, ma turisti appartenenti alla categoria tra le meno odiose al mondo: non si ubriacano in modo molesto, non vanno in discoteca, non sfoggiano abiti da abbordaggio, leggono molto e, grazie alla pratica dello yoga, ai trattamenti ayurvedici e all'uso moderato di cannabis, sono — quasi tutti — molto rilassati. Questa imponente scogliera rappresenta un'eccezione nell'intera costa del Kerala, altrimenti bassa e sabbiosa, e in effetti rende l'esperienza della "spiaggia tropicale con palme, Budda bar e pesce crudo nel ghiaccio pronto per essere grigliato" diversa rispetto alle identiche situazioni oramai standard un po' ovunque.

L'intero apparato commerciale di Varkala Beach è nelle mani dei rifugiati tibetani, ladakhesi o kashmiri, che coprono sia il settore gastronomico, sia quello delle accomodation, sia quello dei souvenir. Il risultato è che siamo costretti a portare come regali agli amici campane tibetane e singing bowl (ma tanto la maggior parte di loro non si accorge minimamente dell'incongruenza), per fortuna però non siamo obbligati a mangiare sozzi manicaretti indiani piccantissimi e possiamo strafogarci liberamente di momo vegetariani e noodles.

La stagione balneare di Varkala dura pochi mesi: tra giugno e settembre ci sono i classici monsoni di sud-ovest che portano le piogge, poi, quando altrove già si va verso la stagione secca, zac!, a fine ottobre arriva la coda del monsone di nord-est e quindi acquazzoni e anche qualche ciclone, giusto per gradire; se pensate infine che nei mesi di aprile e maggio fa un caldo da scoppiare, potete facilmente intuire perché la maggior parte delle attività commerciali sia attiva soltanto da dicembre a febbraio. Da marzo in poi molti operatori infagottano le loro cose e tornano al nord, dove il clima consente di lavorare anche nei mesi estivi.

La nostra stanza è situata al piano terra di questo edificio a pochi passi dalla mitica scogliera. È molto spartana, ma abbastanza pulita, a parte la puzza di fogna che proviene dal bagno (afrore che cerchiamo di neutralizzare bruciando di continuo bacchette d'incenso). Esattamente sopra la stanza, sulla terrazza vista mare, si tengono due volte al giorno le lezioni di yoga di Sunhil. Uno dei più perfetti momenti trascorsi a Varkala è lo savasana (la posizione del cadavere, una asana di rilassamento totale) sulla terrazza dell'Hill Cliff, accompagnata dal gracchiare dei corvi vicino, dalla melodiosa chiamata alla preghiera del muezzin lontana e dal vento fresco che fa sventolare le foglie di palma. E comunque nei giorni trascorsi a Varkala, sembra sempre di udire un canto esotico: se non è il muezzin, sono gli inni induisti, se non è l'ohm di un corso di yoga è un cd Cafè del mar.

In questa località potete trovare una straordinaria offerta di trattamenti ayurvedici: lungo la passeggiata numerosi cartelli invitano a provare lo sgocciolante Siro dhara o il tamponante Njavarakizhi. La foto del faccione baffuto del medico di riferimento serve come garanzia e agisce da testimonial. Durante l'anamnesi questi, in carne e ossa questa volta, vi tasta il polso mentre vi riempie di domande e ascolta le vostre risposte con un'imperscrutabile espressione (uguale a quella della foto). Poi vi confeziona un pacchetto della durata dei vostri giorni di vacanza, in cui vengono sapientemente alternati uno sgocciolante Siro dhara ad un tamponante Njavarakizhi. In realtà non so bene che senso abbia tutto ciò, considerando che i benefici che derivano dalla medicina ayurvedica in termini di benessere e longevità necessiterebbero di lunghi trattamenti che coinvolgano anche lo stile di vita, l'alimentazione, l'eliminazione dello stress; comunque, male non dovrebbero fare.

