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  • Categoria: Albania

La festa di Bajram

Valbona

Il Parco Nazionale di Valbonë è adiacente a quello di Theth ed è più giovane di 30 anni, essendo stato dichiarato solo nel 1996. Per andare dall'uno all'altro c'è chi carica i propri bagagli su un cavallo e, scortato da una guida, si inerpica fino ai 1800 del passo. C'è chi invece, come noi, torna a Scutari e lo raggiunge attraverso Koman e Bajram Curri, approfittando dell'occasione per compiere la mitica gita nella gola del Lago di Koman, il piatto forte del turismo nord-albanese.

Fino a poco tempo fa, questo percorso in traghetto era l'unico modo per raggiungere Bajram Curri da Scutari. Adesso invece è stata costruita una nuova strada e dunque il traghetto è stato sostituito da un'imbarcazione più snella e creativa (costituita dalla parte superiore di un autobus saldata a una barca), che carica solo persone e biciclette.

I passeggeri dell'imbarcazione sono fondamentalmente di due tipologie: 1) turisti che non si sono fatti convincere a prendere una barca turistica, 2) sparuti abitanti di paeselli sperduti ai quali si può accedere soltanto dalle sponde del lago artificiale di Koman: costoro scendono dalla barca e si incamminano in salita, talvolta accompagnati da un cavallo o un asino adibito al trasporto delle loro masserizie.

Il paesaggio della gola montuosa attraversata dallo stretto lago è davvero mozzafiato e la traversata molto piacevole. Passiamo il tempo conversando con altri turisti, ma anche con degli ingegneri di Valona che stanno effettuando un controllo di qualità del mezzo − anche se a me sembra che più che lavorare si stiano godendo alla grande la gita, chiacchierando del più e del meno e fumando sigarette. Grazie a loro, comunque, riesco a farmi prenotare un hotel in quel di Valbona: una camera per me e F. ed una per U., questo simpatico spilungone germanico che abbiamo conosciuto sul furgon e che ora non fa altro che ripetere che questa escursione è una delle esperienze più significative della sua vita.

La località turistica di Valbona, nelle Alpi Albanesi, non è altro che una strada di alcuni chilometri, asfaltata da poco, circondata da meravigliose montagne. Lungo la via, a una discreta distanza l'uno dall'altro, sorgono recenti hotel di legno prefabbricati dai tetti molto spioventi, tutti identici. Poiché è più agevole raggiungerla, rispetto a Theth è una meta più gettonata per il turismo locale, persino per gite di un solo giorno.

Anche su queste montagne si può compiere questo sport faticoso di nome trekking, grazie a una serie di sentieri che conducono l'avventuroso hiker dai circa 1000 metri della strada fino a vette anche di 2500 metri. Ma anche qui non è facile ricevere informazioni e bisogna faticare un bel po' per procurarsi una mappa dei sentieri.

La giornata del nostro arrivo a Valbona era stata piuttosto intensa: dopo una notte da incubo nella fornace di Scutari, alle sei eravamo già alla ricerca del furgon per Koman, alle otto e mezza eravamo all'imbarcadero, la pausa pranzo l'abbiamo trascorsa a Bajram Curri dove si crepava di caldo, e infine ci eravamo smazzati alcuni chilometri sulla famosa e unica strada di Valbona alla ricerca dell'ufficio del turismo. Finalmente ci siamo seduti al ristorante e abbiamo ordinato carne di capretto e agnello (la scelta non era molto vasta).

Alla fine della cena è arrivato un sorridente U., ringalluzzito da una tonificante serata teutonica nella guest house dall'altra parte della strada, di proprietà di una signora tedesca. Purtroppo però il suo momento di gloria è durato poco: non solo ha dovuto ricominciare a parlare in inglese con me e in spagnolo con F., ma ha dovuto assistere all'ennesimo nostro incontro con un albanese che vive in Italia, con cui abbiamo finito la serata. Ora, vorrei dire a U. che non è colpa nostra se il governo tedesco è molto più rigido di quello italiano con la normativa sull'immigrazione.

Questo verboso avventore seduto al tavolo accanto al nostro, che parlava toscano con l'accento albanese di Tropoje (la città di Sali Berisha) ci ha intrattenuto con una serie di racconti sulle sue esperienze di fanciullezza ai tempi di Hoxha: da pelle d'oca quando ha recitato il discorso che − in veste di "pioniere della rivoluzione" − doveva pronunciare ogni mattina prima dell'inizio delle lezioni: «Ero il più bravo della scuola e invitavo i miei compagni a studiare e impegnarsi» ci ha spiegato in uno scoppiettante alternarsi di “c” aspirate toscane e di “r” da polpetta in bocca tropojane. Sono passati quarant'anni e adesso vive un'altra vita, ma ancora si ricorda come un incubo il fatto che durante il regime era vietato portare pantaloni con le tasche e mettere le serrande alle finestre.

