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Un pugno di moschee

Per i viaggiatori occidentali, l'impressione più vivida prodotta da un primo contatto col Vicino Oriente è la sorpresa di trovarsi in un paese dove l'elemento umano aumenta invece di diminuire la delizia per gli occhi.
[ Edith Wharton, "In Marocco" ]

  • COLPO DI FULMINE CON IL VICINO ORIENTE (Sharm El Sheik, Egitto)

    Quest'autunno ho conosciuto Benny a una festa; giunti al terzo bicchiere di vino abbiamo deciso di andare insieme a Capoverde. Pochi giorni dopo, alla brigata si è aggiunta Rosanna. Poi, abbiamo rinunciato a Capoverde perché costava troppo. Infine siamo arrivati oltre tempo massimo per un viaggio organizzato in Thailandia. Quindi, praticamente, Sharm El Sheik è stata un ripiego.
    Mi ero sempre rifiutata di soggiornare in un posto così finto e turistico e non ero particolarmente entusiasta quando sono salita sull'aereo, in un giorno di quasi Natale. E invece, sono tornata a casa in preda al magone.

  • LO SGUARDO DELLA FAVORITA (Marocco)

    Quell'assaggio di Egitto mi aveva stregata: le melodie arabic e i minareti, il deserto e i cammelli, i minuscoli bicchieri di tè, i pistacchi e il cumino. Dovevo al più presto tornare nel mio “Vicino Oriente”.
    Due mesi dopo sono partita per il Marocco con un tour organizzato. Una sola settimana ma da sola, con persone sconosciute: avrei testato se il fascino persisteva oppure sfumava via senza il mare, senza i pesci e senza gli amici. Avrei sperimentato la libertà di cui parlava De Botton: niente inibizioni e condizionamenti altrui, niente censure alla curiosità per apparire più me stessa agli occhi di persone che già mi conoscevano.

  • IL FIORE DELLE MILLE E UNA NOTTE (Yemen)

    Quando ho deciso di visitare lo Yemen, prima mi sono informata sulla situazione sicurezza. I rapimenti di turisti (tipica usanza di quello Stato mediorientale) non si verificavano ormai da qualche anno, così ho prenotato a cuor leggero un tour con Avventure nel mondo, che sarebbe durato circa un paio di settimane durante le vacanze natalizie. Purtroppo poco prima di partire è giunta notizia del rapimento di due visitatori stranieri, mi sembra di nazionalità austriaca. Non ho dato molto peso alla cosa: ormai avevo deciso e non volevo tornare indietro. Faccio questa premessa per dire che non dovevo sorprendermi se 5 persone partite come me per lo Yemen, lo stesso giorno e con lo stesso tour, invece di godersi un viaggio meraviglioso in una terra da sogno, sono state tenute in un luogo misterioso sotto la minaccia del kalashnikov per quasi tutta la durata del nostro viaggio.

  • ERASE YOUR EGO (Acacus, Libia)

    L'Acacus è un parco nazionale situato in pieno Sahara, a sud-ovest della Libia. Questo viaggio risale alla fine del 2006, ossia a quella finestra di pochi anni in cui il Paese era aperto al turismo e disponibile a mostrare i suoi tesori, sia storici sia naturali. Gheddafi era ancora saldamente al potere e il suo faccione campeggiava ovunque su grandi cartelloni. A sapere cosa sarebbe accaduto di lì a poco, probabilmente avrei scelto di visitare anche i siti archeologici romani. Ma il futuro è imprevedibile e io sono andata solo nel deserto.
    È stato un viaggio particolare, questo. Nel deserto si gela, in inverno. Nel deserto non ci sono bidoni della spazzatura. Nel deserto non ci sono cartelli stradali, indirizzi, uffici del turismo. Non ci sono bagni, bar, case e chiese. Né ci sono passanti. In nove giorni di campeggio libero nel parco dell'Acacus, quindi, ci siamo affidati totalmente agli autisti delle jeep: solo loro sapevano la strada. A noi non rimaneva che respirare l'aria secca, scalare le dune, guardare i tramonti. E cancellare il nostro invadente ego.

  • SIRIA, LA MIA SECONDA CASA

    Quando andai in Siria, nella primavera del 2010, era difficile immaginare cosa sarebbe accaduto soltanto un anno dopo. Era il periodo di Pasqua e, presso il monastero di Padre Paolo, fui colpita dallo spirito di fratellanza che accomunava le famiglie che consumavano il picnic del venerdì islamico e quelle che celebravano il venerdì santo.
    In realtà alcuni dettagli mi fecero riflettere: il Presidente col mezzo sorriso su grandi poster, la chiusura degli abitanti nei confronti dei discorsi politici, i repentini cambiamenti economici e sociali in corso di cui mi parlarono, l'aria inquisitiva della guida russofona che il governo ci aveva imposto. Ma lì per lì non ci feci molto caso, abbagliata dal sole della Siria e affascinata dalle ricche tracce del passato e dalla seducente cordialità del suo popolo.

  • KEBAB A COLAZIONE (Turchia)

    Cara Turchia, sono arrivata con imperdonabile ritardo al nostro appuntamento. Lo sai? Ti giravo intorno già da un po'. Cinque anni fa non eravamo troppo lontane mentre in un minibus, a nord di ALEPPO, l'autista mi diceva: «Vedi, lì dietro c'è la Turchia» e all'autoradio prendevamo le tue stazioni e ascoltavamo la tua musica. Poi, l'anno dopo, ti ho vista dal vivo; a dire il vero, ho visto solo una piccola parte di te, seppure quella più alta: sulla strada per YEREVAN apparve la cima innevata del Monte Ararat e il mio casuale compagno di viaggio ci tenne a farmi sapere che − anche se attualmente la biblica montagna si trova in territorio turco − il lato ben visibile da lì, dall'Armenia, è quello più bello.