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Kitschizistan

Kochkor e Tash Rabat

Possibile che nessuno dica mai che il socialismo è fallito perché non ha rispettato la libertà dell’uomo; che il problema ora non è solo quello di riempire le pance della gente, ma anche quello di ridare un senso alla loro vita; che, oltre a stimolare la benedetta economia, vanno stimolate anche le teste, va stimolata la fantasia, va incoraggiata la poesia? Questo passare da un materialismo a un altro non preoccupa nessuno’? Non è pericoloso?
(Tiziano Terzani, "Buonanotte signor Lenin")

I turisti stranieri, facilmente riconoscibili dall’abbigliamento tecnico di montagna, sono raggruppati ai tavoli di un ristorante sulla via principale e tra loro discutono delle loro mete d’alta quota passate e future, che poi sono le stesse per tutti. Le casette con i tetti di lamiera, i muri senza intonaco, i cancelli scrostati, i pali della luce, le insegne in caratteri cirillici, le vecchie Lada, le residue falci e martello arrugginite, così come gli anonimi cittadini che ci vivono, non accendono alcuna curiosità in loro, e d’altra parte i residenti li ricambiano con la medesima olimpica indifferenza. Kochkor, circondata anch’essa da prestigiose montagne, è in effetti ancora più brutta di Osh e Kazarman.
Al piano di sopra del “Retro coffee” ci sarebbero anche dei posti letto ma a quanto pare è impossibile farsi una doccia, mentre il bagno – sebbene siamo in città – è un buco nel terreno situato dietro una porta, nel retro, che emana lo stesso fetore nauseabondo di quello di Song Köl. Anche l’ufficio del CBT ha un fosso maleodorante al posto del gabinetto, nonostante le colossali cifre che chiedono per le loro escursioni. Ad esempio, per raggiungere Tash Rabat (232 km) la tariffa ammonta a circa 100 dollari; per questo, essendomi ripromessa di non farmi più fregare, raggiungo Naryn con un taxi condiviso e solo lì contratto con la seconda agenzia del paese (meno ladra) per percorrere l’ultimo tratto – quello non servito da alcun mezzo pubblico.

Viaggiando tra le strade kirghise, è evidente che gli autisti hanno tutti questa curiosa fissazione di tagliare le loro strade piene di curve, illudendosi ingenuamente che diventino rettilinei. Sono dunque costretti ad invadere la corsia contraria ogni volta che la strada gira a sinistra, reinserendosi nella propria soltanto quando si stanno per scontrare con il mezzo che procede nella direzione opposta. Inizialmente questo vezzo tende a terrorizzare il turista, il quale tuttavia – dopo un congruo numero di episodi che vanno a buon fine – in genere prende confidenza con i costumi tipici del luogo. 
Il panorama montuoso è quasi sempre ammirevole e ogni tanto fiorisce un originale cimitero con le tombe a forma di yurta: questi, per quanto ho potuto vedere, sono gli unici monumenti di un certo interesse storico-artistico di tutto il paese. D'altra parte, quali tracce vuoi che lasci un popolo nomade? Anche fuori città ogni tanto il kitsch fa capolino nei cippi, negli archi e negli anacronistici simboli che qua e là danno il benvenuto in qualche illeggibile località, provincia o passo che sia, eredità di quella religione della bruttezza che è stato il comunismo. Nuove scintillanti moschee giocattolo costruite dopo l’indipendenza fanno da contraltare alla ruggine e al cemento armato.
Ogni volta che l’autista viene fermato dalla polizia, prima di scendere preleva una o più banconote dal portafogli e le sistema dentro al libretto dei documenti; quindi consegna il tutto al poliziotto, il quale non eleva alcuna contravvenzione e anzi lo saluta con una gioviale stretta di mano. Insomma, non esagerava Fiore della Felicità quando mi parlava della dilagante corruzione del paese.

Tash Rabat è un caravanserraglio del quindicesimo secolo ancora ben conservato che si trova a un centinaio di chilometri a sud di Naryn. Esso è situato nel bel mezzo di una lunga vallata deserta attraversata da una strada che conduce al Passo Torugart e al lago Chatyr-Kul, ossia al confine con la Cina. Questa volta ho prenotato tramite facebook l’accomodation in uno yurt camp, e ancora non ho ben capito come abbiano fatto a rispondermi così lestamente visto che il telefono non prende e non c’è traccia di wifi. L’esperienza nella yurta l’avevo già fatta e dunque qui preferisco dormire in una costruzione di cemento, seppure su un tappetino steso per terra, anche perché le temperature sono crollate e piove a dirotto.
Approfittando dei rari sprazzi di sereno, raggiungo il caravanserraglio (nonché ex monastero nestoriano del Decimo secolo) e visito le stanze a cupola, nello sforzo di immaginarle piene di mercanti stravolti di stanchezza e vocianti a cena, con la puzza di sudore, di escrementi di cavallo e dei ben noti buchi nel terreno. Sul prato di fronte, un'allegra compagine famigliare sta festeggiando i sessant’anni della nonna con abbondanti libagioni, mentre nell’unico altro campo di yurte nei paraggi è in corso una spassosa partita di pallone tra turisti e indigeni. Intorno sono sparsi alcuni ex vagoni dipinti vivacemente e usati come abitazione, sporadiche mandrie di pecore e cavalli e grasse marmotte che fischiano nei prati.

Anche Tash Rabat è una tappa discretamente frequentata dagli eroici turisti in Kirghizistan. A cena nella grande yurta una grande tavolata è occupata da un gruppo di ciclisti trentini con abbigliamento tecnico impeccabile; con i norvegesi, americani e olandesi seduti vicino a me non è scattato molto feeling, ma per fortuna mi faccio due risate con dei viaggiatori spagnoli prima di affrontare il grande gelo stellato per andare a lavarmi i denti.

Dopo 24 ore di permanenza, preso atto delle temperature inospitali, dei frequenti acquazzoni e dell’altitudine che mozza il respiro e appesantisce la testa, considerato il fatto che tutti i turisti se ne sono andati chi in Cina e chi a cavallo e che la vallata l’ho percorsa in lungo e in largo, e soprattutto approfittando di un autista altrui che è in procinto di tornare a Naryn con la macchina vuota, decido di andarmene prima del previsto.

Racconto di viaggio: "CANTO NOTTURNO DI UNA TURISTA ERRANTE" (luglio 2018)

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