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  • Categoria: Messico

Puebla l'eroica

La città della revoluciòn

Il fatto di viaggiare da solo mi parve un vantaggio. Le nostre reazioni al mondo esterno subiscono l'influenza decisiva di chi ci sta vicino, e spesso moderiamo la nostra curiosità per adattarci alle aspettative altrui. Magari i nostri compagni di viaggio hanno una visione precisa di noi e impediscono così ad alcune parti di emergere. "Non ti avrei mai creduto un appassionato di ponti" potrebbe commentare qualcuno, intimidendoci, e il sentirci osservati da vicino potrebbe analogamente inibire la nostra osservazione degli altri, costringendoci a sintonizzarci sulle domande e i commenti di chi abbiamo accanto e ad apparire più normali di quanto la nostra curiosità non vorrebbe.
(Alain de Botton, “L'arte di viaggiare”)

Puebla l'ho inserita nel programma di viaggio all'ultimo momento ed è la mia ultima tappa prima del rientro a Città del Messico, da cui dista poco più di cento chilometri. La cosa bella di viaggiare da soli è che puoi cambiare i tuoi piani senza che nessuno ti faccia il muso per ore, anche se decidi di ripercorrere la stessa strada già compiuta e finanche di dormire un'altra notte in autobus: l'itinerario circolare via Palenque e Veracruz che avevo programmato inizialmente si è infatti trasformato in un tragitto lineare, ricalcato una seconda volta per consentirmi di visitare il sito di Monte Albàn e fare una sosta a Puebla.

Arrivata nel pomeriggio al Centro de Autobuses, mi inserisco in una fila lunga ma ben organizzata per prendere il taxi; il mio colorato ostello è in pieno centro, a due passi dallo Zocalo. Quando esco per una passeggiata esplorativa, la cattedrale e i leggiadri palazzi vicini si sono già illuminati, nella piazza principale la folla delle vacanze di Natale brulica sotto un cielo di stelle a neon oppure riempie ciarliera i caffè presenti uno accanto all'altro sotto i portici, mentre i bambini giocano con la neve artificiale in un piccolo parco giochi. Non sembra proprio una città di un milione e mezzo di abitanti, ma c'è piuttosto un'atmosfera da paesone. 

Al mattino mi metto in marcia, baldanzosa e piena di energia, per questa penultima giornata di Messico, guidata da una toponomastica estremamente funzionale: all'altezza dello Zocalo si incrociano le due direttrici principali (Calle 16 de Septiembre e Avenida Reforma); a partire da questo incrocio, le Calles o Avenidas parallele sono seguite da numeri pari o dispari a seconda della direzione, e si distinguono in Ponente e Oriente da una parte e in Sur o Norte dall'altra.

Il nome completo di questa metropoli è Heroica Puebla de Zaragoza, in ricordo del generale al comando dell'esercito che il 5 maggio 1862 respinse i 6000 francesi mandati da Napoleone III a invadere il Messico per imporre come imperatore Massimiliano d'Asburgo. Non importa che i francesi sconfitti erano in preda alla diarrea e che un anno dopo vinsero, tenendo la città fino al 1867: quella vittoria viene tuttora sontuosamente celebrata, soprattutto negli USA.
Una cinquantina di anni dopo, qui mosse i primi passi la rivoluzione contro Porfirio Díaz, che fa da sfondo alla storia narrata da Ángeles Mastretta nel romanzo Male d'amore (era questo il motivo principale per cui ci tenevo a visitare Puebla). Seguendo l'invito a prendere le armi lanciato da Francisco Madero (che aveva dichiarato nulle le elezioni dalle quali era uscito sconfitto), nel novembre del 1910 Aquiles Serdán, i suoi fratelli e i loro seguaci antirreeleccionistas stavano organizzando la rivolta contro l'odioso dittatore, quando nella casa di calle 6 Oriente giunse la milizia con un mandato di perquisizione; ingaggiarono dunque una battaglia all'ultimo sangue, al termine della quale morirono quasi tutti, compreso Aquiles (il quale si era nascosto per quattordici ore in un buco nel pavimento, ma fu poi tradito da un colpo di tosse). Oggi questa casa, che ancora mostra i fori dei proiettili, sia sul muro esterno sia in una delle stanze ancora arredate come all'epoca, è stata trasformata in un interessante Museo de la revoluciòn.

