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  • Categoria: Polonia

benvenuti all'inferno

Cracovia e Auschwitz

La meta principale di questo viaggio, inizialmente, era Cracovia, capitale reale per cinque secoli, gioiello architettonico rimasto miracolosamente illeso dagli scempi della guerra, base ideale per raggiungere i due siti UNESCO di Auschwitz-Birkenau e delle miniere di sale di Wieliczka.
Poi una serie di circostanze che non starò qui ad elencare mi ha fatto deviare verso Danzica − cioè nella direzione esattamente opposta −, da cui poi ho intrapreso la discesa verso Cracovia, compiendo un assurdo itinerario ad ellisse schiacciatissima di circa 1500 chilometri.

Cracovia, sin dal mio arrivo, sembra che voglia riparare a tutte le difficoltà di comunicazione riscontrate altrove: numerosi cartelli in inglese mi indicano il centro, la stazione dei treni, i monumenti... e ci sono persino i ragazzi con il gilet arancione con la I di informazioni che aiutano a trovare il treno o l'autobus di cui uno necessita. Tanti parlano inglese, perfino nelle farmacie, e soprattutto nella temibile biglietteria della stazione degli autobus, che in questo caso è dotata di un tabellone luminoso con tutte le prossime partenze, cosa inconcepibile nel resto della Polonia.

Attraverso graziose e garbate viuzze raggiungo la piazza quadrata più grande della Polonia o addirittura dell'Europa intera e vengo accolta da musica jazz, festose carrozze trainate da cavalli infiocchettati, fiori colorati. La luce del tramonto indora i campanili asimmetrici della chiesa di Santa Maria, la cupola verde della piccola chiesa di Sant'Adalberto, il mercato dei tessuti intorno a cui si dispiegano le facciate pastello della piazza del Mercato. E anche il quartiere Kazimierz, con gli ebrei ultra-ortodossi, i murales e le coppie di sposi in posa, mi appare frizzante e movimentato: lo storico ghetto ebraico oggi è infatti diventato il centro della movida notturna.

Il giorno dopo, al mio risveglio, ancora niente lasciava presagire la catastrofe, anzi, addirittura sono arrivata in tempo per occupare l'ultimo sedile libero sull'autobus diretto ad Oswiecim. Che fortuna! Mi sono detta guardando altri passeggeri saliti dopo di me che si sono dovuti sciroppare quasi due ore di lento tragitto in piedi. Sui sedili di lana si sudava, ma ero ancora ottimista, seduta sull'ultimo sedile libero, al centro della fila in fondo.

Quando sono scesa nel piazzale antistante al museo di Auschwitz, l'inferno ha lanciato le sue prime avvisaglie: non solo c'erano migliaia di persone e decine di autobus, non solo era pieno di negozietti di bevande e souvenir, ma il mio corpo era ricoperto di bolle. Ho diligentemente fatto un'abbondante mezz'oretta di fila, poi sono stata dotata di cuffie e inserita in uno dei gruppi che partivano in quel momento, costituito da non meno di 50 persone, con guida in carne e ossa dotata a sua volta di microfono.

La visita guidata prevedeva un ordinato serpentone di gente che entrava e usciva a velocità supersonica dai vari edifici allestiti a museo. La guida raccontava per la millesima volta l'orrore con una freddezza frutto dell'abitudine. I turisti che la seguivano guardavano e fotografavano le montagne di valigie, i cumuli di capelli da donna, le migliaia di scarpe, pennelli da barba, spazzole, occhiali rotti, protesi, cessi, prigioni e pagliericci. Alcuni visitatori erano visibilmente commossi ma non potevano fermarsi perché sospinti dagli altri gruppi che seguivano disciplinatamente l'itinerario previsto. Col passare dei minuti e l'aumento della temperatura, le mie bolle hanno cominciato ad ingrandirsi e prudere sempre di più.

«Non andare ad Auschwitz domani», avevo sentito dire la sera prima al bar Singer, «ci saranno 39 gradi e a Birkenau non c'è nemmeno un po' di ombra». Ho consultato l'orario della corriera per rientrare a Cracovia (orario che insieme ad alcuni giapponesi avevo fotografato alla fermata) e sono scappata per prenderla in tempo.

