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  • Categoria: India

Elephant's coming

Munnar, Kerala


La strada tra Thekkady e Munnar si snoda tra i verdissimi e squillanti dorsi di tartaruga delle piantagioni di tè, i quali si possono attraversare a piedi, evitando possibilmente di essere presi a bastonate dai guardiani. Le aree di sosta sono predisposte in base alla presenza di una cascatella oppure di un panorama a perdita d'occhio al lato del curvone: in queste sedi arrangiate, è possibile mangiare ananas sbucciate e bere latte di cocco serviti in baracchini che spuntano sulla strada. Qui folti gruppi di parenti indiani si fermano a mangiare, ma non si pensi al classico panino Camogli, no, questi sono attrezzati con pentoloni enormi e padelle di alluminio e piatti di ceramica e mangiano pasti caldi, alcuni in piedi, altri seduti su piccole pietre. Intanto si fotografano molto o riprendono con la videocamera il paesaggio, soltanto qualcuno acquista una pannocchia o una borsa, la maggior parte sta in piedi, immobile, con i paraorecchi leopardati, i pantaloni lunghi e le camicie bianche, abbigliamento maschile che qui batte dieci a zero la più tipica gonna pareo.

MUNNAR presenta il solito spettacolo indiano offerto dalla cittadinanza brulicante: dal vigile che dirige il traffico proteggendosi con un ombrello viola, dai signori che prelevano al bancomat e non rispettano la fila, dai venditori di essenze e profumi, dalle donne in sari che aspettano l'autobus, da tutti quelli che trasportano scatole e sacchi, intrecciano corone di fiori, affettano cipolle, scrivono sms, sorridono.

Un tempio indù, una chiesa cristiana e una moschea proteggono dall'alto la cittadina, posizionati a corona uno accanto all'altro. Anche qui, come in tutto il Kerala, si può facilmente dedurre che il predominante induismo convive pacificamente con larghissime fette di credenti di fede islamica e cristiana. Il tempio induista è al solito coloratissimo, festoso, ricoperto di altorilievi che rappresentano il pantheon di divinità, tra cui è possibile riconoscere, ad esempio, il panciuto Ganesh (raffigurato con la testa di elefante mono-zanna), il preservatore Visnu (membro della Trimurti, dotato di quattro braccia), il creatore Brahma (barbuto, baffuto, con una brocchetta in mano).

La Chiesa cristiana è meno allegra e colorata, anche se bisogna dire che, percorrendo le strade dello Stato, è frequente ammirare altarini cristiani, sangiorgi a cavallo e madonnine dai colori pastello o dai vivaci rossi e blu, in perfetto stile induista. L'unica cosa ridente invece, qui sul sagrato, è il presepe, che rende evidenti una serie di contraddizioni che sarebbe troppo lungo spiegare qui, essendo un'accozzaglia di: neve di ovatta, cammelli di legno, palme di cartone, foto ritagliate di case europee, abeti boreali di plastica, fiori di loto finti, fiori tropicali veri, e dietro a tutto quanto, a fare da sfondo, da un lato un albero di Natale a grandezza naturale decorato con palloncini e altri pendagli, dall'altra un poster di babbo Natale gigante e un'enorme fotografia che raffigura imponenti catene montuose innevate.

L'hotel prenotato si trova a diversi chilometri dalla città, piuttosto isolato da tutto, e dunque non abbiamo altra scelta: dobbiamo cenare nello squalliderrimo ristorante al piano di sotto. È uno di quei self-service con i vassoi di metallo con coperchio, nei quali purtroppo giacciono il solito riso lesso, i soliti spezzatini di corvo piccantissimi, i soliti mischioni di teste di pesce e la solita zuppetta acquosa di mais, il tutto passibile di essere condito con una salsa a scelta tra quelle rosso sangue, marrone o giallone (che sia masala o curry, io faccio fatica a distinguerle a causa dell'immediata anestetizzazione di tutto l'apparato preposto al gusto). Nonostante la temperatura rigida (siamo a circa 2500 metri di altitudine) faremmo volentieri una passeggiata digestiva nella semideserta strada su cui si affaccia l'hotel, se non fosse che la direzione ci aveva messo in guardia, preventivamente, dall'allontanarci troppo a causa dei pericolosi elefanti selvatici che potrebbero facilmente aggredirci.

«Elephant's coming?» chiediamo circospetti al guardiano notturno. Risponde come tutti gli indiani: dondolando la testa con ritmo dolce e cadenzato, come disegnando il simbolo dell'infinito nell'aria con il mento. Questo movimento (che li fa assomigliare a quei soprammobili cinesi di plastica dorata a forma di gattini) nel linguaggio del corpo indiano significa un'affermazione, ma poiché dire No o Non so risulta per cultura poco educato, e poiché questo movimento è uguale a quello per dire No, in pratica il messaggio non è mai molto chiaro. «Insomma, hai detto sì o no?» mi verrebbe da urlare all'omino «Questi benedetti elefanti ci sono o no? E se ci sono, sono effettivamente pericolosi?» Dopo il consueto sforzo sovrumano necessario per decifrare l'indo-inglese, sembra di capire che: 1) Gli elefanti, se passano, passano almeno a 5 o 6 chilometri più avanti; 2) Alle 11 di sera hanno altro da fare e si palesano soltanto ai primi chiarori del giorno; 3) Sono soliti abbeverarsi placidamente in loro private pozze d'acqua e non ti cagano di striscio. È finito da poco questo ieratico sermone tranquillizzante, quando si odono in lontananza due barriti gemelli: la querelle termina definitivamente e ce ne andiamo a dormire.