L'eroica città è stata inserita nel patrimonio UNESCO grazie agli stili architettonici dei mille edifici coloniali decorati con azulejos e delle decine e decine di chiese barocche che ricordano i bei tempi di quando questo era un importante centro del cattolicesimo conservatore. Girando per la città non si fa fatica a notare le imponenti testimonianze religiose: la CATTEDRALE ha le torri più alte del Messico ed è raffigurata sulla banconota da 500 pesos, il templo de Santo Domingo contiene l'incredibile Capilla del Rosario, decorata con stucco dorato e sculture di pietra, nella Iglesia di San Cristóbal c'è uno sconsolatissimo Cristo seduto con i capelli veri e la corona di spine, circondato da bellissimi azulejos. Molto belle anche la più periferica chiesa della ormai nota Virgen de Guadalupe, ricoperta di piastrelle colorate, la chiesa dell'Angelo Custode, vicina al jardin de Analco, e l'iglesia de la Compañía o del Espíritu Santo, dalla consistenza di meringa. Anche qui a Puebla c'è l'usanza dei listones, quei nastri colorati, in vendita nelle chiese stesse, sui quali si scrivono le richieste di miracoli; i colori sono diversi a seconda del tipo di petizione: ad esempio blu e rosa per i miracoli afferenti la salute, rosso per quelli relativi all'amore e all'amicizia eccetera.

Passeggiare per Puebla mi mette di buonumore, con quelle facciate variopinte o ricoperte di piastrelle e tutta quella messicanità esposta nelle botteghe e nelle bancarelle di artigianato. Nei negozi di magia bianca — mayoreo o menudeo (all'ingrosso e al dettaglio) — si vendono essenze, lozioni, amuleti, saponi, talismani e si offrono incantesimi e amarres de amor, che servono a far tornare a sé l'amore perduto. Le attività dei mariachi sono pubblicizzate a grandi lettere, scritte a mano sui muri degli edifici dai colori pastello che pullulano ad esempio in Avenida 12 Ponente. Visitando i mercati de artesanias si deduce che qui ferve la produzione di ceramiche: si tratta della Talavera, pregevole maiolica realizzata sin dall'antichità con l'argilla locale sui toni del blu.

E naturalmente anche qui, l'immagine onnipresente nei negozi è quella dello scheletro, che prende spunto dalla Calavera Catrina, il personaggio inventato circa un secolo fa dal disegnatore e caricaturista Jose Guadalupe Posada (un teschio vestito elegantemente con un grande cappello). La Calavera inizialmente non era catrina, bensì garbancera, venditrice di ceci: l'intento di Posada era infatti quello di criticare quei messicani poveri — venditori di ceci, appunto — che rinnegavano le loro origini indigene e fingevano di essere europei. Poi arrivò il solito Diego Rivera che gli diede l'aspetto e il nome che ha oggi, con la sua stola di piume, quando la raffigurò nel suo murale “Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central”. La Catrina, impegnata in attività di ogni genere e accompagnata da scheletri maschi, oggi è il soggetto prediletto di disegni e tele, sculture di legno, cartapesta, maiolica, argilla eccetera.

La X di Mexico
C’era una sfida nell’aria, in quest’aria secca e fine dei duemila metri: l’antica sfida tra le civiltà d’America e di Spagna nell’arte d’incantare i sensi con seduzioni allucinanti, e dall’architettura questa sfida s’estendeva alla cucina, dove le due civiltà s’erano fuse, o forse dove quella dei vinti aveva trionfato, forte dei condimenti nati dal suo suolo. Attraverso bianche mani di novizie e mani brune di converse, la cucina della nuova civiltà ispano-india s’era fatta anch’essa campo di battaglia tra la ferinità aggressiva degli antichi dèi dell’altopiano e la sovrabbondanza sinuosa della religione barocca…
(Italo Calvino, “Sotto il sole giaguaro”)