Tornata in città e assunta una pasticca di antistaminico, ho attraversato il quartiere Kazimierz, ho percorso il ponte sulla Vistola e ho raggiunto l'ex fabbrica di Schindler, che dal 2010 ospita il museo dell'occupazione nazista di Cracovia. Sono poi passata dalla piazza Bohateròw Getta dove c'è la famosa installazione con le sedie sparse che commemora l'evacuazione del ghetto. Quando mi sono seduta in uno dei ristoranti del quartiere ebraico, allietato dall'orchestrina klezmer, non credo di aver fatto un'ottima impressione al personale, che in ogni caso mi ha dato lo stesso da mangiare (non ricordo nemmeno cosa, sentivo solo odore di Autan e crema antistaminica).

La Cracovia del giorno dopo non è più la stessa. I turisti di tutto il mondo sudano copiosamente. I cavalli infiocchettati hanno sete. Le statue viventi si tolgono la maschera e bevono incredibili quantità di acqua sedute sul marciapiede. Gli sposi non osano farsi fotografare fuori dall'ombra dei portici del Mercato dei tessuti. Solo il bronzeo poeta Mickiewicz e un buffo cane di pietra che suona il flauto restano impassibili al centro della piazza.

Visto che le bolle si stanno rapidamente infettando, non solo è una tortura visitare sotto il sole cocente il quartiere di Kazimierz sulle tracce di "Schindler's List", ma devo abbandonare precocemente anche il walking tour nella città vecchia, dopo aver visitato solo il Teatro Słowacki e la Porta Floriańska (niente castello di Wawel, né luoghi di Giovanni Paolo II). Ciò significa che non riesco ad entrare nella Cattedrale, dove Karol Wojtyla ha celebrato la sua prima messa come arcivescovo di Cracovia, né nel Museo Arcidiocesano, dove si trova la stanza in cui abitava il papa prima ancora di diventare vescovo. Mentre mangio uno zapiekanki, il più tipico degli street food (una gigantesca mezza baguette farcita), penso che ho del tutto ignorato la chiesa di San Floriano, la chiesa di San Stanislao Kostka e un'altra dozzina di chiese, né ho potuto vedere il capolavoro di fama mondiale La dama con l'ermellino di Leonardo da Vinci.
Inutile dire che non sono andata a Lagiewniki, per seguire l'affascinante storia di suor Faustina, né a Wadowice, la città natale di Papa Giovanni Paolo II, né a Czestochowa, per vedere il famoso quadro della Madonna Nera, né tanto meno alla miniera di sale di Wieliczka.

Invece mi sono fatta una doccia gelata e ho atteso pazientemente che il sole tramontasse, stesa sul mio letto di legno di abete con il materasso sottilissimo.
Sentendo gli arcinoti scricchiolii del pavimento, ho pensato ai combo tour "Miniera di sale di Wieliczka, Zakopane e Auschwitz-Birkenau" e alle decine di autobus turistici nel piazzale del più famoso lager nazista, alle carrozze trainate dai cavalli e ai concerti di jazz klezmer. Poi mi sono venuti in mente tutti i monumenti in memoria e i cimiteri ebraici, le piste ciclabili e le birrerie lungo la Vistola, i tetti rossi visti dall'alto, i musei multimediali e i sottopassaggi visti durante il viaggio. A seguire, sono sfilati nella memoria Copernico, Chopin e Mickiewicz (e le loro relative statue), la birra con lo sciroppo di lampone, i girasoli e i pierogi, i lavori in corso, i centri storici ricostruiti dai comunisti e gli sgraziati hotel a più piani.
E per finire, mandando un saluto ai conducenti con i baffi alla Boniek e perfino alle cassiere delle stazioni degli autobus, ho ripercorso virtualmente i millecinquecento chilometri di pianura che mi sono passati davanti agli occhi, mentre per dieci giorni viaggiavo nei treni (e nei pochi autobus) della Polonia, in Europa, nell'estate del 2013.

Racconto di viaggio "1500 chilometri di pianura. Itinerario estivo in Polonia" (luglio 2013)