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  • Categoria: Yemen

Un amore di plastica

Yemen occidentale

Yemen dicembre 2005 - gennaio 2006

Davanti a quello spaccio, Jean mi aveva dato un arancio e dopo io non sapevo dove gettare le bucce. Cercavo un bidone di immondizie, mentre per terra era un tappeto di spazzatura, cartacce, fango, bucce, putredine e scatolame. Ma io cercavo un luogo ufficiale dove deporre le mie ordures, sempre per civismo ebete. Una ragazzina mi ha fatto segno che potevo gettare le bucce per terra, poi s'è messa a ridere di gusto, osservandomi meglio come incantato citrullo. Jean dice che ho preso le manie degli inglesi. Giusto! Sono diventato ecologico e biodegradabile, qui faccio ridere anche i polli.
(Gianni Celati, “Avventure in Africa”)

Al mercato di Bayt Al Faqih (antico centro per il commercio del caffè) sono concentrate tutte le mosche, la polvere e la spazzatura dell'universo. Lo devo dire, a costo di ridimensionare la favola: lo Yemen è il Paese più sporco della Terra. La plastica abbandonata finirà per sommergere lo Yemen, se non si danno una regolata. Se non la smettono di buttare dal finestrino qualunque involucro senza pensare che oggigiorno non tutto è biodegradabile. Se non la fanno finita con questo benedetto qat che viene consumato da bustine di plastica nere o rosse o verdine che poi ricoprono ogni centimetro quadrato del Paese. Ciononostante, il mercato incanta come una novella medievale: personaggi da romanzi d'avventura si muovono tra meloni, datteri, pesce sfrigolante, cammelli, galline e polpette.

La prossima tappa è Zabid, dove fu inventata l'algebra. Qui Pasolini ha girato diverse scene del "Fiore delle mille e una notte", e lo scenario è bianco di calce, appannato di polvere, ombroso per ripararsi dalla calura. Zabid è una delle città più calde della Terra, ma per fortuna siamo in gennaio. Sostiamo in un palazzo privato dove le donne ci dipingono le mani con l'hennè e dove prendiamo il tè in una stanza di legno e cuscini e finestre colorate. Visitiamo un ossimorico museo senza luce, all'interno della cittadella del palazzo dell'Imam, dove la polvere mulina incessantemente. Pranziamo in uno di quei posti in cui pensi che vorresti essere solo e lasciato lì per molte ore all'ombra su questi letti di legno e vimini intrecciato, con l'omino sorridente che ti porta il tè alle spezie.

Il tramonto lo ammiriamo in un villaggio sul mare nei pressi di Al Khawkhah, fatto apposta per riconciliare le coppie in crisi (informa la Lonely Planet). Le nostre crisi, se ci sono, non sono sentimentali, così affrontiamo con cuore leggero le palme, la spiaggia chiara e gli aironi che ci accolgono nella passeggiata spazzata dal vento potentissimo che a dicembre, inizio della stagione dei datteri, soffia ogni pomeriggio. Per la mattina dopo però possiamo essere sicuri che si sarà calmato.

E infatti diamo spettacolo sulla spiaggia: i nostri bikini sono l'attrazione della giornata per gli sfaccendati locali che stanno accucciati, guancia sulla mano e sguardo fisso. Anche gli "impiegati della dogana", che dovrebbero sorvegliare sull'arrivo di clandestini dalle vicine coste del Corno d'Africa, preferiscono lo show al lavoro. Le conchiglie sono giganti, ma è difficile riconoscerle dentro ai cumuli di spazzatura che ricoprono la spiaggia e il mare. È per questo che accogliamo con entusiasmo l'idea di un giro in barca con tutti gli autisti in mutandoni, con cui si ride tra tuffi e goffi tentativi di risalire a bordo alla maniera dei tonni.

Racconto di viaggio "IL FIORE DELLE MILLE E UNA NOTTE. NELLA FAVOLA DELLO YEMEN" (dicembre 2005 - gennaio 2006)