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Benvenuti in Estonia

I muri hanno orecchie e le orecchie begli orecchini.
[ Paul-Eerik Rummo, poeta estone ]
Tartu

La "piccola Estonia" non gode di eccessiva popolarità: non solo ha una posizione alquanto defilata nella carta europea, ma è così minuscola che sembra quasi che la Finlandia − e anzi la Scandinavia intera − le possa cadere addosso da un momento all'altro distruggendola per sempre. La lingua inoltre è caratterizzata da un vocabolario traboccante di termini ugro-finnici impronunciabili e, come se non bastasse, ci abitano appena un milione e trecentomila abitanti, i quali hanno l'incomprensibile usanza di non emigrare.

Il nostro itinerario è incominciato da Tartu, la seconda città più grande del Paese, nota per la sua università presente sin dal 1632. Il tassista Sergei, ex alcolizzato, ex russo ed ex ballerino (cosa quest'ultima che sembrerebbe incredibile oggi a giudicare dalle dimensioni della sua pancia), ci ragguaglia immediatamente in merito al caldo davvero inusuale che sta imperversando in questo luglio nordico. Non è ancora completamente buio quando alle 23 e trenta ci rechiamo in un pub gotico per mangiare un pancake (nella cui preparazione gli estoni sono degli specialisti), invece alle 2 e mezza circa già comincia vagamente ad albeggiare.

Di giorno (stemperato il tasso alcolico) il centro, nonostante i turisti e gli studenti che affollano i tavolini all'aperto, è tanto placido e silenzioso che si può distintamente sentire il rumore dei tacchi sull'acciottolato, mentre si passeggia tra vasi fioriti, carrelli dei gelatai, targhe che commemorano i trascorsi di teologi e filosofi illustri. Nella piazza principale l'effetto torta nuziale è assicurato dal municipio rosa confetto, dagli stucchi bianchi e dalla fontana scura che rappresenta due fidanzatini che si baciano perennemente sotto un ombrello grondante. La città è attraversata da un fiume, molto ambito in questi giorni di gran caldo nonostante il suo colore rancido, ed è molto piacevole da visitare in bicicletta perché le strade hanno poca pendenza (tranne nell'impervia parte centrale, occupata dalla collina della cattedrale).

Il Museo delle prigioni del KGB è situato nella stessa Casa Grigia che negli anni Quaranta e Cinquanta ospitava la filiale estone del Comitato per la sicurezza dello Stato sovietico (che sfortunatamente lavorò con molta solerzia anche da queste parti). Già nel 1940, quando l'URSS occupò l'Estonia per la prima volta, numerosissimi presunti oppositori del regime furono arrestati, o semplicemente sparirono senza lasciare traccia. Poco dopo, i temibili addetti alla "sicurezza" cominciarono a organizzare le deportazioni di massa: nella prima ondata, condotta in tutti i tre Paesi baltici contemporaneamente, più di diecimila persone affrontarono un orribile viaggio in treno verso la Siberia; nella seconda il numero di persone che dovettero lasciare la loro casa raddoppiò. Ovviamente nessun deportato veniva sottoposto a processo: una lettera anonima di delazione bastava e avanzava. Migliaia di persone persero la vita, mentre i tanti che tornarono in patria non venivano più considerati cittadini a tutti gli effetti.

Il piano seminterrato della Casa Grigia riproduce fedelmente le celle dei prigionieri del periodo sovietico: notiamo un cubicolo ampio meno di un metro quadrato, nel quale dovevano passare la notte i prigionieri da interrogare, realizzato in maniera tale che non si potesse stare comodi né in piedi, né seduti, né sdraiati, mentre alla fine del corridoio un'impressionante guardia carceraria di cera appare appena si esce da una delle celle. Il resto dei locali ospita una mostra permanente: sono esposte numerose fotografie e memorabilia provenienti dai gulag e viene ampiamente trattato il tema della resistenza contro i sovietici, che ebbe luogo nelle foreste estoni dopo la guerra.

Oggi, quasi vent'anni dopo il crollo dell'Unione Sovietica e l'indipendenza del Paese, la situazione è totalmente cambiata. Al mercato vicino alla autobussijaam sono quasi tutti russi i venditori di scarpe, frutti di bosco, patate, cavoli, aneto, fiori, magliette, mutande, carte geografiche, icone di San Nicola. Come lascito del fenomeno di russificazione attuato nei decenni del regime, quasi un quarto degli attuali abitanti dell'Estonia sono russi; ma − da quanto ho capito − quella che un tempo era l'élite della società, ora spesso rappresenta la fetta più emarginata della popolazione, quella che svolge i mestieri più umili, che più frequentemente ha problemi di alcolismo e che non riscuote una grande simpatia né da parte della popolazione estone né del governo, il quale difende strenuamente la propria identità di fronte alla pressione culturale dell'ingombrante vicino.

