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Una terra di frontiera

Osh

Kirghizistan luglio 2018

Scendiamo le scale e una delle solite piazze socialiste senza storia e senza fantasia ci si para dinanzi. Gli edifici, le colonne, le fontane sembrano ordinati a un supermercato dell’architettura totalitaria. Il palazzo di Lenin somiglia al mausoleo di Ho Chi Minh a Hanoi, quello del Parlamento con le sue colonne altissime è la solita copia di tutti i Parlamenti socialisti costruiti con in cuore la voglia di avere un proprio Pantheon. Alzo gli occhi da queste brutte tracce umane e il cielo è consolante. È il vecchio, grande cielo alto dell’Asia Centrale, con banchi di nuvole rosee appena sfiorate dal sole che sta scomparendo dietro altissime file di pioppi. Dimenticati da quarant’anni, mi tornano in mente i versi imparati al ginnasio: Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna? / Sorgi la sera, e vai, / contemplando i deserti; indi ti posi. / Ancor non sei tu paga / di riandare i sempiterni calli?
(Tiziano Terzani, "Buonanotte signor Lenin")

La fila presso la frontiera di Osh è scorrevole e nessun controllo in uscita viene effettuato dalle autorità uzbeke, neanche per verificare che io abbia ligiamente conservato tutte le registrazioni rilasciate dagli hotel. L’unico lieve contrattempo avviene in ingresso, quando agli impiegati della dogana kirghisa viene il dubbio che per gli italiani sia necessario il visto.
La prima novità riguarda l’alfabeto: in Kirghizistan si usano soltanto i caratteri cirillici (e anzi il russo, insieme al kirghiso, è ancora la lingua ufficiale), a differenza dell’Uzbekistan, dove un tentativo di trascrivere l’uzbeko in alfabeto latino si è parzialmente attuato. L’accoglienza dei tassisti non è delle più pacifiche: alcuni di loro si disputano ferocemente il mio bagaglio e sta per scoppiare una rissa, che evito strappandogli di mano lo zaino e avviandomi a passo svelto verso l’auto del meno collerico di loro, che era rimasto in disparte.

Osh è la città più antica e più conservatrice del paese, nonché la seconda più grande dopo la capitale. Per alcuni secoli è stata uno dei crocevia della Via della seta e ancora oggi mantiene una posizione strategica visto che da qui si raggiungono facilmente i varchi di frontiera non solo con l’Uzbekistan ma anche con il Tagikistan e con la Cina.
Trovandosi nel cuore di quel groviglio etnico che è la valle di Fergana, Osh è abitata da moltissimi uzbeki, riconoscibili dagli ormai noti abiti a fiorellini per le donne e dai berretti ricamati a forma di bustina per gli uomini. I rapporti tra i due popoli (conviventi apparentemente pacifici ai tempi dell’URSS) sono piuttosto complicati: gli uzbeki considerano i kirghisi fondamentalmente dei coattoni pecorai (che nondimeno li trattano da stranieri), mentre i kirghisi a loro volta guardano con sospetto quei vicini storicamente stanziali e in genere più benestanti. Il primo grave scontro tra le due etnie ebbe luogo a Uzgen e a Osh nel giugno 1990, proprio quando la federazione sovietica iniziava a disgregarsi. Le vittime furono centinaia ma i militari giunti da Mosca ristabilirono l’ordine in tempi abbastanza brevi. All’epoca il paese non era ancora indipendente e il partito comunista – scrisse Terzani – aveva alimentato e poi sfruttato il conflitto razziale al fine di creare una repubblica monoetnica e scongiurare il rischio di un Turkestan indipendente, che avrebbe incluso i cinque “Stan” in un’unione islamica non gradita ai russi.

I motivi di risentimento reciproco riemersero esattamente vent’anni dopo, durante il caos che seguì la cacciata del presidente Bakiyev, quando esplose un altro conflitto, sempre a giugno, e sempre qui, a Osh e a Jalalabad. Anche in questo caso la scintilla fu una disputa di poco conto tra uzbeki e kirghisi, ma poi la violenza dilagò con un'escalation di omicidi e torture, saccheggi e incendi, che provocò ufficialmente più di 400 morti (molti di più secondo fonti non ufficiali) e centinaia di migliaia di rifugiati, tanto da costringere il governo a dichiarare lo stato di emergenza.
Come nel 1990 la maggioranza delle vittime era uzbeka; e anche questa volta il regime in carica era debole ed era in corso una crisi economica. Se però durante il processo del 1990 la maggior parte dei criminali condannati era kirghisa, per i fatti del 2010 quasi tutti gli imputati e i condannati erano uzbeki; senza contare che i giudici e gli avvocati erano invece kirghisi e che un gran numero di testimoni e organizzazioni internazionali hanno sospettato il coinvolgimento dei militari e delle forze governative nei pogrom. Ancora oggi i diritti della minoranza uzbeka non vengono riconosciuti e recentemente non sono mancate schermaglie che per fortuna non sono sfociate in un vero conflitto.

L’unica attrazione turistica di Osh a quanto pare è l’appuntita collina Suleiman, sulla cui sommità si trovano una piccola moschea che risale all’epoca di Babur e un mausoleo che si crede sia stato eretto sulla tomba di Salomone (il quale, secondo la leggenda, avrebbe fondato la città). Si tratta di un luogo sacro, da secoli meta di pellegrini provenienti da varie zone del mondo musulmano e venerato in particolare dalle donne che non riescono ad avere figli. Purtroppo per scalarla bisognerebbe avere il coraggio di abbandonare l’ombroso cortile dell’ostello, avventurarsi nelle strade bollenti e poi smadonnare sotto il sole percorrendo la ripida salita.
Il Kirghizistan è un paese al 94% montuoso, con un’altitudine media di 2750 metri: ero dunque certissima di trovare un gradevole clima alpino dopo dieci giorni canicolari in Uzbekistan. E invece devo constatare con sommo disappunto che anche a Osh, situata ad un’altitudine di quasi 1000 metri, la colonnina del mercurio segna 42 gradi. Solo nel tardo pomeriggio dunque mi decido a raggiungere il bazaar, decantato come vivacissimo e intrigantissimo mercato tipico dell’Asia centrale, ma nella realtà pieno di orrende cineserie e venditori imbronciati con lo sguardo incollato al cellulare.

Mi incammino allora per un lungo tratto seguendo la riva del fiume fino alla statua di Lenin, deforme nel tramonto: con il suo braccio marrone indica un futuro già passato agli eleganti invitati a un matrimonio, che si stanno fotografando a vicenda accanto a pacchiane limousine da cerimonia. Entrando nel parco adiacente, le spalle di Lenin svettano sopra all’ingresso di una palestra, di fronte alla quale si dispiega un tetto di ombrelli colorati che sovrasta una piscinetta. Le coppie di sposi attraversano trionfalmente una passerella inserita dentro ad una lunga sfilza di cuori rossi e fuxia e si fanno fotografare sotto a una copia in miniatura della torre Eiffel. Ceno in un ristorante in stile bavarese-scandinavo, con le palafitte di legno e i wurstel; in sottofondo melliflue cover di celebri pezzi pop.
Ecco, non so come altro dirlo: Osh è una città veramente brutta.

Racconto di viaggio "CANTO NOTTURNO DI UNA TURISTA ERRANTE" (luglio 2018)

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