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Esercizi di memoria a Sarajevo

Vicino alla cattedrale del Sacro Cuore una grande insegna nera attira la mia attenzione. La "Galerija 11/07/95. Srebrenica exhibition" è il primo memoriale del Paese, fondato per non dimenticare quello che è stato definito "il più spaventoso massacro in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale". Guardando il Memorial Video torniamo a quei giorni di luglio del 1995 in cui, dopo la resa di Srebrenica, circa ottomila maschi musulmani furono portati via e massacrati dalle truppe speciali del futuro criminale di guerra Ratko Mladić. Le terrificanti foto in bianco e nero di Tarik Samarah si concentrano sul dopo (fosse comuni, riesumazioni di cadaveri, campi profughi), il montaggio serratissimo di foto in bianco e nero di Paul Lowe (con la “Summer Overture” di Mansell che attorciglia le budella in sottofondo) è dedicato all'assedio di Sarajevo e molte altre testimonianze esplorano il lato oscuro degli anni Novanta al di là dell'Adriatico.

Al numero 7 di Ferhadija c'è un altro museo nuovo di zecca, aperto soltanto da 5 giorni. "Museum of crimes against humanity and genocide 1992-1995" c'è scritto nel cartello pubblicitario sulla strada. Le indicazioni sono chiare: entrare in un cortile, suonare al citofono e salire al primo piano.
«Ti ho vista ieri sera sulla Miljacka», mi dice un tizio sui quarant'anni alla reception. Gli ho fatto una domanda sul museo, ma lui non capisce bene l'inglese. «Sono stato prigioniero in un detention camp in Republika Srpska, devi aver sentito parlare di Žepa vero? Lì mi hanno torturato.» Suda, anche se non fa molto caldo. Io non so cosa dire e gli tocco leggermente il braccio. Il museo è un pugno nello stomaco: contributi di vario genere illustrano i crimini commessi in Bosnia durante la guerra, soprattutto nei campi di detenzione, e una sezione è dedicata al lavoro del Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia. Osservando le fotografie dei prigionieri pelle e ossa, le fruste e i manganelli esposti nelle bacheche, i brutti maglioni insanguinati dei manichini, io penso in continuazione al tizio della reception e mi dispiace tantissimo che ieri non mi abbia fermata quando mi ha vista che camminavo da sola sulla Miljacka.

C'è molta gente sul bastione giallo ad aspettare il tramonto. Siamo tutti affacciati sul catino di Sarajevo, con il suo fiume e i suoi ponti, i suoi cimiteri e i suoi minareti, aspettando che il sole compaia almeno un secondo nel cielo opaco prima di sparire definitivamente dietro le montagne olimpiche. Mi sembra di stare nella scena finale del film "Benvenuti a Sarajevo", dove centinaia di cittadini salgono alla fortezza per partecipare ad una manifestazione per la pace – manca solo il violoncellista che suona l'Adagio di Albinoni.
Il sole si degna di apparire quando ormai ho perso le speranze e sto camminando in discesa tra le lapidi a perdita d'occhio. È un sole gigante tagliato a metà da una nuvola invisibile. Due semicerchi color sangue accanto alla torre della televisione.

Racconto di viaggio "NEL CUORE DEI BALCANI. Esercizi di memoria tra Mostar e Sarajevo" 

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