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  • Categoria: Uzbekistan

BACHI E ABBRACCI 

La valle di Fergana 

Uzbekistan luglio 2018

Per raggiungere la valle di Fergana da Samarcanda ci sono varie opzioni: taxi condiviso e/o treno e/o aereo con cambio ed eventuale pernottamento a Tashkent, oppure taxi condiviso diretto (quasi 600 km, bene che vada 10 ore). Scartata la seconda opzione e vagliati orari, prezzi e disponibilità di posti per le altre combinazioni, ho optato per tornare alla capitale in macchina e da lì prendere un volo all’alba per Andijan.

La valle di Fergana (che poi sarebbe un altopiano, circondato dalla catena del Tian Shan) è la regione più orientale dell’Uzbekistan, la più fertile e popolata del paese. La separazione decisa dai sovietici secondo la logica del divide et impera, frantumando l'area tra Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan in un intreccio di confini e enclave da psicopatici, è rimasta in vigore fino ad oggi. Visto che l’obiettivo principale era impedire ad una delle tre realtà territoriali il controllo dei due grandi fiumi della regione, le differenze etniche non furono affatto prese in considerazione e tuttora sussistono dispute e tensioni, ma anche problemi pratici: ad esempio alcune strade e ferrovie costruite in epoca sovietica oggi attraversano delle frontiere internazionali.

A giudicare dalle innumerevoli serre e dai campi di alberi da frutta e di cotone, sto atterrando nella regione più agricola del paese. Questa enorme oasi ha dato da mangiare alle popolazioni dell’Asia centrale sin dall’antichità, ma negli ultimi anni hanno dovuto iniziare a fare i conti con le conseguenze del riscaldamento globale e quindi con un generale inaridimento, un altro focolaio di tensioni da non sottovalutare. I conflitti per il controllo delle risorse idriche sono sempre più frequenti nel mondo attuale; non a caso, quando il governo del Kirghizistan annunciò l’intenzione di costruire delle nuove dighe sul fiume Naryn (limitando la quantità d’acqua destinata all’Uzbekistan), il presidente Karimov fece sentire la sua voce arrivando a minacciare la guerra.

Grazie alla consulenza di un cordiale impiegato di un'azienda automobilistica conosciuto al nastro bagagli dell’aeroporto, prendo una stanza in un hotel per businessmen dotato di una scenografica piscina, nel quale scrocco pure una doppia colazione continentale. 
Andijan è famosa non solo perché qui vengono prodotte la maggior parte delle auto del paese, ma anche per aver dato i natali al principe Babur, discendente di Tamerlano e fondatore della dinastia Moghul che governò l’India per tre secoli. Ogni anno, il 14 febbraio, il popolo uzbeko commemora il suo grande antenato celebrando il suo compleanno, e a lui sono dedicati monumenti, parchi, strade eccetera. Ad esempio a 10 chilometri dal centro, sulla collina Bogishamol, c’è il parco di Babur, un complesso architettonico e storico molto visitato nel quale troviamo il Museo Babur, una tomba simbolica di Babur che contiene della terra portata da Agra e Kabul (suoi luoghi di sepoltura), una statua di Babur e altre attrazioni e ristoranti.

I numerosi giardini, aree verdi, parchi divertimento affollati di adulti e bambini fanno di Andijan una località tranquilla e rilassante, ma il suo nome è legato ad uno degli eventi più terribili accaduti nella storia recente dell’Uzbekistan. 
Nelle prime ore del mattino del 13 maggio 2005, degli uomini armati fecero irruzione nella prigione cittadina per liberare dei detenuti ingiustamente accusati di estremismo religioso e mobilitarono la gente per partecipare a una protesta nella piazza principale. Nel pomeriggio dunque migliaia di manifestanti disarmati erano radunati in piazza Babur per protestare contro il governo repressivo, ma anche contro la povertà e la corruzione, quando le forze governative aprirono il fuoco uccidendo forse tra le quattrocento e le seicento persone, forse molte di più. Karimov affermò il giorno seguente che la manifestazione era stata fomentata dai fondamentalisti islamici e che nessun civile era stato ucciso. Da allora non si è mai saputo il numero esatto delle vittime né l’ubicazione delle fosse comuni; inoltre nessuno è stato giudicato responsabile delle uccisioni. Anzi le autorità uzbeche hanno perseguitato senza sosta coloro che sospettavano essere coinvolti nelle proteste. Le altre potenze, che inizialmente avevano condannato i fatti, col tempo hanno ripreso i rapporti con l’Uzbekistan come se niente fosse.

