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  • Categoria: Kosovo

il Paese che non c'era

La valle di Rugova

Noi siamo a Decani, nella terra dove è nata l’ortodossia serba e poi s’è incendiata la Jugoslavia: il Kosovo, detonatore dello scontro tra slavi e albanesi. Decani, la Cluny dei Balcani, paradiso blindato, protetto dagli italiani sotto bandiera Onu. Oltre il porticato vedo le loro sigarette accese nella foresta; son lì a pattugliare la strada. Senza di loro Decani non esisterebbe: nel 2004, centodieci luoghi santi sono stati incendiati o dinamitati per ritorsione, dopo i massacri serbi del ‘99. Ho visto, arrivando qui, le loro terribili macerie.
[ Paolo Rumiz, “Gerusalemme perduta” ]

Per raggiungere Peja dall'Albania bisognerà cambiare un po' di mezzi. Il primo van ci porta da Valbona a Bajram Curri e parte alle sette di mattina. A Bajram Curri siamo subito presi su da un altro furgon, che deve prima ovviamente sbrigare alcuni servizi di carico e scarico gente e mercanzia in città e poi può partire alla volta del confine. Alla dogana le procedure sono molto sbrigative, visto che siamo soltanto in quattro: oltre me, F. e U., c'è soltanto un vecchio dalla faccia di pergamena e il cappello tradizionale di lana cotta bianca poggiato sulle orecchie piegate.

L'Albania è finita, entriamo in un nuovo territorio, fatto di palazzi ricostruiti dopo la guerra (la maggior parte non ancora finiti, col mattone vivo senza intonaco), bar affollati, hotel pieni, aria di vacanza, cartelli stradali in serbo, albanese e inglese. A Gjakova, sceso il vecchio con il cappello a forma di uovo, il conducente deve prima trovare una sistemazione conveniente a U. e poi accompagna noi alla stazione degli autobus.

Il mezzo per Peja non è né un furgon né un grosso pullman scassato stile albanese, ma è nuovo di zecca e ha l'aspetto molto più europeo: i passeggeri sono silenziosi, si ascolta un programma radiofonico kosovaro e alle pareti sono affissi manifesti pubblicitari di corsi di formazione o offerte di lavoro in Svizzera. Per le strade, circolano numerose auto di grande cilindrata o SUV targati CH oppure D: sono felice per U. che si prenderà la rivincita dal punto di vista linguistico.

Uno dei pochi passeggeri che parla italiano si siede vicino a me e mi racconta della sua vita di ex-emigrato in Italia, quindi si offre di aiutarci a raggiungere le famose montagne di Rugova, l'ultima meta scritta sul foglietto (anche se io temo che il suo piano prevedesse l'accordo col tassista per farci pagare la corsa il doppio del dovuto). In ogni caso, il tassista ci conduce attraverso una spettacolare gola dalle pareti di roccia: la strada si inerpica tra tornanti e strettoie, entra in gallerie naturali e costeggia il fiume Lumbardhi, che scorre più in basso. Alla fine ci lascia in questo Camp, praticamente identico agli hotel di Valbona, dove a pranzo le famiglie accorrono per mangiare le trote allevate nei vasconi sotto alle palafitte.

La valle di Rugova

Dopo Theth e Valbona abbiamo raggiunto la terza e ultima destinazione attraverso le Alpi albanesi: la Valle di Rugova, una delle mete turistiche più note del Paese fin dai tempi della Jugoslavia. Durante il Medioevo, da questa strada passava la via carovaniera che collegava Peja con Ragusa, sulla costa dalmata. In tempi più recenti invece, nelle foreste di Rugova si nascondevano i guerriglieri armati dell'esercito di liberazione kosovaro, mentre i contrabbandieri l'attraversavano per entrare e uscire indisturbatamente dal Montenegro. Qui è possibile effettuare attività come sci, trekking, mountain bike, arrampicata, rafting, ma anche assaporare i prodotti della terra o semplicemente godersi la natura in pieno relax.

