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Chiapas

Otro mundo es posible

È ancora buio quando l'autobus parcheggia nel terminal di Tuxtla Gutiérrez. Attendo l'alba bevendo un tè bollente e poi con un combi raggiungo Chiapa de Corzo, base di partenza per le gite nel Canyon Del Sumidero.

Nonostante l'orario, all'imbarcadero già c'è un imponente nugolo di turisti, muniti di giubbotto arancione e pronti a prendere posto sulle lance. Una volta sistemati tutti, si accendono i motori. L'imbarcazione si introduce nella gola per farci ammirare alcune bizzarrie della natura: una stalattite a forma di caballito de mar, una grotta striata di colori differenti, una formazione rocciosa che ricorda un albero di Natale. A debita distanza, vengono inoltre avvistati: un'iguana dorata tra il fogliame, delle scimmiette sui rami e alcuni coccodrilli nel fiume. Nei momenti di accelerazione si levano urla stridule assolutamente immotivate, quindi la barca fa inversione di fronte alla grande diga, ci fermiamo in un tratto pieno di spazzatura a comprare cibarie dalle barche a ciò adibite, ci godiamo pochi minuti di sole e poi torniamo indietro, questa volta a grande velocità, senza effettuare più soste.

Visto che quasi tutto il viaggio si svolge all'ombra, fa un freddo cane; è il mio destino compiere queste gite in barca sempre a un livello di gelo insopportabile, che poi resta la cosa che meglio mi ricordo, più delle balene nel San Lorenzo, più dei bei panorami architettonici baltici, più delle pareti scoscese dei canyon di ogni latitudine.

Amore a prima vista
«Sai, Camila, che cosa rischi fermandoti qui? Rischi d’innamorarti di questa città. Non è un luogo casuale, non è uno dei tanti nell’immensa geografia del nostro continente. È un posto ricco di conflitti, tradizioni, costumi. Sembra destinato a essere lo spazio da cui sfidare il mondo unico e globalizzato della vita postmoderna.»
(Marcela Serrano, “Quel che c'è nel mio cuore”)

San Cristóbal de las Casas è una di quelle città di cui ci si può innamorare a prima vista. Al mio arrivo, sembra che sia stata appena lavata e stesa ad asciugare. Gli edifici colorati (apparentemente pitturati di recente) risplendono al sole, le bandierine traforate di papel picado sventolano allegramente, il cielo si impone su tutto con il suo irresistibile “azzurro Messico”, la luce dei duemila metri ha qualcosa di magnetico che mi invita a restare. Entro trionfalmente nel ristorante che avrei poi frequentato ogni giorno, con le tovaglie di plastica a quadrettini bianchi e blu e un arioso patio. Qualunque cosa si ordini ha quell'ormai familiare sapore di mais, ma è buono e la birra fresca. Che bella la vita!

E poi eccomi a passeggio per le vie a scacchiera del centro con un sorriso beato rivolto a tutti quelli che passeggiano. Ecco la cattedrale giallo senape contro il fondale blu, l'albero di Natale altissimo lì di fronte e la pista di pattinaggio, così fuori luogo nel sole del primo pomeriggio. Ed eccomi al tramonto (troppo presto) dopo aver salito i gradini della iglesia de Guadalupe, a guardare tutta la città ai miei piedi.

Raggiunto lo Zocalo, mi siedo su una panchina in ferro battuto di fronte al neoclassico Palacio Municipal; ma poi, quando partono le prime note dell'orchestrina e il palazzo comincia a diventare di tutti i colori — dal rosso al bianco, dal verde al giallo —, le temperature precipitano e corro ad indossare qualcosa di molto pesante.

Dovunque vado mi piace trovare un posto in cui mi sento a casa, dove riposarmi, mangiare e bere. A San Cristóbal ho naturalmente eletto il café de la Revolucion a mia casa, dove trascorrere le serate ascoltando musica dal vivo. Qui ho conosciuto le due allegre ragazze argentine e la coppia di romani che si davano un sacco di arie; ho trascorso uno spumeggiante fine serata con un certo Juan, che era stato piantato dalla moglie ma ha continuato a bere tequila con me come se niente fosse; ho dato l'addio all'anno 2014 ascoltando un gruppo di musica cubana e a mezzanotte sono uscita ad accendere le stelle filanti nell'umido gelo della notte, insieme a tre giovanotti toscani e a due fanciulle berlinesi.

