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  • Categoria: Spagna

Settimana santa a MADRID


2008


2019

La prima volta che sono andata in Spagna avevo 25 anni, ero piuttosto ingenua e ho passato una torrida settimana di agosto a Barcellona. Ci sono tornata dopo due anni, ma ero nei Paesi Baschi e non ho riconosciuto la lingua. San Sebastian era in preda a una grande festa estiva, la "Semana grande", nei locali del centro storico le serate iniziavano spiluccando pinxos  e si concludevano ballando sfrenatamente a luci basse; alcune osterie erano votate interamente alla causa indipendentista, tappezzate di fotografie di persone scomparse e scritte incomprensibili. Di giorno andavo al mare alla Concha, la grande spiaggia dove è evidente il fenomeno delle maree, ma ho visitato anche il promontorio verde e collinoso di Urgull e il Kursaal, l'auditorium progettato da Rafael Moneo. Al Guggenheim Museum di Bilbao, oltre alla collezione permanente, c'erano le esposizioni temporanee degli abiti di Giorgio Armani e delle opere di Naim Jume Paik. 
Sette anni dopo ho preso un volo per Madrid durante le vacanze di Pasqua. Non avevo scelto quel periodo per assistere alle celebrazioni della Settimana Santa (di cui ignoravo l'esistenza), ma soltanto perché avevo dei giorni di ferie. Sono state dunque una bella sorpresa. E non avevo scelto Madrid per la via notturna, ma piuttosto per visitare i suoi musei. Anche la vita notturna, dunque, è stata una bella sorpresa.

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Madrid è una città di montagna e ha un clima montano. Ha quell'alto cielo spagnuolo terso che fa parer sentimentale il cielo italiano. Il caldo e il freddo vanno e vengono rapidamente.
(Ernest Hemingway, "Morte nel pomeriggio")

Il volo Iberia ha spaccato il minuto, il clima non è tanto infido come avevo letto nell'ultima pagina di Repubblica (che dava la temperatura minima a -1), il centro comodo da raggiungere dall'aeroporto con la metropolitana, la camera dell'hostal pulitissima (anche se più simile a un ripostiglio che ad una stanza d'albergo), l'uomo della reception prodigo di consigli e sorrisi.

È l'ora dell'aperitivo, ideale per dedicarsi all'esplorazione del centro. Nei dintorni di Placa Santa Ana inizio da una cerveceria famosa per la birra artigianale, proseguo in un localino con musica jazz in Calle Huertas dove discuto con il barista di cinema neorealista italiano e infine approdo al locale piastrellato situato accanto all'hostal dove dei ragazzi greci mi offrono un piatto di jamon serrano appena affettato accompagnato da sangria. Ci scambiamo i numeri per rivederci la sera successiva e salgo faticosamente i quattro piani di scale in legno per giungere nello sgabuzzino dove dormo (dove dormo come un ghiro, essendo le tre passate).

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Al mattino (orario iberico, naturalmente) mi dirigo al Prado, dove c'è una fila smisurata per acquistare i biglietti e dove resto tre ore ("Tre ore nel museo del Prado" è il titolo di un libro di Eugenio D'Ors, la cui traduzione italiana è attualmente fuori catalogo).
Velasquez mi seduce: intorno alle damigelle, Filippo IV campeggia alto e serio con gli occhi da pesce lesso e il mento sporgente sotto alle umide labbrone. I dipinti di Bosch sono dei veri mondi da scoprire: avvicino al massimo la testa alla tela e quasi quasi ci entro per scoprire gli infiniti dettagli delle sue creature fantastiche e grottesche.

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In calle Atocha mi siedo alla barra di uno squallido bar e degusto una seppia alla plancha con salsa all'aglio, guardando i video allo schermo. Proseguendo su quella strada verso il centro (chiesa, sexy shop, monumenti commemorativi, mercato coperto) comincio a sospettare che il giovedì santo in Spagna sia festivo.