Al progetto “Peaks of the Balkans”, trekking transfrontaliero tra Kosovo, Albania e Montenegro, è stato recentemente assegnato il Tourism for Tomorrow - Destination Stewardship Award, un riconoscimento internazionale in materia di turismo sostenibile. L'Associazione Trentino con i Balcani ha messo a disposizione le proprie competenze sia per la realizzazione dei sentieri di trekking (come si deduce dai familiari cartelli di legno incisi) sia per la creazione della rete di accoglienza, nell'ambito di un progetto di cooperazione coordinato dalla Regione Toscana e finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano.

La strada che attraversa la valle oggi è asfaltata per una ventina di chilometri circa, ci sono diverse guest house, ristoranti e alcuni edifici in costruzione e tutto sembra idilliaco (fino a che non inciampi in una montagna di spazzatura puzzolente mentre raccogli i mirtilli). Tra le attrazioni si segnalano cascate e laghi, grotte e picchi alti più di 2000 metri, inoltre nell'area sono sparsi tredici piccoli villaggi: a BOGE, l'ultimo alla fine della valle, la gola si allarga in pascoli, boschi e valli secondarie; ci sono gli impianti di risalita e le baite in stile valdostano, mentre l'Austria ha fornito i capitali per costruire questo albergo a svariate stelle.

Purtroppo, anche se la valle di Rugova dista pochissimi chilometri dal Montenegro, non siamo riusciti a portare a termine il nostro personalissimo progetto transfrontaliero dei “Picchi dei Balcani” per due ragioni: 1) dopo le escursioni nelle Alpi albanesi le gambe erano inutilizzabili (non a caso vengono definite "montagne maledette"); 2) la famiglia kosovara, automunita, con cui abbiamo trascorso questi pochi giorni non ne voleva proprio sapere di attraversare il confine, perché al di là della frontiera vivono i serbi che hanno abbandonato il Kosovo. Alla faccia del Tourism for Tomorrow e del Balkans Peace Park.

Peja

A Peja è giorno di bazar: a parte i formaggi e le verdure, gli oggetti in legno e i vestiti tradizionali, il resto è paccottiglia inguardabile. In giro è un trionfo di paillettes, perline, tessuti color oro e argento, chiassosi abiti acrilici lunghi fino ai piedi, lucidi e pieni di balze e volant, indossati da manichini storti e pieni di ferite, con finti capelli arruffati, a volte privi di arti. Il target di riferimento penso che sia costituito al 99% dai kosovari immigrati in Svizzera e Germania che tornano per le vacanze e come minimo saranno invitati a un paio di matrimoni.

È molto triste constatare che una buona parte delle rimesse dei kosovari all'estero (che costituiscono il grosso dell'economia del Paese), vengano sprecate in matrimoni da più di 20mila euro. L'altra categoria commerciale più presente in città (non a caso) sembra dunque quella dei regali di nozze, e poi vengono le rivendite di qebab (che saturano l'aria di fumo profumato) e quelle di cd, perché pare ci sia tutto un mondo di musica kosovara che io non conoscevo.

Tra le moschee e le chiese cristiane, e anche fuori città, tra una cascata e un cartellone di promozione turistica, molte lapidi di marmo grigio o nero commemorano ex combattenti dell'UCK, l'Esercito di Liberazione del Kosovo, eroi per qualcuno, spietati terroristi per molti altri. L'attuale primo ministro kosovaro, Hashim Thaçi detto "serpente", ne era uno dei leader, prima di assumere il governo del Paese e condurlo all'indipendenza − prima anche di essere accusato di una serie di nefandezze, come il traffico di droga e armi, l'estorsione, lo sfruttamento della prostituzione. Dovunque sventolano le bandiere con l'aquila bicipite nera su sfondo rosso, solo a volte affiancate dalla bandiera ufficiale del Kosovo: uno sputo giallo su sfondo blu più sei stelline bianche.

