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  • Categoria: Turchia

ISTANBUL was Constantinople

Non maledire ciò che viene dal cielo. Inclusa la pioggia.
Non importa cosa ti precipiti addosso, non importa quanto violento il nubifragio o gelida la grandine: non rifiutare quello che il cielo ti manda.
[ Elif Shafak, “La bastarda di Istanbul” ]

Istanbul, l'antica Bisanzio, porta tra Oriente e Occidente, città multiculturale, proiettata nel futuro ma profondamente ancorata alla storia. Istanbul, tu, la meno europea di tutte le città d'Europa, rappresenti una civiltà ultramillenaria piena di contrasti e di mescolamenti tra etnie e civiltà.Istanbul, volevo chiederti, ma non ti sei scocciata di sentire sempre le stesse cose?

Io te lo devo dire, non ti immaginavo così gelida. Non immaginavo i celebri gabbiani urlare impazziti in un vento così umido, né gli altrettanto celebri pescatori intabarrati nell'incerata in fila sul ponte di Galata a zero gradi. E questo nonostante ciò che cantava Piero Pelù negli anni Ottanta e nonostante avessi visto il film “Uzak”. Ti conoscevo come meta amata dagli orientalisti ottocenteschi e dai cantautori, e come scenario dei registi innamorati del Corno d'Oro; mi sembravi torbida nei bagni turchi frequentati da Alessandro Gassman e nel fumo dei narghilè; ti pensavo accogliente coi tuoi immaginari divani rossi e i tuoi harem peccaminosi. Istanbul, lo sai che tutti consigliano di perdersi nelle tue strade? Me ne spiegherai la ragione, un giorno (possibilmente in primavera).

Avevo solo trenta ore per farmi un'idea di te. Un tassista ci ha portato nella pioggia vicino alla torre di Galata. Lì c'erano fast food, negozi di souvenir, altri hotel. Ho notato subito le celebri melagrane in esposizione e ho voluto provare alcuni piatti esposti dentro a un frigorifero (li ho indicati con il dito, in inglese). Sulla TORRE DI GALATA mi si sono gelate le mani, mentre scattavo fotografie al CORNO D'ORO (estuario preistorico amato dai registi), alle moschee con le cupole cicciottelle e i minareti sottilissimi, ai ponti e ai tetti innevati. Poi uno di quei ponti lo abbiamo attraversato in taxi (Istanbul, dillo ai tuoi tassisti che non è carino derubare i turisti appena arrivati chiedendogli per una corsa il triplo della cifra adeguata.)

Siamo scesi nell'antica Bisanzio-Costantinopoli, di fronte alla MOSCHEA NUOVA; lì dietro c'era il BAZAR DELLE SPEZIE che, per essere uno storico mercato di epoca ottomana, era molto ordinato e perfetto e nessuno gridava. Molti negozi sfoggiavano accanto all'uscio caterve di dolci colorati e sui vassoi ci venivano offerti i lokum, cubetti gommosi che a me non sono piaciuti. Niente a che vedere con gli affollati suq del nord Africa e del Medio Oriente che conoscevo, dove potevi perderti per ore a bere tè e toccare tutti gli oggetti pieni di polvere e annusare tutti gli odori accatastati senza logica.

Istanbul, sono molto delusa: non ho visto nessun epocale tramonto sul tuo stretto, anzi non ho visto proprio alcun tramonto (le nuvole e la pioggia non lo hanno permesso). Ma all'improvviso si sono accese le luci e un ponte ha cominciato a colorarsi di fucsia, di blu, di verde (grazie lo stesso).

Attraversato il Corno d'oro, abbiamo fatto ritorno nel quartiere genovese di Galata. Un vento gelido ci ha sferzato tutto il tempo sull'elegante İSTIKLAL CADDESI, il Viale dell'Indipendenza, fino a PIAZZA TAKSIM. Non era un caso che tutti i poliziotti stazionassero dalla stessa parte del MONUMENTO DELLA REPUBBLICA, ossia nel lato opposto rispetto alle statue di Atatürk, dei suoi sodali e dei leader della Rivoluzione d'Ottobre (indomiti, a favore di vento). A parte questo, la piazza era deserta (nessuno ha il coraggio di manifestare in inverno, mi aveva detto il receptionist dell'hotel).

