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  • Categoria: Messico

Oaxaca

Uno stato a forma di pesce

"Sono stato a Oaxaca. Ricordi Oaxaca?"
"...Oaxaca?"
"...Oaxaca."
La parola era come un cuore che si schianta, era come un improvviso squillar di campane soffocate in una rapina di vento, le ultime sillabe di uno che muore di sete nel deserto.
 
(Malcolm Lowry, “Sotto il vulcano”)

La corriera per Oaxaca parte dopo i consueti, maniacali controlli di sicurezza; continuo a non capire se siano procedure abituali oppure sia accaduto qualcosa di grave. Lasciata la capitale, il paesaggio si dispiega in variegate combinazioni da cartolina e compaiono piante succulente e cactacee, verdi sentinelle ombreggiate a tratti da nuvoloni grigi e poi bianchissimi. Costeggiando la città di Puebla, mi rammarico di non poterla visitare ma non importa poi così tanto: procedo trionfalmente verso sud.

Arrivo in città al colmo dell'entusiasmo: è così caldo che mi tolgo tutti gli abiti invernali. Mi faccio portare subito in Calle de la Noche triste, dove si trova l'hostal che ho prenotato. Helene e Ivan si affacciano inaspettatamente alla reception mentre faccio il check-in: mi avevano detto che sarebbero partiti quel pomeriggio e invece hanno rimandato la partenza al giorno dopo. Insieme a loro, trascorro la serata in una scoppiettante compagnia multiculturale, nel cortile della casa di Daniel, al centro del quale spuntano un albero e un'amaca. C'è anche un gatto sul bancone di un bar in disuso, del vino rosso, una ricca insalata, una caffettiera da dodici tazze, una bottiglia di tequila e una chitarra che emette sonorità vagamente portoghesi. In definitiva, una noche tutt'altro che triste, che mi fa completamente dimenticare le paturnie del Defe.

Lo Stato dell'Oaxaca, come la Romania, ha la forma di un pesce. A nord c'è la fertile regione della Cañada, che ho attraversato in autobus, a sud le regioni costiere dove sorgono celebri destinazioni balnear-fricchettone come Puerto Escondido e Mazunte (sovraffollate durante le vacanze natalizie), a nord est le montagne e a oriente, in corrispondenza della coda, l'umida regione dell'Istmo, che avrei attraversato per andare in Chiapas.

Oaxaca De Juárez, il capoluogo, sorge alla confluenza delle valli centrali. Nonostante si trovi a sud del Tropico del Cancro (grossomodo sul diciassettesimo parallelo), l'altitudine superiore ai 1500 metri rende il suo clima non troppo afoso, gradevolissimo.

Per addentrarmi nella Valle di Tlacolula, opto subito per una gita organizzata (muy barata). Queste escursioni sono un'ottima possibilità per conoscere gente nuova ma allo stesso tempo sono un azzardo: non sai mai con chi dovrai trascorrere la giornata e i ritmi potrebbero essere troppo serrati, ma a quanto pare è l'unica maniera per raggiungere Hierve el Agua. Alle nove sono già in agenzia e vengo inserita in un gruppo abbastanza grande, da smistare in due auto. Sin da subito noto che avremmo avuto il tempo di fare tutto con molto agio, godendoci pienamente la giornata in un bel gruppo di persone affabili e felici, tra cui eleggo da subito due vice-genitori di Monterrey.

Imbocchiamo allegramente la Carretera 190 o Panamericana, porzione del sistema di strade che attraversa quasi tutto il continente, dall'Alaska al Cile. Il paesaggio è assolato e arido, punteggiato da fichi d'India, agavi, cereus e jacaranda. La prima tappa è El Tule, uno degli alberi più grandi del pianeta. Questo cipresso di Montezuma, oltre ad essere enorme (in confronto la chiesa che gli sta accanto sembra un modellino), è anche molto antico e — a giudicare dal casino di gente — molto visitato; tutte le guide indicano indefesse i diversi punti del suo tronco dove (con molta immaginazione) pare di vedere animali e oggetti scolpiti nel legno. Certo, la visita a El Gigante non mi scatena la stessa straordinaria ammirazione che produsse nel neurologo e scrittore britannico Oliver Sacks e, prima ancora, nel naturalista, esploratore e botanico tedesco Alexander von Humboldt, ma in ogni caso fa decisamente impressione pensare che “lui” era già là minimo da mille anni quando arrivarono gli spagnoli.