Viitna

Mentre ero in fila per il bagno in un bar di Tartu, una frizzante biondina mi aveva caldamente consigliato di visitare Käsmu, incantevole località di mare in pieno Lahemaa National Park (il parco nazionale più antico dell'ex-Unione Sovietica). Purtroppo la ricerca telematica di un'accommodation, non dico a Käsmu, ma anche nei paraggi, è stata vana, così abbiamo deciso di raggiungere con un bus l'abitato più vicino al parco e lì metterci nelle mani dell'ufficio del turismo.

A Rakvere dunque, dopo la gag in farmacia con simulazione di puntura di zanzara (la farmacista, per quanto non abituata a ridere, si è trattenuta a fatica dallo sbellicarsi), anche l'impiegata del tourist office, inizialmente rigida come una mazza di scopa, si è letteralmente sciolta di fronte all'interpretazione magistrale di Marcello alle prese con un ipotetico orso bruno del parco di Lahemaa e ci ha trovato una stanza a Viitna.

Viitna, tecnicamente, è situata qualche chilometro fuori dal Parco vero e proprio (lontana dunque da Käsmu, che chissà per quanto ancora resterà chimericamente ignota). Le smisurate foreste, i graziosi laghetti, i temporali notturni e le distese di nulla che la circondano le regalano un fascino da Val d'Aosta di pianura. La nostra stanza non è altro che l'enorme camera da letto in legno di abete della padrona di casa, dotata di bambola assassina, balcone con vista sulla campagna a perdita d'occhio e mute fotografie di svariate generazioni incorniciate e appese alla parete.

A sette chilometri vi è il "centro" (quattro case), che abbiamo raggiunto in bicicletta attraversando scenari di alberi alti come grattacieli. Il menu dell'ottocentesca taverna propone zuppe di salmone e di funghi selvatici, pelmeni (ravioloni ripieni), mulgipuder (porridge di orzo e patate), carne di maiale, crauti stufati, il tutto ricoperto dal consueto strato di panna acida e dalla generosa spruzzata verde di aneto (condimenti che secondo loro esaltano il gusto di qualunque pietanza), accompagnato da pane scuro e innaffiato dalla birra Saku. Alle 10 e 30 di sera, sotto un cielo metallico, spicca ancora di più il giallo graminaceo mentre pedaliamo verso casa cercando di evitare i temibili cani a guardia delle fattorie.

Dopo una fascinosa, elettrica notte di tempesta bianca, ci aspetta una colazione in stile nonna papera: kefir in cui galleggiano succosi lamponi del giardino, muffin appena sfornati, torta di mele ancora calda, formaggio e prosciutto e marmellata di fragole. La giornata non sfocia mai in pioggia ma la promette di continuo, durante gli innumerevoli chilometri di bici tra fiordalisi blu, cicogne appollaiate sugli enormi nidi in vetta ai comignoli, foreste incontaminate di abeti, betulle, pini sottilissimi che raggiungono altezze inimmaginabili: alcuni sono così flessibili che si piegano al vento; altri scricchiolano seminando il panico in due poveri cittadini poco avvezzi alle bizzarrie della natura; altri si sono spezzati e non cadono per terra solo perché i tronchi vicini gli impediscono di farlo (mutua solidarietà legnosa).

Per fortuna il punto più alto dell'Estonia misura appena 320 metri e per il resto è tutto pianeggiante, e questo è l'unico motivo per cui sono riuscita a pedalare per tutti quei chilometri. La domenica mattina ormai avevamo appeso le biciclette al chiodo e, poiché l'invito alla sauna non è più arrivato (addio cappelli di lana cotta a forma di Teletubbies e rami di betulla con cui frustarsi le spalle), un po' delusi ci siamo fatti accompagnare alla fermata del bus che ci avrebbe consegnato dritto dritto nelle fauci di Tallinn.

Tallinn

L'ostello di Tallin è un po' giovanilistico-alternativo per i nostri gusti (roba di bonghi, piedi nudi e narghilè), ma pulito e vicino al centro storico. Raggiungiamo subito la collina di Toompea, sulla quale sorgono la sede color salmone del parlamento estone (da alcune finestre pare sia possibile sbirciare i deputati nudi in sauna) e la magnifica chiesa ortodossa di Sant'Aleksander Nevskij (è finita la funzione e le donne infazzolettate tirano a lucido i pavimenti).