Abbiamo allora invertito la marcia fino a un budello di vie dove sono comparsi dei bar tutti uguali, piccoli e bui e pieni di fumo. In ognuno di loro un piccolo palco ospitava un chitarrista che probabilmente proponeva lo stesso repertorio ovunque (ci siamo seduti ad uno dei tavolini, ma non ci siamo riscaldati). A cena, in un ristorante che sono sicura di aver visto nel già citato film “Uzak”, abbiamo ordinato diversi meze, che conoscevo per averli mangiati in Siria. Erano piatti tipo salsa allo yogurt, hummus, involtini di foglia di vite, polpette, melanzane al sugo, calamari fritti (noi le chiameremmo semplicemente “antipasti”).

La mattina per fortuna non nevicava, diluviava soltanto (un gesto molto carino da parte tua, Istanbul). Abbiamo raggiunto in taxi la moschea del Sultano Ahmet, detta MOSCHEA BLU a causa delle migliaia di piastrelle di ceramica turchese che decorano le pareti e la cupola. Togliersi le scarpe prima di entrare non è stato un piacere, ma per fortuna il pavimento era costituito da un gigantesco e morbido tappeto decorato a fiori, sul quale mi sono sdraiata per ammirare i grandi lampadari e i soffitti decorati.

Reinfilate le scarpe, proprio di fronte, nella foschia e dietro gli alberi spogli, si è materializzata la BASILICA DI SANTA SOFIA (che io pensavo fosse una santa, invece ho capito che significa “Divina Sapienza”). Quando l'imperatore Giustiniano la fece riedificare sui resti di altre chiese incendiate, era la più grande chiesa del mondo di allora, come si addiceva alla sede del patriarca di Costantinopoli. Nei secoli ha subito gli esiti nefasti di: terremoti, attacchi di iconoclastia, incendi, saccheggi, profanazioni ecc., finché in epoca ottomana fu trasformata in moschea. Pulita, intonacata e riqualificata varie volte, aggiunti minareti, supporti, mausolei, mezzelune, gallerie, minbar, è quindi diventata un museo (grazie al solito Atatürk). Insomma, cara Istanbul, visitare questo edificio è un po' come ripassare la tua intera storia. Salendo sulla galleria superiore a forma di ferro di cavallo si potevano ammirare: la maestosità dell'opera, quattro giganteschi medaglioni circolari (opera di un famoso calligrafo amante del kitsch), diversi mosaici e i ponteggi che ancora coprono tutta una parete.

Sempre a Giustiniano si deve la CISTERNA-BASILICA, un grande spazio sotterraneo dove anticamente si raccoglievano le acque. Tutte le colonne, illuminate fiocamente di giallo e organizzate in ordinate file, si specchiavano nell'acqua. In un angolo ci stavano due enormi teste di Medusa in pietra, riusate come basi di colonne; nell'altro il bar; nel terzo angolo le scale; nel quarto ci hanno invitato a farci fotografare, a soli 5 euro, su un elegante divano rosso d'antan travestiti da odalische o giannizzeri (Istanbul, ora hai capito che idea hanno tutti di te?).

Prima di lasciarti, ho mangiato un kebab (senza sapere che mi sarebbe stato servito a pranzo e a cena praticamente per i successivi cinque giorni), ho visto spaccare un orcio di terracotta in mezzo al ristorante versando poi il cibo residuo dentro al piatto del cliente, ho visitato il GRAN BAZAR pieno di spezie, lampade, venditori di tè, bandiere rosse con la mezzaluna e la stella (e ciononostante, mi sembrava di stare a Stoccolma), mi sono chiesta come mai i manichini di abiti per bambini avessero la barba e i baffi disegnati col pennarello e infine ho vissuto quel momento che sicuramente mi verrà sempre in mente quando sentirò pronunciare il tuo nome, Istanbul.

La scena non la so descrivere bene, posso però elencarne gli attori (che tu sicuramente conosci benissimo): gabbiani, giacche a vento, bar galleggianti, carretti di castagne e pannocchie, cappelli, traghetti, minareti veri, freddo, minareti finti, mezzelune, tavolini bassi, panini al pesce, foulard, nuvole, canne da pesca, vento e un ponte.

Racconto di viaggio "KEBAB A COLAZIONE. DA ISTANBUL AL SUD-EST DELLA TURCHIA" (febbraio 2015)