Non è un caso che il massacro sia avvenuto proprio nella valle di Fergana, il cuore islamico dell’Asia centrale, dove dopo l’indipendenza dell’Uzbekistan erano nati alcuni gruppi islamisti anche radicali. Karimov ha sempre usato la paura degli estremisti islamici e delle violenze etniche come scusa per mantenere un governo autoritario: il regime ha proibito ogni attività religiosa non espressamente autorizzata, ha messo fuorilegge i gruppi islamici con più seguito, ha effettuato diverse ondate di arresti, in particolare dopo gli attentati dinamitardi di Tashkent (sia quelli del 1999 sia quelli del 2004), la cui responsabilità fu attribuita agli islamisti, anche se quasi tutti gli esperti sono convinti che entrambi fossero di tutt’altra matrice.

Ora che Karimov non c’è più, non si sa cosa potrebbe avvenire da queste parti. A causa della crisi economica le influenze radicali si diffondono, in particolare tra le giovani generazioni, e la repressione poliziesca finora è stata controproducente, perché invece di contrastare l'estremismo, più spesso gli ha aperto la strada. Probabilmente solo interventi economici e umanitari diretti ad alleviare il disagio della società possono isolare i fondamentalisti e rinvigorire l’Islam più tipico di quest’area sin dal Medioevo, ossia quello più spirituale e tollerante.

La valle di Fergana raramente viene inserita nei classici tour, perciò la popolazione, meno avvezza ai turisti, mi accoglie con un calore e un’ospitalità che a Samarcanda e Bukhara sono rare, e soprattutto senza la malizia o la tendenza ad approfittare rintracciata in talune situazioni. L’autista del mio taxi ad esempio a un certo punto si è fermato a comprare le sigarette ed è uscito dal negozio con una bottiglia d’acqua e delle gomme da masticare per me. Una studentessa innamorata dell’Italia mi ha mostrato il libro di storia che parlava di Francesco Petrarca, Lionardo DivinciRaffaeli Santi e ci teneva un sacco che io andassi a casa sua e conoscessi la sua famiglia. Per le strade poi è tutto un susseguirsi di “Otkuda? Italia!”, oltre ad altre domande che (anche se non capisco la lingua) posso facilmente intuire perché sono sempre le solite. Sposata? Vengono mimati i baffi. Risposta: Italia. Figli? La mano parallela al pavimento si abbassa fino al livello della vita muovendosi leggermente su e giù. Risposta: occhi e palme delle mani puntati al cielo. 

Sul marshrutki diretto a Margilan naturalmente ogni nuovo passeggero che sale viene subito informato con cura in merito alla mia provenienza, stato di famiglia, hotel in cui alloggio, destinazione che devo raggiungere, che poi nella fattispecie sarebbe la prestigiosa fabbrica di seta Yodgorlik. Ed eccomi qui di fronte ai bozzoli, ai rocchetti, alle matasse, ai coloranti naturali, ai telai, insieme a una guida che mi spiega le varie fasi di lavorazione. Quindi è così che nasce la seta, uno dei più grandi oggetti del desiderio dell'umanità (anche a causa della sua misteriosa origine, tenuta segreta a lungo dagli scaltri cinesi). Il pregiato tessuto ha dato il nome a una via che ha attraversato valli e montagne, steppe e fertili pianure, mettendo in contatto popoli lontanissimi e facendo circolare le idee, le invenzioni, le tecnologie di cui tutti si sono serviti. Ed è diventata un mito.

Anche l'impiegato del negozio annesso alla fabbrica risponde “Ohhhhhhhhh Italia!” sgranando gli occhi quando gli dico di dove sono, e anch’egli è convinto che l'Italia sia il primo paese al mondo per l'arte, il design, la moda. Benché la produzione di seta italiana nell'ultimo secolo abbia subito un declino fino a scomparire del tutto, sono comunque contenta di sentirglielo dire. E in fondo è di questo che sono orgogliosissima quando giro per il mondo, non certo di avere un politico che dice "prima gli italiani" o va in Europa a "sbattere i pugni sul tavolo", senza rendersi conto che, nei cuori di molta gente a tutte le latitudini, gli italiani primi lo sono già.

Valle di Fergana - II parte: Osh

Racconto di viaggio "CANTO NOTTURNO DI UNA TURISTA ERRANTE" (luglio 2018)

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