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  • Categoria: Turchia

Il balcone sulla Mesopotamia

Mardin

Mardin non appartiene alla terra; è aggrappata al cielo. Precipita a Sud con torri, minareti e campanili, bombardata di luce bianca come la scogliera di un mare caraibico, arroccata sul precipizio - lungo centinaia di chilometri - che separa l’altopiano anatolico dalla piana dei babilonesi. Mardin, confine tra lo spazio totalitario dei nomadi-soldati (e delle donne infagottate) e la cultura degli agricoltori, città-sentinella che si affaccia sulle terre di Abramo. Da qui Gerusalemme è improvvisamente vicina; inizia un spazio più dolce, flemmatico, quasi mediterraneo, il mondo dei siriaci.
[ Paolo Rumiz, “Gerusalemme perduta” ]

Per una complessa serie di ragioni, alle 4 di mattina ci troviamo alla periferia di Mardin, presso la nuova stazione degli autobus. Chiusa. Per fortuna la luna piena rischiara il piazzale e la stazione vera e propria, entrambi deserti se non fosse per molti volatili urlanti e per un unico essere umano, che ci chiama un taxi. E meno male che ci siamo svegliate in tempo, altrimenti l’autobus ci avrebbe fatto scendere direttamente al capolinea: Cizre, l’ultima città del Kurdistan turco prima del confine con l’Iraq. Un anno fa l’avremmo trovata in preda alle devastazioni orchestrate dal governo contro i terroristi del PKK, ma adesso l’intera regione vive un periodo di tregua – ciò non toglie che, durante la notte, l’autobus sia stato fermato più volte agli inquietanti posti di blocco disseminati sulla strada.

Sebbene sia la settimana di Pasqua, c’è una camera libera in questo suggestivo hotel, ricavato da una residenza del 1200, nel centro storico di Mardin. Trattare con il receptionist è come al solito un’esperienza surreale, poiché ignora persino quel minimo di inglese utile a dare un nome a quello che sarebbe il suo pane quotidiano (camera, letti, colazione, prezzo). D’altra parte è un anno che quasi tutti i siti di prenotazione alberghiera sono bloccati nel paese, dopo che l’associazione delle agenzie di viaggi turche ha fatto loro causa per concorrenza sleale. Per inciso, anche wikipedia non funziona, mentre gli altri siti inaccessibili a ridosso del tentato golpe sono di nuovo disponibili.

In tarda mattinata i meravigliosi palazzi color miele di Mardin risplendono al sole con i loro merletti di pietra. Deliziosi localini e negozietti tappezzano la via principale, e sembra addirittura che ci siano altri turisti. I minareti e i campanili fanno capolino dal tortuoso labirinto di stradine, le case in pietra si ammassano a gradoni lungo il fianco della collina e poi, se si imboccano i vicoli laterali o si sale sulle terrazze, lo sguardo è libero di spaziare sulla sconfinata, verdissima pianura mesopotamica che ci circonda.

La sede del Museo di Mardin è un pregevole edificio di fine Ottocento ottimamente restaurato ed espone una collezione piccola ma ben allestita, che riguarda alcune civiltà tra le più antiche del mondo. Si organizzano molti laboratori per bambini e infatti una classe sta giusto uscendo quando noi arriviamo: ogni scolaro tiene bene in vista uno stendardo appena dipinto per farlo asciugare.

Nella via parallela a quella principale, tra i portici in pietra, si dipana il bazar. Un anziano signore, il cui viso meriterebbe molto più di questa semplice cronaca, ci invita a sedere su uno sgabello di fortuna e a bere il tè di fronte alla sua bottega, tra i sacchi di tabacco e varia chincaglieria. “Qui tutti i popoli convivono pacificamente: curdi, yazidi, turchi, cristiani, arabi." Si sforza di affermare in inglese suo figlio. "I love Isa (Gesù)” aggiunge, prima di regalarci un opuscolo in inglese sull'Islam, scovato chissà dove. Sulle pareti all'interno, le foto antiche del padre e del fratello, con bellissimi baffi ottomani. Mi sembra di essere in Siria: la stessa dolcezza dei sorrisi, gli stessi occhi buoni, le scritte in arabo, la curiosità di conoscere l’altro anche se non se ne condivide la lingua.