Prendo la direzione del Palazzo Reale, attraversando l'enorme e scenografica Plaza Mayor, quadrata e invasa dai tavolini. In cattedrale c'è la funzione del giovedì santo ed è così grande ed affollata che sono allestiti dei maxischermi. Il centro è tutto transennato e i poliziotti deviano energicamente gli automobilisti imbottigliati. Infatti in calle Mayor la gente assiepata attende la processione, prevista per le sette; mi posiziono anche io insieme a loro, ma il tempo passa, sono le otto e tutto tace, noi siamo sempre più stipati, la calca strabocca in tutte le vie vicine e non riesco a trovare vie di fuga.

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Mi svincolo avviandomi verso la Latina, dove mi fermo a prendere una caña in un locale: il barista brasiliano mi rimpinza di calamari, cavolfiori fritti, anelli di cipolla e polpettine e mi offre la birra in segno di amicizia. Una cosa bella di Madrid è che la gente non se la tira, non si ingella i capelli e non si carica di gioielli, e nello stesso bar puoi trovare persone di tutte le età e classi sociali.

Arrivano i miei nuovi amici e siamo pronti per assistere alla processione del Cristo pobre, che prevede la banda, le sfilate di incappucciati, la madonna portata a spalla, il cantante che la onora dal balcone gorgheggiando e la folla che plaude urlando "Macarena" e "Guapa". Arriva a seguire il Cristo pobre, che tanto povero non è, visto che compare su un baldacchino di argento massiccio lavorato. Terminata la processione e sgridati dai devoti per la nostra mancanza di rispetto nei confronti del rito, raggiungiamo un locale argentino dove il bandoneon suona dei tanghi.

Dopo le 11 possiamo raggiungere Palazzo Gaviria per quattro salti in discoteca, dove pascolo in sontuose stanze dai soffitti alti e affrescati, cercando di limitare i palpeggiamenti di alcuni giovani indigeni che intendono divertirsi a spese delle turiste sole, imitando le tentacolari mosse dei polpi. Come è tradizione, la serata si conclude con una mangiata di churros intinti nella cioccolata calda.

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Per raggiungere il museo Reina Sofia, attraverso un desolante e deserto quartiere Lavapies, dove ho la conferma che anche il venerdì santo è un giorno festivo.
L'arte contemporanea la accompagno con i Baustelle nelle orecchie. Visito per primo il secondo piano dove scopro l'esistenza di uno scultore di nome Pablo Gargallo all'opera nei primi decenni del Novecento, dedico poco tempo a quelle noiosissime opere di collage con le chitarre di Gris e Braque, di surrealista c'è il "Grande masturbatore" di Dalì, e un po' di Mirò. Si può guardare "Un perro andaluz", una pellicola fuori di testa di Bunuel, e poi le foto di Kertesz, "Un mundo" di Angeles Santos. Poi c'è la "Guernica", enorme e affollata, tornata in Spagna nell'81. Tutto intorno è un tripudio di minotauri, Dore Maar, madri che piangono, giudizi di Paride e altra mitologia, scene di guerra come la colossale "Matanza in Corea". Al quarto piano invece si scade nella noia degli astrattismi e delle avanguardie e allora percorro rapidamente i corridoi. I piedi sono in fiamme e poiché dopo le solite tre ore non sono riuscita a vedere tutta la temporanea di Picasso, ho desistito con nonchalance, convincendomi retroattivamente di aver già visto tutte quelle opere a Parigi e Barcellona.

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Mi fermo in un sordido locale col pavimento pieno di tovagliolini usati e puzzolente di fritto, già che ci sono mangio un bocadillo de camarones (sembra normale tornare a casa coi vestiti che puzzano di frittura, se frequenti i locali madrileni). Attraversando piazza Cibeles raggiungo l'elegante Gran Via. Taglio poi verso il quartiere della Chueca, famoso per la movida gay. Il quartiere popolare di Malasaña è anch'esso pressoché deserto di giorno.

Torno alle 7 e 30 in hostal, distrutta: il tizio della reception non vede l'ora di comunicarmi che la più importante processione del venerdì santo sta per passare entro pochi minuti e io non posso assolutamente perderla. Lo guardo stravolta e terrorizzata, però un senso di colpa mi fa uscire venti minuti dopo verso calle de la Cruz per rendermi conto che è troppo tardi e tutta la gente sta tornando indietro.