Sono passati 14 anni dai bombardamenti della NATO e 5 anni e mezzo dalla proclamazione, unilaterale, dell'indipendenza, ma la Cina e la Russia, la Spagna, la Romania e molti altri Paesi (tra i quali, naturalmente, la Serbia) continuano a non riconoscere l'esistenza di questo piccolo Stato. Per le strade di Peja ne incontriamo tante di camionette e jeep con la bandiera italiana, ma anche austriaca e slovena: sono i contingenti del KFOR, la forza militare internazionale guidata dalla NATO che dalla fine della guerra presidia il territorio (alcuni di loro proteggono i due monasteri ortodossi dell'area: il patriarcato di Peja e il monastero di Decani). Ci facciamo una passeggiata fino alla base italiana di Belo Poje (il “Villaggio Italia”), quartier generale del Multinational Battle Group West, attraversando la campagna costellata di cimiteri ed edifici abbandonati, ma anche villette con giardino, sotto un cielo sempre più livido e un'umidità insopportabile.

Continuo a girarci intorno

M. nel frattempo mi ha comprato un regalo: un quadro in velluto rosso su cui campeggiano l'aquila e lo sputo, affiancati, entrambi realizzati con minuscole pietroline. Voleva che mi restasse un bel ricordo del popolo kosovaro. Vedere la bandiera albanese e quella kosovara sempre appaiate mi fa credere che la nascita di un unico Stato sia il sogno di tutti, ma mi sbaglio.

Mentre mangiamo l'anguria, tagliata a fettine sottili dal personale del ristorante, D. mi racconta cosa successe nel '91. «Ero in Italia già da tre anni. All'epoca gli stranieri erano pochi e di lavoro ce n'era quanto ne volevi. Avevo sempre detto a tutti di essere albanese: che ne sapevano loro del Kosovo? E poi non volevo star lì a spiegare. Poi arrivò lo sbarco degli albanesi in Italia e cominciai a dire che ero kosovaro: sai, non volevo mischiarmi con quei teroni lì. I miei concittadini allora si meravigliarono: − Ma fino a ieri non eri albanese? − Mi dicevano». E giù a ridere col succo dell'anguria che cola. «In Italia mi ero trasferito prima che tutto iniziasse, per incontrare uno che mi doveva portare in America. Avevo 15 anni. Al luogo dell'appuntamento quel signore non si vide, lo aspettai per ore, finché si avvicinò un veneto che mi propose un lavoro».

L. andava ancora a scuola quando lui è partito. Mentre mangiamo i peperoni arrosto, mi racconta della sciagura che seguì alla decisione di Milosevic di togliere l'autonomia al Kosovo. «La scuola fu serbizzata e noi ci rifiutammo di frequentarla: ci riunivamo in case private e facevamo lezione nelle cantine e nei sottoscala, sempre con la paura che qualcuno ci scoprisse». Per fortuna tutto è andato per il meglio: lei e tutto il resto della famiglia lo hanno raggiunto in Italia e adesso hanno quattro figli che studiano a scuola, senza contare che possono permettersi di tornare nella loro terra per le vacanze, approfittando dei prezzi bassi per curarsi i denti, fare scorte di derrate alimentari e strafogarsi di qebap.

Sembra che io continui a girarci intorno a questa ex Jugoslavia. Prima qualche puntata nella Slovenia di confine e in Istria, un Natale di qualche anno fa. Poi alle Porte di Ferro, in Romania, dove della Serbia sentivo solo l'odore. E ora in Kosovo, capitata per caso grazie a un foglietto scritto da un albanese che vive in Toscana. E anche adesso che sono qua, qualcosa mi dice che sto continuando a girarci intorno.

Racconto di viaggio "IL PAESE DI FRONTE E QUELLO CHE NON C'ERA" (Albania e Kosovo, agosto 2013)