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  • Categoria: Siria

La via di Aleppo


Aeroporto di ALEPPO, le due di notte. Interminabili procedure burocratiche, luci al neon e video di tarantelle siriane anni Settanta al piccolo televisore in alto. Innumerevoli i baffi.

Interno bus diretto verso città ancora sconosciuta (l'ennesimo). «Non vi dimenticherete mai di questo viaggio» annuncia Hisham, l'ex ufficiale russofono che il governo socialista ci ha imposto come guida per tutta la durata del soggiorno. «Da ora in poi anche voi, come tanti altri illustri personaggi che abbiamo avuto la fortuna di ospitare, avrete una seconda casa oltre la vostra: la Siria».

Non ci dimenticheremo nemmeno del pane arabo steso sulla ringhiera di un marciapiede, ben impregnato di gas di scarico? E dell'orologio da tavolo a forma di moschea, che come sveglia ha il richiamo del muezzin? Mi chiedo la sera successiva, mentre gironzolo nei paraggi dell'hotel in attesa della cena. E comunque, penso, se la mia seconda casa è come questa qui del Diciassettesimo Secolo, trasformata nel ristorante Beit Sissi, allora non è male come idea: boiserie di legno scuro, archi di pietra, cortile abitabile, ceramiche arabescate, soffitti di legno intarsiato, bifore ricamate, lampadari a molti bracci, ferro battuto e perline. D'altra parte, informa il sito web del ristorante, il Presidente in persona ci ha cenato ben due volte.

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ALEPPO esiste da tempi immemorabili senza soluzione di continuità: ittiti, seleucidi, romani, bizantini, persiani, crociati, mongoli, ottomani, mercanti europei e chissà chi altri, di volta in volta, l'hanno scelta come destinazione delle loro scorribande.

All'ingresso della CITTADELLA — circondata da un fossato costruito con intento anti-crociato — giovanissimi studenti con i libri in mano fanno a gara per farsi fotografare. All'interno un grande anfiteatro, la moschea e la chiesa, i passaggi segreti, l'hammam con i manichini che si coprono le vergogne con un asciugamano, la sala del trono con straordinarie decorazioni e soffitto in legno e lampadari maestosi. Bevendo il tè sulla terrazza puoi guardare tutta la città vecchia spalmata davanti ai tuoi occhi.

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Venti secondi dopo essere entrata nel SUQ compro due chili di sapone di Aleppo all'olio di oliva e alloro (ero stata io a dire: non compriamo niente se no non arriviamo più alla moschea). Dentro la GRANDE MOSCHEA, pentita, cerco di sbolognare l'enorme quantitativo di sapone in uno zaino altrui. In quel momento appoggio imprudentemente le scarpe da ginnastica sul tappeto e un fedele — gravemente urtato dalla mia immorale condotta — mi urla dietro con molte vocali aspirate. Io non posso far altro che sopportare malvolentieri l'umiliazione: intabarrata in un pudico mantellone grigio col cappuccio a punta, i saponi odorosi in mano, le colpevoli scarpe sporche per terra e uno zaino misericordiosamente aperto accanto sul tappeto (una scenetta penosa). Torno nel cortile, pavimentato in marmo infuocato, dove i musulmani si lavano i piedi, ed entro contrita nell'ala riservata alle donne. All'uscita, viene condotta a braccia una bara bianca, aperta e coperta da un velo. È il funerale di uno importante, deduce l'onnisciente Hisham soppesando la folla ivi radunata.

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Il pomeriggio lo trascorro interamente in quel teatro all'aperto che è il SUQ. Sotto il tetto di lamiera ondulata si dipana lo spettacolo. Sacchi di spezie: cumino, zafferano, cannella in colorati coni. Secchi ricolmi di vaselina e gusci di pistacchi. Pashmina e seta. Reggiseni di paillette e chador sui mezzi manichini. Vestaglie di piume di struzzo rosse e abiti da Barbie Sposa di primavera. Body traforati e abiti lucidi incellofanati. Carretti itineranti ricolmi di dolci colorati ripieni di frutta secca. Baffi e kefiah. Caffè tostato. Piramidi straordinarie di saponi. Me ne tagliano uno a metà, per farmi vedere quanto verde c'è dentro.

Contrattazioni in arabo-casertano. Urla di richiamo marchigian-siriane. Barzellette goliardiche per attirare i compratori. Tre donne e un uomo mezz'ora di fronte a un tavolino pieno di orecchini spaiati, cercando inutilmente di accoppiarli. Piatti smaltati e tappeti da preghiera. Acquisti mancati per puro puntiglio. Finti bronci e teatrali espressioni inorridite. Sorrisi e inviti in molte lingue. Il tempo si dilata in gioielleria a misurare il peso di collane e bracciali.

Poi trovo marito: si chiama Aledin e vive in Australia, dove lavora al controllo bagagli dell'aeroporto di Sydney. Mi ricopre di megalomani metafore amorose tra un banco e l'altro di tessuti e tovaglie, tutti appartenenti a qualche membro del suo numeroso parentado. Lo show — intervallato dai suoi lunghissimi attacchi di risate, simili ai ragli di un asino sofferente — alla fine è suggellato da un regalo per la sua futura moglie (una sciarpa blu).

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Nel QUARTIERE CRISTIANO c'è l'imbarazzo della scelta tra la chiesa greco-cattolica, quella greco-ortodossa, quella maronita, quella siro-cattolica. E siccome è la domenica delle palme, vi sono interi enormi rami di ulivo a disposizione dei fedeli. Per cena provo il decantato e squisito kebab alle ciliegie in un'altra stupefacente casa ristrutturata, che oggi ospita il ristorante Za man. E infine andiamo a fumare la shisha al bar Milano. L'omino della carbonella fa continuamente il giro dei tavoli per sostituire i tizzoni consumati. Quest'inverno è stato molto freddo e un ridacchiante Hisham ci mostra sul cellulare il video in cui sua moglie e i nipotini giocano con la neve in giardino.

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