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  • Categoria: Yemen

Arabia felix

Sana'a

Yemen dicembre 2005 - gennaio 2006

La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni.
("Le mille e una notte")

Tutti i libri di storia raccontano che la parte meridionale della penisola arabica, culla della religione islamica, già ai tempi dei Romani era denominata Arabia Felix perché l'abbondante acqua, il clima salubre e i porti del Mar Rosso e del Golfo Persico avevano permesso il sorgere di ricche città. I popoli che vi abitavano producevano beni tra i più rari e preziosi come la mirra, l'incenso, il pepe, le perle, l'avorio, e già nell'Ottavo secolo avanti Cristo avevano creato città e stati. La sedentarietà permise loro di sviluppare l'architettura e l'idraulica, al contrario dei beduini che abitavano la parte settentrionale e desertica della penisola, i quali rimasero nomadi a lungo.

Gli yemeniti odierni sono proprio un popolo singolare, composto da uomini con il pareo (o al massimo con la camicia da notte), un pugnale legato in vita e una guancia smisurata, e donne di cui si vedono — a volte — solo gli occhi, ritagliati in un panno nero. Gli yemeniti sorridono e stanno. Stanno accucciati e masticano il qat. Guidano e masticano il qat. Fumano e masticano il qat. Bevono il tè e masticano il qat. Dovunque vai essi stanno. Al sole. Coi denti storti sorridono. E introducono continuamente foglioline nella guancia deformata. Stanno dal barbiere e tu li guardi dalla strada e a un certo punto il barbiere si gira e sorride. E anche lui ha la guancia gigantesca. Stanno seduti per terra e mangiano con le mani intingendo il pane in una misteriosa ciotolina.

Se fanno i dentisti espongono una gigantesca insegna a forma di dente. Se commerciano alle volte se ne stanno rattrappiti dentro dei bugigattoli minuscoli insieme alla loro merce e alla loro guancia. Se fanno gli artigiani li vedi lavorare nello stesso angusto scatolone dove vendono i loro prodotti. Se stanno a stare, a volte hanno un mitra a tracolla. Alcuni ballano danze monotone accompagnate da cadenzate percussioni, agitando il pugnale nella mano. Se è venerdì disertano le strade e seguono il muezzin la cui voce riecheggia per le strade. Quelli che preparano il pane prendono una palla di acqua e farina, la schiacciano a forma di pizza, la bucherellano con la forchetta e poi la appiccicano sulle pareti di un pozzo di pietra rovente.

Gli yemeniti spesso mangiano la polvere. Fanno incidenti e, raramente, precipitano nelle scarpate. Se il radiatore si surriscalda lo ricoprono con una pelliccia sintetica inzuppata di acqua. Amano l'Italia e non sopportano gli Stati Uniti. Se ti accompagnano in spiaggia giocano con la sabbia e si schizzano a vicenda, ridendo. I bimbi ti baciano e ti chiedono una penna. Le femminucce ti sistemano meglio il foulard intorno al viso e ti dicono 'jamila' così dai loro una caramella. Le donne ti sorridono sotto il velo nero se lo indossi anche tu (non si capisce bene se anche loro hanno la guancia ipertrofica).

Gli yemeniti vivono in un paese pieno di luce e ombre ben definite, che disegnano figure geometriche sui pavimenti di pietra bianca. Producono vetrate tutte colorate e bruciano incensi profumatissimi. E costruiscono le case ma poi si stancano e le lasciano a metà.

Di prima mattina, nella capitale Sana'a, si può verificare immediatamente la vivacità dei guidatori locali. Ci immergiamo nel caotico suq dalla porta Bab-El-Yemen, l'unica rimasta intatta, vicino alla quale un dromedario bendato aziona un rudimentale frantoio di olio di sesamo girandogli incessantemente intorno. Ed ecco qua gli straordinari palazzi a torre, i grattacieli di fango con decori di gesso, arabeschi, balconcini in legno, le facciate di biscotto con le finestre glassate, i minareti snelli e slanciati in gara di altezza.

Al mercato si affastellano pugnali, cinture dorate, spezie, stoffe, teorie di abiti neri, sciarpe, monili d'ambra, incensiere, frutta secca, dolci, pane, spiedini di carne speziata, tè. Tutto profuma di esotico, i venditori non sono insistenti, di turisti quasi non se ne vedono. Acquisto un niqab nero che mi copra la testa lasciando vedere solo gli occhi, alla maniera locale. Sfortunatamente il maglione di lana che indosso, in un momento di distrazione mi scopre mezzo centimetro di pancia e vengo severamente redarguita da una donna senza volto. Mi allontano contrita.

A pochi chilometri da Sana'a c'è il magnifico Dar Al-Hajar, il palazzo costruito sulla roccia la cui immagine campeggia sulle bottiglie di acqua Shamlan e sui francobolli. L'ex residenza estiva degli Imam è un capolavoro di merletti di stucco bianco e vetrate che proiettano i loro colori sui pavimenti; dalle terrazze si gode un ampio panorama sugli altopiani circostanti. Sembra di stare in un sogno.

Racconto di viaggio "IL FIORE DELLE MILLE E UNA NOTTE. NELLA FAVOLA DELLO YEMEN" (dicembre 2005 - gennaio 2006)