Subito dopo, attraverso una strada sterrata lunga e tortuosa, ci direzioniamo lentamente verso Hierve el Agua. Oltre al biglietto d'ingresso ufficiale, siamo obbligati a pagare un pedaggio agli abitanti dei villaggi di San Lorenzo Albarradas e San Isidro Roaguia: l'autista ci spiega che ciò accade perché lo stato dell'Oaxaca non investe i soldi sborsati dai turisti per migliorare le condizioni di vita degli abitanti della zona, che restano tuttora misere. In questa remota regione arida l'attrazione turistica consiste in due speroni di roccia che si innalzano sopra alla valle: grazie ai sedimenti lasciati dall'acqua ricca di minerali, si sono modellati nei secoli a forma di cascate, come prodigiose stalattiti. L'acqua sgorgata dalle sorgenti, prima di scivolare via, forma delle piscine naturali turchesi nelle quali molte persone stanno spensieratamente sguazzando, sperando nei promessi effetti curativi. Non vi fate ingannare dal nome: l'acqua non "hierve" ("bolle") veramente e dunque non è propriamente calda.
Il luogo è molto affascinante e il panorama suggestivo; dicono che anche dalla cascata più grande (che si vede in lontananza, raggiungibile tramite un sentiero) si goda una spettacolare vista, ma io non lo saprò mai perché i miei vice-genitori hanno pensato bene di offrirmi una birra. Comunque se mai ci tornerò lo spettacolo sarà ancora più bello perché il processo di deposito continua incessantemente e le cascate pietrificate diventeranno sempre più imponenti.

A questo punto ci aspetta Mitla, un sito archeologico zapoteco noto per i mosaici ancora ben conservati. Queste piccole pietre incastonate insieme compongono complessi disegni geometrici, che ricordarono a Oliver Sacks quelle allucinazioni che possono colpire gli uomini “durante gli stati di assideramento, di perdita dei sensi, d'intossicazione oppure di emicrania”. In occasione della sua visita a Mitla, il noto neurologo e divulgatore si chiese se queste cosiddette “costanti formali allucinatorie universali” (magari indotte dal consumo di funghi allucinogeni) potessero aver influenzato le forme d'arte geometriche di questa come di altre culture. Dell'antico centro religioso sopravvivono ancora due gruppi principali di edifici e altri piccoli resti sparsi, mentre una buona parte di ciò che è stato distrutto nel 1500 dagli spagnoli è stato usato per costruire l'adiacente chiesa di San Pablo.

E quindi tutti al ristorante a mangiare tortillas, enchiladas, tacos e affini, accompagnati da abbondante birra Negra Modelo, con una calma serafica, come se non fossero già le cinque di pomeriggio e non dovessimo visitare ancora i laboratori di tappeti di Teotitlán del Valle e la fabbrica di mezcal.

Stavolta sono io ad avere fretta, perché avevo prenotato un biglietto per lo spettacolo di Guelaguetza all'hotel Camino Real alle 9. Inutile dire che alle 10, dopo aver appreso le antichissime tecniche zapoteche per la tintura naturale dei tappeti fatti a mano (in particolare quella ottenuta dalla cocciniglia) e dopo aver seguito tutti i passaggi del tradizionale processo di produzione del mezcal (assaggiando persino un pezzo di agave putrefatto), stiamo beatamente bevendo il diciassettesimo cicchetto (a quel punto eravamo passati dal mezcal puro a quello aromatizzato alla frutta) e sgranocchiando cavallette fritte piccanti; e che allo spettacolo di balli tradizionali non ci sono mai andata, visto che siamo tornati verso le 11, abbastanza borrachos e con circa quattro ore di ritardo sulla tabella di marcia.

L'aria di Oaxaca
Dopo aver vagato per un paio d'anni, ha deciso di fermarsi a Oaxaca, chissà per quanto tempo ancora. E quando gli ho chiesto perché proprio in questa città, lui ha risposto semplicemente: «Ma l'hai respirata bene, l'aria?»
Ho intuito cosa volesse dire.
E poi ha fatto un gesto strano, come di abbracciare quell'aria sapendo di non aver bisogno di nient'altro, che non fossero le pietre delle stradine che portano al mercato, la nube di polvere che si leva al passaggio di una vecchia corriera rumorosa, la risata acuta di una donna che lo saluta da una bottega di formaggi, le note dell'orchestrina al centro della piazza, il cielo striato di rosso dietro le mura di Nuestra Señora de la Soledad...
 
(Pino Cacucci, “La polvere del Messico”)

Cos'è la felicità? Ad esempio, avere un'intera giornata da trascorrere a Oaxaca, senza nessuno a cui dover dare conto e senza alcun impegno o appuntamento. Passeggiando sulla calle Alcalá di prima mattina la luce purissima accende le facciate dipinte e gli edifici coloniali. L'andador turistico — lo dice la parola stessa — è fatto per me, perché io vada e lo percorra tutto, ma anche perché io mi fermi e per esempio entri nei negozi e nelle gallerie d'arte o nelle agenzie che organizzano escursioni, o addirittura nelle chiese e nei bar, a bere un caffè o una cioccolata.

Naturalmente, faccio subito il mio ingresso nel templo de Santo Domingo: esternamente lineare e solido, dalle spesse mura di pietra, ma dentro invaso da un sorprendente barocco dorato con migliaia di piccole statue. L'ex-convento, di cui la chiesa faceva parte, dopo il restauro è stato trasformato nel bellissimo museo de las culturas, che percorro accuratamente e con molta curiosità seguendo le tappe della storia dell'Oaxaca, ammirando dalle finestre l'antico giardino, oggi orto etnobotanico.