Nei miei giorni a San Cristóbal, molte ore ho passato su e giù per la Real de Guadalupe e per calle Madero, nei saliscendi delle strade variopinte, tra le coloratissime bancarelle. Ho girovagato a lungo nel mercato alimentare, dove molti quadri caravaggeschi si compongono sotto il tendone: uomini col sombrero, donne con le trecce e i bambini appesi al collo, tutti a vendere o comprare pannocchie, polli, pomodori, ananas, fagioli, avocado, nopales, tra barbieri, madonnine e una miriade di tacchini vivi. Ho visitato il templo de Santo Domingo e molte altre deliziose chiese coloniali rosse, gialle, bianche, azzurre, piene di statue di santi, nastri colorati e gesucristi in croce vestiti e infiocchettati. Ho salito la scalinata della chiesa di San Cristobalito dall'alto della quale si vede tutta la città, circondata dalle montagne della Sierra Madre. Insomma, non ci è voluto molto per capire come mai San Cristóbal è stata inserita nella lista mondiale delle “Città Magiche”.

Il primo gennaio mi sveglio con un gran mal di stomaco, probabilmente una reazione alle forti escursioni termiche. Alle 10 sono costretta a lasciare l'hotel con la prospettiva di dover riempire diverse ore fino al tardo pomeriggio, quando sarebbe partito il mio autobus. La città, colpita da una perturbazione, è diventata nuvolosa e fredda, gli allegri colori di San Cristóbal si sono spenti e le strade luccicano di pioggia. Anche qui, a causa delle festività di Capodanno, tutti i musei sono chiusi — e meno male che il giorno prima ero riuscita a visitare l'incantevole museo di Na Bolom. Non posso fare altro che far passare il tempo. Seduta a un tavolino davanti a un caldo de gallina bollente, guardo la gente e aspetto che i crampi cessino presto, ma questa volta non mi sento triste e non invidio affatto i miei connazionali che partono in gruppo; d'altra parte anche il ragazzo toscano con cui ho acceso le stelle filanti è in camera sua a vomitare.

I tzotzil del Chiapas
L’aria viziata, buia e imperscrutabile del tempio, quella enigmatica e stravagante messa in scena, l’aspra intensità che si sprigionava dai pianti associati alle preghiere e alle voci, la solennità con cui le indigene calpestavano il suolo sacro e l’immagine del gallo morto fra le mani del curandero presero il sopravvento sulla razionalità e dovetti scappare fuori di lì. “
In fin dei conti, il responsabile di tutto questo è la Chiesa cattolica” disse Luciano all’uscita, mentre osservavo la magnifica facciata del tempio, tutta bianca, con le modanature verdi e azzurre. “I preti hanno conquistato spiritualmente popoli che erano già sconfitti dal punto di vista spirituale, mi spiego? Hanno introdotto la nozione di soggetto, l’unico su cui può ricadere la colpa, un’idea che tra l’altro sta alla base del rapporto tra gli occidentali e la divinità.” Pensai alla colpa. 
(Marcela Serrano, “Quel che c'è nel mio cuore”)

Quante probabilità ci sono che tu possa incontrare, in un paese lontano migliaia di chilometri dall'Italia, qualcuno che conosci, almeno di vista? È un caso se nella chiesa di San Juan De Chamula, piena come un uovo, buia, sinistra e annebbiata dall'incenso, mi sia ritrovata gomito a gomito con Tiziano, abitante della stessa cittadina dove ho vissuto tre anni e partito insieme ad un mio ex collega che in quel momento si trovava, per la precisione, a Playa del Carmen, insieme alla moglie e alla suocera? Devo trovare una giustificazione nel fatto che a San Cristóbal de Las Casas c'erano molte altre persone che avrei potuto conoscere, visto che nel periodo natalizio il Chiapas è una meta molto gettonata? Devo pensare che io e Tiziano ci siamo rivolti la parola perché in qualche modo ci siamo riconosciuti?

