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Bishkek

Kirghizistan luglio 2018

L’itinerario del minibus si snoda verso nord tra le belle montagne spoglie dell’Asia centrale: ai lati della strada piena di curve ogni tanto spuntano mini yurte e bancarelle di mele, pesce essiccato, bibite fresche. L’ultimo tratto prima di Bishkek è un rettilineo parallelo al confine col Kazakistan, segnato dal fiume Chui.

La capitale del Kirghizistan, appollaiata ai piedi della catena del Tien Shan, è una città relativamente nuova, costituita da una griglia di ampi viali fiancheggiati da canali di irrigazione e grandi alberi, numerosi parchi verdi, edifici con facciate in marmo e sgraziati condomini di cemento sovietici. In confronto al resto del paese, sembra addirittura una bella città.
In epoca sovietica si chiamava Frunze, in onore di un rivoluzionario bolscevico considerato un serio pretendente al potere dopo la morte di Lenin; fu Stalin che, dopo averlo fatto "misteriosamente" sparire, gli dedicò una città. Dopo l’indipendenza fu ribattezzata Bishkek, che sarebbe la zangola con cui si rimesta il latte di cavalla: Terzani sosteneva che il termine si riferisce anche al “bastone con cui la donna si consola in assenza del marito” e che “nessuno chiama la città col suo nuovo nome e certo non la chiamano così le donne kirghise che arrossirebbero imbarazzate a pronunciare quella parola in pubblico”.

La mia prima tappa è l’Osh Bazaar, immenso agglomerato di negozi e bancarelle all’aperto e al chiuso, attraversato da strade trafficatissime e ingorghi deliranti di bipedi e mezzi. Anche questo, come tutti i mercati visti in Kirghizistan, non è né colorato né affascinante come l'accostamento delle parole mercato e orientale potrebbe far pensare. L’area più interessante è quella in cui le contadine dai vestiti sintetici e i fazzoletti in testa smerciano meloni e cocomeri, cavoli e pesche, mais e latte di cavalla, staccando comunque raramente gli occhi dallo smartphone. Anche qui non ho trovato traccia dell’artigianato locale: per acquistare qualche oggetto tipico di buona fattura (ad esempio i cappelli e i tappeti tradizionali di feltro) bisogna entrare in uno dei moderni negozi sulla Chuy Avenue e lasciargli un'ingiustificata quantità di denaro.

Su questo viale infinito che taglia tutta la città sorgono, uno dopo l’altro, praticamente tutte le cose da vedere a Bishkek. Il museo zoologico, l’università internazionale, la piazza della Filarmonica, cinema, bar, ristoranti e naturalmente Ala Too square, la piazza principale. Si tratta di una scenografica e immensa distesa di cemento ingentilita da aiuole fiorite, che un tempo si chiamava piazza Lenin: è molto frequentata sia di giorno sia di sera, quando parte uno spettacolo di luci e suoni sincronizzati con le fontane. Dall’altra parte della strada si staglia la statua di Manas, l’eroe del poema epico alla base della letteratura kirghisa, mentre la statua di Lenin che un tempo godeva di una posizione centralissima è stata confinata alle spalle del cubo bianco che ospita il Museo di storia.

Qui hanno avuto luogo importanti manifestazioni politiche, sia ai tempi sovietici sia dopo l’indipendenza. Il 7 aprile del 2010 per esempio scoppiarono dei violenti scontri tra la polizia e i dimostranti, che chiedevano le dimissioni del presidente Kurmanbek Bakiyev e protestavano contro l'aumento del prezzo del carburante: il bilancio fu di almeno 40 morti, commemorati dallo scenografico monumento agli eroi.

Nei paraggi del parco Panfilov, un giardino a forma di stella, sorge un sofisticato ristorante dove mi godo l’ultima cena kirghisa gomito a gomito con gli esponenti della Bishkek bene. La serata e l'intero viaggio si concludono in un locale all'aperto ai margini dell’Oak Park, dove brindo con uno shot di vodka alle tre settimane trascorse nel variegato territorio del Turkestan, ammiccando al cantante della rock band russa che si esibisce egregiamente sul palco.

Racconto di viaggio "CANTO NOTTURNO DI UNA TURISTA ERRANTE" (luglio 2018)

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