A Puebla c'è un museo meraviglioso che si chiama Amparo, dedicato all'arte in tutte le sue forme. È situato in un bellissimo edificio di grande ricchezza storica, trasformato in uno spazio culturale muy contemporaneo, con una bella terrazza dotata di bar da cui si gode una stupefacente vista sulle torri e la cupola della cattedrale. Gran parte della sua collezione è dedicata all'arte preispanica e all'arte coloniale fino all'Ottocento, e inoltre offre un'ampia agenda di esposizioni temporanee.  
È qui che conosco l'opera dell'artista argentino Ramiro Chaves, che in questi giorni espone il suo lavoro sulla lettera X e in particolare sui modi in cui essa è stata usata nell'architettura messicana. All'epoca della conquista spagnola, infatti, si discuteva se il nome della colonia dovesse scriversi “Mexico” oppure “Mejico”. Scegliendo ufficialmente la prima versione, la X diventò un simbolo dell'incrocio culturale tra la tradizione preispanica e la nuova identità meticcia, un'icona della nascita del moderno stato messicano, ed è su questo che gli oggetti, i disegni e le foto proposte fanno riflettere. La sera stessa, mi chiedo se abbia analogo significato la gigantesca ics tutta di lucine rosse piazzata sull'ingresso del Teatro Principal in occasione delle feste natalizie.

Un altro campo in cui “le civiltà d’America e di Spagna” si incontrano e si sfidano per sedurre i sensi è, come dice Calvino, la cucina, il grande orgoglio di Puebla e dei suoi abitanti. La tradizione gastronomica poblana, che parte dagli ingredienti della sua terra ma ha fatto tesoro delle ricette nate nei conventi, va fiera del suo classico piatto di chiles en nogada (peperoni ripieni di picadillo e ricoperti di salsa alle noci e melograno) e soprattutto del mole poblano, una salsa cremosa — che accompagna di solito tacchino o pollo — a base di cacao, tre tipi di peperoncino, frutta secca e varie spezie. Oltre a diversi tipi di dolci e allo street food, essa propone, per i più ardimentosi, eccentriche specialità stagionali come le larve di formica saltate nel burro, i vermi dell'agave (gusanos) fritti in una salsa al peperoncino, il fungo del mais e le chapulines (cavallette essiccate). Purtroppo a causa del mio mal di stomaco mi sono alimentata esclusivamente di brodo di pollo e dunque non ho assaggiato assolutamente nulla di tutto questo ben di Dio.

Per l'ultima serata in Messico mi reco in una zona molto animata della città, il barrio del artista. Mentre mi avvicino all'unico tavolino libero di uno dei locali in cui suonano la trova, Ricardo, che sta cercando un posto dove sedersi con la sua amica, mi propone con un sorriso smagliante di condividerlo. Impossibile dire di no: Ricardo, così giovane da poter essere mio figlio, parla un ottimo inglese ed ha un carisma incredibile, che si rafforza quando sale sul palco per cantare una canzone (oltre a un fantastico sorriso ha anche una bella voce). Già da subito, approfittando della breve assenza della ragazza magra e timida con cui è uscito, mi  confessa che gli piace, ma ancora non si è dichiarato. E mentre lui canta, lei pure mi fa capire che non le dispiace, Ricardo. Mi raccontano che Tiziano Ferro era molto amato fino a che non ha detto in televisione che le donne messicane hanno i baffi, e questo ha fatto incazzare a morte molti suoi fan, e infatti (non so se è un caso) nessuna sua canzone viene proposta, mentre ad esempio Gianluca Grignani va alla grande. Poi mi salutano: abitano molto lontano dal centro e l'ultimo autobus sarebbe partito dopo poco. Io bevo l'ultima cervecita, a un prezzo che loro a malapena possono permettersi, augurandomi che il bruno Ricardo e la sua ragazza dalla pelle bianchissima si fidanzino presto.

Racconto di viaggio "VADO AL MASSIMO, VADO IN MESSICO" (dicembre 2014 - gennaio 2015)