Quando esco dal museo, di fronte all'entrata principale della chiesa mi imbatto in una figura femminile ambigua: troppo giovane e colorata per essere una sposa, troppo vecchia per essere una bambina in età da prima comunione, troppo reale per essere una principessa delle favole, troppo fuori stagione per essere una maschera di carnevale. Non riuscendo a darmi pace, chiedo lumi a una passante, la quale mi svela che si tratta di una "quinceañera": qui è usanza che le ragazze festeggino i quindici anni in maniera molto coreografica, con tanto di messa seguita da un banchetto. Questa ragazza ad esempio sfoggia una pomposa gonna di tulle azzurra e uno scialle molto scintillante, un'elaborata pettinatura e il trucco pesante, mentre il bouquet è dello stesso colore della gonna e della cravatta indossata dai suoi "ciambellani" (ragazzotti impomatati in abito scuro che le camminano intorno in un fiero manipolo difensivo).

L'andador turistico a un certo punto sbuca sullo Zocalo, quadrato e circondato tutto intorno dai portici, sotto i quali sono presenti diversi caffè: all'inizio della giornata tutti siedono ai tavoli al sole, poi transumano all'ombra nelle ore centrali. Come accade sovente, è in atto una protesta. I dissidenti sono accampati nelle tende nel giardino centrale e decine di manifestini colorati attirano l'attenzione sul tragico fatto di cronaca avvenuto a settembre: quarantatré studenti sono scomparsi in un agguato nello stato di Guerrero. Su fogli colorati e sotto alle foto degli studenti le accuse stanno scritte a pennarello: “Ayotzinapa crimine di Stato”, “Sono una maestra e mi manca un gruppo di 43”, “Governo oppressore che uccide gli studenti”, “Basta bugie”. Oaxaca è una città combattiva e ribelle, che pretende justicia per questo come per altri crimini. Non molti anni fa, tra il 2006 e il 2007, ci furono manifestazioni e scioperi, seguiti da violenti scontri tra l'autoritario governo dello stato e le forze d'opposizione; gli insegnanti in lotta alla fine ottennero un aumento di stipendio ma a prezzo di feriti, arresti e persino dei morti. Anche se nel centro di Oaxaca è difficile notarlo, ancora oggi questo è uno degli Stati più poveri del Messico.

In un angolo della piazza è situato il museo del palacio, dove c'è un'esposizione interattiva molto interessante intitolata "Espacio de la Diversidad" e dove è possibile ammirare l'enorme murale di Arturo García Bustos che illustra gli episodi salienti della città, terra di origine del politico più amato dai messicani (Benito Juárez) e del più odiato (Porfirio Díaz). Anche il museo Rufino Tamayo è da non perdere, con le sue statuette preispaniche di una bellezza mozzafiato, stagliate su sfondi di colore intenso come i muri degli edifici, a farne risaltare meglio i dettagli, i sorrisi e i gesti, le collane e gli orecchini, le unghie e le costole, gli occhi e i denti. Però la cosa più bella da fare a Oaxaca è addentrarsi nei mercati e perdersi tra le piramidi di peperoncini di ogni varietà (chile mulato, huacle negro) e di cavallette (“35 años de experiencia de venta de chapulines”), di mole rojo e coloradito; tra le cataste di frutta e gli ordinati bicchieri di aguas frescas y nieves, tra le colorate piñatas (ripiene di dolci e caramelle, da rompere con un bastone, bendati), i vasi e le statuette di terracotta, i tappeti, i sombreri, le amache, gli oggetti di latta che imitano gli ex-voto, gli alebrijes (sculture variopinte che rappresentano creature fantastiche e animali immaginari).

Con tutti questi colori negli occhi lascio Oaxaca, di sera, a bordo di un autobus ADO, con il rimpianto di non aver visitato il sito di Monte Albán. Mentre prendo sonno sul sedile reclinato dell'autobus, penso che gli spagnoli — dopo meno di un anno da quella epica notte triste — riuscirono a conquistarla Tenochtitlan, la distrussero quasi del tutto ed è da lì che tutto cominciò: la noche buena, le cattedrali metropolitane, la Virgen de Guadalupe, San Juda, i Gesù crocifissi così afflitti, il morbillo e la scarlattina, la ruota, il metallo, i cavalli, e tutta quella mezcla che oggi, nonostante tutto, ci affascina tanto.
Ben coperta per combattere l'aria condizionata, mi faccio una indimenticabile dormita, mentre la strada scende verso la pianura, dove la notte dell'Istmo è calda e umida. Sto andando finalmente in Chiapas.

Racconto di viaggio "VADO AL MASSIMO, VADO IN MESSICO" (dicembre 2014 - gennaio 2015)