Costui risulterà un personaggio chiave nel nostro viaggio, poiché grazie a lui abbiamo scelto la tappa successiva, seguendo le indicazioni che ci ha scritto su un foglietto di carta, tra un sorso di raki e l'altro: Valbona → B. Curri; B. Curri → Gjakovë; Gjakovë → Pejë; Pejë → Bjeshkët e Rugovës.

La mattina dopo, F. e U. sono partiti per un'escursione che li avrebbe portati in vetta al Maja e Rosit e io me ne sono andata a camminare nella direzione opposta, dove non rischiavo di incontrare grossi dislivelli. Ho attraversato lo sconfinato greto secco del fiume circondato dagli abeti e ho proseguito tra i covoni di fieno e i recinti delle pecore, finché una donna non mi ha invitato ad entrare nella loro abitazione.

Mi hanno fatto sedere al tavolo di pietra e mi hanno offerto una coca cola: il capofamiglia spiccicava qualche parola di italiano, la moglie comunicava con me solo a gesti, la figlia tredicenne invece riusciva ad esprimersi abbastanza bene in spagnolo grazie alla sua passione per le telenovelas. La piccola quindi mi ha accompagnato fino alla cascata e, mentre saltellava come una capretta tra le rocce, mi ha raccontato che da grande vorrebbe accompagnare i turisti in montagna come suo fratello maggiore. Tornati a casa, mi hanno offerto un caffè turco, preparato con un fornelletto da campo, ma ho rifiutato. Quando abbiamo fatto la foto di gruppo, io ero l'unica a sorridere.

Al ritorno in hotel, ho incontrato nuovamente suor G. e suor A., che avevo già conosciuto a colazione. In vent'anni di permanenza in Albania ne hanno viste di cose, non posso nemmeno immaginare a quanti cambiamenti hanno assistito. «Qui per esempio» mi avevano detto la mattina davanti al cappuccino «tre anni fa c'era questo unico albergo, ed era anche più piccolo.» Adesso hanno appena finito di pranzare e mi offrono una fetta di anguria ben fresca. «Oggi è Bajram, la festa del sacrificio» mi annunciano «e si prevede grande affluenza di turisti.» E infatti molti tavoli sono occupati da famiglie alle prese con ossa di capretto e agnello da spolpare. «Noi ci siamo tolte il velo e loro se lo mettono» mi sussurrano divertite osservando alcune donne e ragazze con un fazzoletto in testa. «Devi sapere che la religione in Albania è stata crudelmente schiacciata» mi spiegano pazientemente «e gli albanesi erano terrorizzati: il regime è stato veramente il più feroce di tutto l'Est. Era vietata la propaganda religiosa, gli edifici di culto furono confiscati e usati per altri scopi, addirittura i villaggi con nomi di santi furono rinominati. Tutti avevano paura, per una parola di troppo si finiva ai lavori forzati nelle paludi vicino a Valona. E se uno scappava, tutta la famiglia pagava.»

Anche il tizio di ieri sera ci aveva parlato della crudeltà di Hoxha, che addirittura fece ammazzare persino i dirigenti di partito e i membri del suo stesso governo. Poi finalmente morì, di leucemia, e il suo delfino Ramiz Alia prudentemente propose delle riforme, che però purtroppo non bastarono a scongiurare la catastrofe.

Penso che oggi è l'8 agosto e che, esattamente ventidue anni fa, circa ventimila loro connazionali sbarcarono al porto di Bari, con la speranza di cambiare vita. La nave requisita dai disperati tornava da Cuba e non c'era stato il tempo di trasferire tutto il carico di zucchero che essa trasportava: per molti quello zucchero tenne viva la speranza in tutto il viaggio. La scena della nave carica come un formicaio nessuno la può dimenticare, soprattutto dopo che quell'evento è diventato emblematico, trasformando l'Italia da Paese di emigranti a terra promessa per gli immigrati. Da allora, a Bari si usa dire: «Vai vestito come un albanese.»

Racconto di viaggio "IL PAESE DI FRONTE E QUELLO CHE NON C'ERA" (agosto 2013)