Nei pressi delle torri medievali ancora in piedi, c'è la piazza dove ogni domenica mattina prendeva corpo la resistenza all'invasore sovietico a colpi di dischi occidentali (e gli stessi resistenti di allora continuano ad incontrarsi lo stesso giorno, alla stessa ora, nello stesso posto, senza aver più niente a cui resistere, se non il passare dell'età).

Dalle balconate si domina la città vecchia, quella che con troppa facilità viene definita una bomboniera e che è l'unico teatro concesso alle frotte di crocieristi obbligati a incolonnarsi dietro ad una bacchetta con la sagoma di Topolino. Restaurato dopo il periodo sovietico, il centro storico appare oggi − sotto l'egida dell'UNESCO − come un affastellarsi di abbaini, tetti, torri medievali, case color pastello e figurine segnavento. Man mano che scendiamo verso la parte bassa, constatiamo che i prezzi sono molto più europei che altrove, ma che, nondimeno, la maggioranza dei turisti stranieri in Estonia è concentrata qui (e in particolare nella piazza del municipio).

E non oso immaginare cosa succederà il prossimo anno, quando Tallinn sarà capitale europea della cultura, sempre che si riesca a restaurare il lungomare, attualmente in condizioni pietose. Intanto se ci si siede sugli scogli si può vedere il podio che fu costruito in occasione delle Olimpiadi di Mosca del 1980 (oggi terreno fertile per i writer) e si possono vedere altri brutti edifici risalenti alla stessa occasione, tra cui il terminal da cui partono i traghetti che collegano la città a Helsinki. Quelle Olimpiadi sono famose perché gli Stati Uniti si rifiutarono di parteciparvi in segno di protesta contro l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'Urss, e diversi altri Stati seguirono il loro esempio (permettendo però all'Italia di vincere il più alto numero di medaglie dei Paesi occidentali).

Fuori dalle antiche mura, la città diventa anonima: centri commerciali, ristoranti e bar, piazze e vie, vetrine e panchine, condomini e posti auto. Nel quartiere che circonda la stazione ferroviaria è ancora peggio: block in cemento costruiti durante il periodo sovietico, spazzatura, bruttezza, desolazione. Al flea market vendono fiori, frutta e verdura, pesce, carne, scarpe, scatolette, lapidi, articoli di ferramenta e cartoleria, ma anche cimeli sovietici (la sveglia col faccione di Stalin, la bandiera dell'Estonia socialista, busti di Lenin, medaglie, orologi, spillette).

Nel frattempo, nella piazza del municipio, i maglioni di lana pungente, i cucchiai di legno, i grembiuli di lino, i pupazzetti a forma di elfo, le borse di feltro e i portafogli di cuoio sono venduti in Euro, visto che tanto è questione di pochi mesi e anche per venire in Estonia non dovremo più cambiare i soldi.

Oggi ci sono un bar e una spiaggia in un'ala della prigione di Tallinn, rimasta in funzione fino a metà degli anni 2000, ma il resto è rimasto così com'era: con il filo spinato ormai spiegazzato, le torrette di guardia arrugginite, le grate alle finestre e i lampioni fulminati, con gli uccelli sopra. Pare che l'obiettivo sia cancellare del tutto e rapidamente la memoria storica. I giovani che oggi parlano inglese erano troppo piccoli e quello è un passato lontano. Adesso lo sguardo è puntato sul futuro: le aree wifi gratuite si sprecano, l'inventore di Skype è estone e i cittadini votano online. Andiamo a farci una birra? E amen.

Visto che noi fortunatamente non siamo crocieristi con quattro ore a disposizione per conoscere la magia di Tallinn, ci siamo avventurati con piacere fuori dal gioiellino medievale. Ad un paio di chilometri dal centro, ad esempio, sorge il palazzo Kadriorg, costruito come residenza estiva dello zar Pietro il Grande, circondato da un magnifico giardino. Nei paraggi si trova il museo Kumu, dove è possibile ammirare le opere che durante il regime sovietico venivano considerate consone agli alti ideali di progresso e crescita economica.

Dall'altra parte della città invece, si può visitare un museo open air che illustra la vita agreste in Estonia fino alla fine del XIX secolo, con ricostruzioni di case, fattorie, mulini e situazioni di vita quotidiana. Nella taverna all'interno si possono mangiare ottimi mulgipuder e crauti in compagnia degli antichi estoni in pausa pranzo, al cellulare con la moglie. E poi si può fare un giro sull'enorme altalena tradizionale in legno, a sei o più posti, che è una delle passioni degli estoni (tanto è vero che l'altalena acrobatica, insieme alla gara di trasporto delle mogli, è uno degli sport nazionali. Veramente).