Fatto sta che sono andata proprio a quell'ora nella chiesa sincretica di San Juan, quindi calpestando gli aghi di pino di cui il pavimento è ricoperto e cercando di evitare le centinaia di candele poggiate per terra, mi sono messa ad ascoltare lo stesso indigeno tzotzil ubriaco con cui sta parlando Tiziano e insieme abbiamo accettato un bicchiere di posh, l'acquavite locale che cura tutte le malattie. In quel momento già c'erano troppe cose che non quadravano: il pulviscolo nelle lame di luce che provenivano dalle finestre in alto, le girandole di neon con la musica, i sonori rutti al gusto di cocacola, le statue di santi con uno specchio al collo, la curandera che tirava il collo al gallo per guarire un bambino malato. E non ho avuto nemmeno il tempo di sorprendermi che il posh ha trasferito la realtà ai confini del sogno.

Fuori, sotto il sole, le gonne e i gilet di lana a ciuffi paiono fuori luogo e i cappelli con i nastri colorati indossati dai nuovi encargos fanno un po' ridere. La chiesa di San Juan si staglia bianca contro il cielo bluissimo, con i suoi bordi dipinti di verde e i bassorilievi a forma di fiori. Di fronte si dispiega il mercato: contrattiamo presso alcune bancarelle di artigianato e poi mangiamo pollo alla brace.

All'ingresso del vicino villaggio di San Lorenzo Zinacantan, una promoter bambina ci conduce nella loro casa-atelier dove sono in vendita tessuti e abiti; la mamma ci mostra come funziona il telaio a mano, poi accettiamo le tortillas cotte su una piastra e la birra Corona e infine lasciamo loro alcuni spiccioli.

Da lì ci spostiamo verso la chiesa: a quanto pare, pure a Zinacantan i riti religiosi sono una scusa per bere l'impossibile. Chi si è portato avanti col lavoro già dorme sulle panche, altri tracannano il posh (anche io e Tiziano abbiamo accettato un altro bicchierino), altri ancora ballano: qui indossano tutti la stessa camicia ricamata a fiori di colori sgargianti, mentre i pezzi grossi sono intabarrati in pesanti sai neri e in testa portano dei turbantini rossi. Nel frattempo hanno iniziato a suonare (tromba, trombone, percussioni), e sono arrivati altri turisti che si sono uniti alla festa.

Mentre i maschi se la spassano a modo loro, le donne (anch'esse con scialletti dello stesso identico allegro tessuto fiorato) siedono pazientemente fuori dalla chiesa accanto ai thermos e alle ceste piene del cibo che attende di essere mangiato, e i bambini e le bambine (vestiti con le stesse camicie e gli stessi scialletti) corrono e giocano per le strade. Quando lasciamo il villaggio, gli uomini si stanno divertendo un mondo a far scoppiare micidiali mortaretti.

Sotto il sole giaguaro
Discesi, risalii alla luce del sole-giaguaro, nel mare di linfa verde delle foglie. Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo.
(Italo Calvino, “Sotto il sole giaguaro”)

Alle cinque di mattina è ancora notte fonda mentre aspetto il minibus che mi avrebbe condotto a Palenque. Dopo pochi minuti, vengo raggiunta da Andrea, un ragazzo emiliano che come me avrebbe visitato il celebre sito archeologico maya e un paio di cascate sulla strada. Arrivano altri giovani di varie nazionalità e partiamo incontro al giorno, scendendo dalle montagne verso l'umida pianura del Chiapas. La strada è tortuosa e tempestata di temibili topes, quei dossi che obbligano a rallentare così tanto che a volte ci costringono a procedere a passo d'uomo, facendoci alla fine impiegare quasi cinque ore per percorrere poco più di duecento chilometri. L'altra complicazione consiste nei bambini piazzati con una corda tesa da un lato all’altro della strada, che fermano le macchine cercando di vendere qualcosa o chiedendo l'elemosina. Man mano che procediamo, la giungla diventa sempre più fitta e il clima più umido e afoso.