A Varkala Beach i turisti, più o meno fricchettoni, possono trovare nei negozi tutte le merci di cui hanno bisogno e che non faranno loro rimpiangere di trovarsi a migliaia di chilometri da casa loro: sigarette e tabacco (in Kerala è proibito fumare in pubblico), birra Kingfisher e a volte anche superalcolici (in Kerala è proibito bere alcolici, e dunque li servono con molta accortezza), bagnoschiuma (in Kerala non riescono nemmeno a immaginare perché un sapone debba essere liquido), crema solare (gli indiani vanno al mare vestiti dunque non ne hanno bisogno), repellenti per zanzare (anche se in Kerala il rischio malaria è molto ridotto), croissant francesi, pasticceria tedesca, pasta e pizza italiane.

Per certi versi, poco è cambiato dalla fine degli anni Cinquanta, quando Rossellini girò il suo documentario sulle coste del Malabar meridionale: le stesse palme da cocco scompigliate, lo stesso vento carico di sabbia e salsedine, le stesse enormi onde oceaniche, le stesse ali spiegate di corvi e falchetti, gli stessi robusti pescatori con le facce cotte dal sole, che trascinano barche di legno scavate nei tronchi d'albero dalla riva al mare aperto e le riportano faticosamente a terra al mattino. Soltanto, nel frattempo, questi millenari pescatori hanno dovuto abituarsi a qualche culo occidentale steso al sole — che hanno imparato a scavalcare con noncuranza mentre per decine di metri stendono sulla sabbia le reti per la manutenzione quotidiana. Soltanto, sopra alla gonna pareo rimboccata all'altezza delle ginocchia, spicca qualche polo griffata che, per quanto scolorita dal sole e dal sale, denota un contatto più utilitaristico con i turisti, a cui — ogni tanto — vengono spillate sigarette o richiesto bonariamente aiuto per ricondurre l'imbarcazione sulla terraferma.

È questo lo spettacolo a cui il bagnante può assistere mentre raggiunge la spiaggia nera, oppure mentre si avventura lungo la costa verso nord, fino a raggiungere la moschea, il villaggio dei pescatori, le pozze dove i bufali si bagnano e infine la spiaggia di ODAYAM, schivando i granchi, le bucce di noci di cocco e gli aironi. Procedendo in direzione sud rispetto al cliff, invece, si allarga prima una grande spiaggia frequentata soprattutto da occidentali in costume e solo in minima parte da indiani vestiti. La successiva insenatura è terreno riservato tacitamente agli abitanti del luogo, in cui dunque al posto dei bikini e dei boxer colorati, è tutto uno sventolio di sari colorate e gonne pareo o pantaloni per gli uomini, abiti con cui eventualmente ci si tuffa nel mare.

A dire il vero, in questi giorni le sari sono per la maggior parte gialle perché si celebra il Pellegrinaggio in onore del Guru Narayana. Se a qualcuno interessa, posso rendere noto che questo grande maestro di Varkala morì in settembre, ma chiese che i pellegrini festeggiassero tra il 30 Dicembre ed il 1 Gennaio, indossando vesti di color giallo (il colore di Buddha); e inoltre posso aggiungere che costui, dopo essersi adoperato tutta la vita per superare le rigide divisioni tra le caste, morì quasi un secolo fa sulla vicina collina di Sivagiri.

E così cari amici, tra un rinfrancante tadasana e un pedicure ayurvedico, tra un acido lassi alla banana e un paio di ali baba pants viola, gli spensierati giorni di vacanza all'insegna del benessere e della vitalità volgono al termine. Il volo di ritorno parte dall'aeroporto di Trivandrum (situato a circa un'ora di strada) intorno alle quattro di mattina: verso le undici dunque cominciamo ad avviarci, poiché siamo pur sempre in India (per quanto in uno Stato che vanta una speranza di vita e un tasso di alfabetizzazione superiori alla media nazionale di minimo 10 punti). E meno male, perché l'autista non aveva ancora del tutto smaltito la sbronza mattutina e ci sono voluti diversi test prima che ci convincessimo a salire sul mezzo (e anche una commovente confessione del pover'uomo che, essendo single e soffrendo di solitudine, non ha altra amica fuorché la bottiglia). È ripensando alla triste storia dell'autista alcolista (e anche a tutti gli altri guidatori incontrati durante il viaggio, alcolisti o meno) che ci sottoponiamo alle ore di fila di routine all'aeroporto internazionale, certificato ISO, di Thiruvananthapuram (detta Trivandrum), alle quattro della mattina del nostro ritorno dall'India meridionale.
(gennaio 2011)

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