Viljandi

Diamo l'addio all'insopportabile australiano che ci provava con insistenza con la biondina oca. Salutiamo per sempre Alberto, il padovano che sta coronando il suo sogno di giungere a Capo Nord con la sua bicicletta (ingozzandosi di Nutella e senza mai guardare nemmeno un museo dell'occupazione o una fattoria estone ricostruita). Facciamo i nostri migliori auguri a Stu, che ha lasciato forse per sempre l'Inghilterra e insieme alla sua ragazza vuole ricostruirsi una vita in Estonia (o altro est). Ci congediamo dai giovani del luogo (Tere, Hüvasti, Take care) e prendiamo un autobus per Viljandi.

Anche qui dentro sudiamo tutti copiosamente, mentre al di là delle inespugnabili finestre siamo circondati da chilometri quadrati di nulla piatto e alberato. Soltanto qualche casona appare di rado, sperduta in lontananza, e queste persone singole che scendono ad una fermata isolata devono raggiungerla a piedi.

A Viljandi avremmo voluto andarci il week end precedente per assistere al folk festival, ma c'era il pienone. Adesso al contrario c'è il vuoto, ma il vuoto vero. Perfino la guest house prenotata è inizialmente, e per lungo tempo, deserta. Passeggiando verso il lago, si scopre che l'incantevole Viljandi non ha un centro. Sulla graziosa collinetta campeggiano le rovine del castello; poi, attraversato un ponticello sospeso circondato da mastodontici alberi, si raggiunge il viale dei filosofi (il tutto senza mai entrare in una piazza o in qualcosa che le rassomigli).

Un po' di movimento c'è presso questo circolo dove un gruppo di giovani ci racconta del loro lavoro di volontariato al mulino ad acqua. Due ragazzi sardi ci chiedono con apprensione che diavolo ci facciamo proprio in questo angolo sperduto di mondo, per nostra scelta. La leader è laureata in archeologia e ci racconta di quando ha visto per la prima volta una banana, da bambina; il gestore del bar invece di quando ha visto i carri armati vicino Tartu. E comunque i nostri intervistati non hanno mai più di 25 anni e dunque fatichiamo parecchio ad ottenere testimonianze dirette sulla storia recente.

Al mattino, mentre cerchiamo di comporre un qualcosa che assomigli ad una colazione, leggendo il giornale locale meditiamo sull'opportunità di acquistare a Viljandi una bella casa con giardino di 190 mq a soli 70mila euro, oppure un delizioso bivani di 46 mq all'incredibile prezzo di 3.800 euro. Poi, girellando per il paese, visitiamo l'interessante mostra del pittore naïf Paul Kondas (specializzato in fragole) e quindi ci rechiamo al lago dove, approfittando degli sprazzi di sole tra una nuvola e l'altra, facciamo vita da spiaggia.

Intanto Marcello era impegnato nella progettazione di una carta speculativa del pensiero occidentale: vette metafisiche e pianure empiriste si alternavano nel fervido sforzo ricognitivo che lo ha tenuto occupato durante gli infiniti chilometri percorsi per circumnavigare Viljandi, tra ville piene di vetrate. Per cena, insieme alla zuppa di carote rosse, ci aspetta un acquazzone biblico.

E questa era l'ultima meta dell'Estonia. Un viaggio è fatto di scelte contingenti, casualità, ispirazioni. («Io ho le mie sensazioni, a volte sono sbagliate ma io mi fido di loro», avrebbe detto a questo punto il tassista Sergei). Ebbene, l'Estonia possiede 3.794 km di costa baltica segnati da baie e stretti, mille e cinquecento isole e isolotti, scogliere calcaree dalle quali sgorgano numerose cascate, spiagge con sabbia bianca nascoste in dense foreste di pini. Sembra impossibile, ma siamo riusciti a non vedere niente di tutto ciò.

A Pärnu non c'era posto in ostello e abbiamo dovuto cambiare rotta per l'entroterra di Tartu; a Käsmu stessa cosa, fully booked, con conseguente pernottamento nella periferica Viitna; a Tallinn, quando avevamo già il costume da bagno per recarci alla spiaggia di Pirita, il cielo si era annuvolato; al ritorno verso sud abbiamo dovuto rinunciare all'isola di Saaremaa perché obbligati a tornare a Tartu per recuperare la mia maledetta penna USB dimenticata. Insomma, se escludiamo il lungomare di Tallinn al tramonto (che abbiamo già detto che è un posto sgarrupatissimo), sembrerebbe che questo Paese abbia deliberatamente voluto darci l'impressione di essere uno Stato privo di sbocco sul mare.