Vicino all'entrata delle cascate di Agua Azul veniamo fermati ad un posto di blocco da loschi figuri con il volto coperto da passamontagna o bandane: il loro volantino mi informa che dal 2011 il “mal governo” li ha spogliati della terra ("patrimonio dei nostri antenati") e ha realizzato, senza il consenso del pueblo, questo sito turistico che attraversa il loro appezzamento demaniale di San Sebastian Bachalon. La nostra “integridad fisica” è fortunatamente garantita, aggiungono: possiamo visitare il centro tranquillamente. Dopo aver mostrato il dovuto respeto all'autonomia zapatista e a quella dei pueblos indigenas pagandogli un pedaggio, entriamo in questo luogo ameno. Si tratta di una serie di cascate bianche e spumose che cadono in un'acqua color turchese, il tutto avvolto dalla foresta tropicale e circondato da bancarelle di ogni genere. Ora, il posto è di grande bellezza ma, a parte che il cielo nuvoloso smorza di molto la magnificenza dello spettacolo, bisogna tener presente che durante le vacanze natalizie c'è tanta di quella gente che bisogna fare la fila non solo per camminare lungo i sentieri, ma anche per farsi i selfie nei punti più panoramici.

Gran parte della gente che stava ad Agua Azul poi ha fatto, come noi, un salto a Misol-Ha, una cascata sola ma alta più di trenta metri, che precipita dentro ad un lago rotondo. Camminando dietro la cascata grande si può entrare in una grotta buia e lì ammirarne da vicino un'altra più piccola, però in questo caso si perde più tempo e bisogna tornare al van di corsa, sgomitando tra la folla, per evitare che l'autista si incazzi.

L'ultima tappa è Palenque. Qua va detto che quei tirchi fricchettoni dei miei compagni di viaggio si sono rifiutati di dividere il prezzo di una guida con me e dunque ho dovuto cavarmela da sola. Per prima cosa l'attenzione viene catturata dal tempio delle Iscrizioni, mausoleo del re Pakal il Grande, che governò per moltissimi anni durante il Seicento (l'epoca di maggior sviluppo di questa città). La storia più interessante relativa a Palenque riguarda proprio il sarcofago di Pakal, scoperto negli anni Cinquanta; in particolare è il bassorilievo istoriato sul coperchio (una lastra di cinque tonnellate) che ha creato scalpore. Il cartello presente nel sito dice che vi è rappresentato il re Pakal che emerge dalla terra nelle sembianze di una manifestazione del dio maya del mais; egli cresce, invecchia, muore e va nell'inframondo dove rinasce ciclicamente. Ma già poco dopo la sua scoperta, un'altra interpretazione, ben più affascinante, si fece strada, ossia che sulla lastra tombale fosse raffigurato Pakal dentro una specie di antica astronave, con le mani che manovrano dei comandi, un respiratore nel naso, e addirittura delle fiamme di un reattore a propulsione. Ovviamente ciò ha messo in fibrillazione tutta una serie di appassionati di fanta-archeologia e di paleoastronautica mondiali, i quali hanno trovato nel reperto la conferma della presenza di forme di vita extraterrestre sulla Terra. La visita della cripta è interdetta da più di dieci anni, ma una copia della controversa tomba è presente al Museo di Antropologia di Città del Messico insieme ai preziosi ornamenti.

Altre impressionanti costruzioni dovevano essere all'epoca il Palacio (un complesso di edifici dotati di cortili e portici, collegati tra loro da passaggi sotterranei), il tempio del Leone, il tempio del Conte, i tre templi del Gruppo delle croci. Anche nei bassorilievi presenti in questi ultimi (che commemorano questa volta l'ascesa al trono del successore di Pakal) si riconosce facilmente l'albero della creazione, ossia la stessa immagine allegorica, scambiata per un'astronave dai fanta-archeologi, che sta sul sarcofago di Pakal. In ogni caso, secondo le stime, meno del 10% della superficie totale che raggiunse la città è stata portata alla luce, e dunque la maggior parte degli edifici sono tuttora nascosti nella foresta, tra l'altro molto lussureggiante e piena di stupendi ficus, liane e rampicanti.

Nonostante tutte le interessanti scoperte, alla fine della giornata non vedo l'ora di tornare alla limpidità, ai colori decisi e alla qualità dell'aria che si respira a San Cristóbal. E anche se mi aspettano altre cinque ore di topes, mi complimento con me stessa per aver cambiato i miei piani e non dover restare a dormire a Palenque.

Racconto di viaggio "VADO AL MASSIMO, VADO IN MESSICO" (dicembre 2014 - gennaio 2015)