La sera affronto un tipico piatto di callos a la madrileña, trippa affogata in un grassissimo brodo al pomodoro in cui galleggiano pezzi di salsiccia. Sulla via del ritorno incontro la tanto bramata processione: la madonna nera piange cristo morto e la banda segnala cupamente il passaggio degli incappucciati. Al caffè il concerto di african jazz è davvero troppo affollato così ritorno al locale sotto casa.

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L'ultimo giorno è dedicato alla collezione privata del museo Thyssen-Bornemisza. Prima però approfitto dell'unica mattinata di negozi aperti per fare un giro nelle vie commerciali vicine a Plaza del Sol. Torno sulla Gran Via fino a plaza España, fiancheggio il Palazzo Reale, costeggio il senato, guardo il teatro e in calle Arenal il cerchio della spiritualità pasquale si chiude perché stanno smontando la madonna dal piedistallo.

Giungo al Thyssen quando inizia a piovere e trascorro le mie solite tre ore, accolta dai mastodontici ritratti dei Reali di Spagna. Qui il mio tour nella sterminata collezione segue l'ordine cronologico che dai primitivi italiani mi conduce fino alle opere di fine Novecento.

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Con Giovanni Allevi ancora nelle orecchie e ubriaca dal miscuglio di crocifissioni, paesaggi, ritratti e astrazioni, torno verso piazza Cibeles. Il quartiere è deserto e uggioso, mi fermo a Santa Barbara a mangiare una tortilla di patate prima di raggiungere i grandi viali chic di Salamanca. Mi rifugio dal diluvio in un Cortes Ingles dove acquisto una borsa di kukuxumuso (che due mesi dopo ho inavvertitamente dimenticato in un autogrill nei pressi di Genova, con tutto il suo contenuto).

Non posso non andare a vedere il trionfante giardino d'inverno della stazione Atocha. Il freddo è pungente e torno in metro, insieme a un gruppo di odiosi umbri cinquantenni che sembrano i miei alunni in gita; si ferma la metro per controlli e per lunghi minuti mi immagino una tragedia in metropolitana nella quale io resterò per sempre legata al gruppo di turisti umbri.

Dopo un meritato riposino, pago il conto ed esco per cena. Entro in un posticino raccolto e ordino una copa di vino tinto seduta alla barra, mentre mi guardo intorno: una gigantesca testa di toro pelosa si protende dalla parete accanto alla lavagna su cui è scritto il menu (che cerco di decifrare). Chiedo allo chef — maglietta bianca su pancia prominente, nessun accenno di sorriso — cosa mi fa assaggiare. Flemmaticamente mi serve un pincho di orecchie di maiale alla piastra, ingentilite da corpose manciate di aglio e peperoncino: uno spuntino robusto e crocchioso di cartilagini da cui esco provata. Chiedo qualcosa di più leggero e mi serve due champignon di una certa stazza ripieni di aglio e prezzemolo. Vado avanti a tentativi e rimedio dei peperoni verdi fritti. E infine ricevo delle delicate polpette di carne. Nel frattempo la partita Juve-Inter attira italiani e calciofili di ogni provenienza, il cameriere indiano fa l'indiano, cioè mi fissa con sguardo implorante e cerca di entrare in comunicazione con me giocando la carta della mia compatriota Sonia Gandhi. 

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C'è un delirio di gente in giro in queste strette calles, nonostante il freddo cane; invece in Plaza Mayor, spazzata da un vento gelido, sfuggo all'imbarazzante tentativo di socializzazione di un brasiliano sovrappeso con cui condivido per un attimo il vuoto di quel luogo solitamente affollatissimo. Coraggiosamente raggiungo un locale di flamenco in Cava Baja.

Entro per prima nello stanzone seguita a pochi secondi di distanza da sparuti gruppetti esitanti delle più diverse nazionalità. Ci accomodiamo ai tavolini mentre il chitarrista, la cantante e soprattutto il carismatico cantante (già al corrente di essere su youtube) si riscaldano. La serata trascorre in allegria, tra schitarrate e conversazioni internazionali, insieme a un gruppo di svedesi di mezz'età, a un ragazzo di Berlino (che ci sono volute 3 birre medie per fargli venire il coraggio di parlare), a un attempato madrileno su di giri perché la moglie era in vacanza. 

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