A Erzurum ci avevano detto che i curdi continuano a rompere le scatole, ma non ne avrebbero più motivo: ormai da anni hanno gli stessi diritti dei turchi, senza contare che l’ex presidente del consiglio era curdo e che molti sono parlamentari. “E poi non è vero che vogliono uno stato tutto per sé – aveva eccepito qualcuno – anzi, questo è il desiderio delle grandi potenze, che così avrebbero a che fare con un paese molto più debole da cui prendere il petrolio.”
Qui nel Kurdistan la musica è molto diversa: “Io vorrei parlare, vorrei scrivere ma non posso” ci sta dicendo questo agiato ed elegante commerciante. Stiamo bevendo l’ennesimo çay in una delle meravigliose terrazze di Mardin, affacciati sul verdissimo oceano mesopotamico, e ci sta illustrando la composizione etnica e religiosa dei villaggi vicini. “Qui la maggior parte dei voti li prende il Partito democratico dei popoli, che si batte per i diritti della minoranza curda, ma i sindaci di molti comuni adesso sono del partito del Grande Presidente - ci racconta - perché i legittimi vincitori delle elezioni sono stati ritenuti terroristi e rimossi dall’incarico. Anche io faccio parte dell’HDP, ma se lo dico posso passare i guai. Anzi a dire il vero sono già stato in galera per aver protestato, ai tempi in cui studiavo all’università sulla costa occidentale.” Da un paio di anni infatti la campagna del governo contro i curdi si è intensificata, da quando l’HDP, prendendo molti voti alle elezioni, ha superato l’elevata soglia di sbarramento necessaria per entrare in parlamento e ha sottratto molti consensi al partito del Grande Presidente. Per ottenere l'approvazione dei nazionalisti la potente propaganda governativa ha preso di mira tutti i curdi, praticamente raggruppati in un unico calderone di “terroristi” e nemici dello Stato: non solo il Pkk e il Tak (i Falchi della libertà del Kurdistan, autori di diversi recenti attentati), ma anche i curdi siriani del PYD-YPG e infine l'HDP stesso. Sono dunque partite indagini non solo contro i parlamentari, i funzionari, i sindaci, ma anche contro i semplici attivisti dell'HDP, accusati di avere rapporti con il PKK. “La Turchia non è una democrazia – sintetizza il nostro nuovo amico – e neanche gli insegnanti possono esprimersi liberamente contro il governo, se no perdono il lavoro”.

In questo storico hamam che risale all'epoca romana, a quanto pare dopo le 5 di pomeriggio l’utenza è mista. E infatti siamo le uniche donne nel locale, compresi lavoranti, massaggiatori e clienti. Nonostante quello che possa pensare la prestigiosa rivista americana “Forbes”, che ritiene la Turchia un paese pericoloso per le donne che viaggiano sole (alle quali consiglia di frequentare gli hamam soltanto durante l’orario a loro dedicato), nulla in questa esperienza ci fa sentire fuori posto. I due massaggiatori gemelli conducono in modo più che professionale lo scrub e il massaggio, che sono al contempo vigorosi e delicati. E anche gli altri avventori ci guardano con estrema naturalezza. Il relax finale avviene nell’antichissima sala centrale dove veniamo avvolte in un accappatoio e invitate a sdraiarci sui divanetti a bere un portocal (spremuta d’arancia), mentre tutti intorno fumano e guardano la televisione. Terminato “Survivor”, l’isola dei famosi turca, inizia il telegiornale, dove il Grande Presidente a quanto pare inveisce contro Macron per aver solidarizzato con il YPG.
Prima di andar via, l’inserviente ci tiene a condurci sulla terrazza, da cui si vede un panorama mozzafiato sull’ormai nota pianura della Mesopotamia. Anche lui si sente in dovere di affermare che qui musulmani, cristiani, yazidi ecc. vivono tutti in armonia. “Là è la Siria” aggiunge, dicendo in realtà "Suriye" e indicando col dito un punto lontano. Il nuovissimo muro realizzato per proteggere tutto il confine meridionale della Turchia da qui non si vede.

Di notte Mardin è di una bellezza commovente. Tutto è diventato giallo: i minareti, le vie strette, i palazzi antichi, l'antico castello che domina la città vecchia di questa Matera turca.

Il titolare dell’albergo, comparso per la prima volta la mattina seguente e per fortuna non totalmente digiuno di inglese, è così gentile da darci una camera da quattro letti nonostante fossimo solo in due. In quanto al prezzo, ci lascia la libertà di deciderlo noi. Stupito dal fatto che gli abbiamo proposto una cifra superiore a quella della camera doppia, e anche preoccupato dal fatto che possiamo permettercela (figuriamoci, 40 euro in due!), si offre di accompagnarci in macchina alla KASIMIYE MADRASAH, che risale alla fine del 1400 e che lui ritiene l’attrattiva imperdibile di Mardin. Il portale scolpito, le due cupole che sormontano le tombe di Kasım Paşa e di sua sorella, il cortile circondato da un portico colonnato, la piscina centrale sono magnifici, ma la vera meraviglia è lo spettacolo intorno alla madrasa: siamo nel clou della fioritura dei tulipani e le porzioni rosse, gialle, rosa, bianche compongono un quadro indimenticabile sotto il cielo blu. Intorno lo sconfinato paesaggio collinoso brilla sotto ai cumuli bianchissimi. “Vedete quella zona lì, dove ora c’è una sola casa? È da lì che viene mio padre; negli anni ha fatto fortuna e ha comprato tutta quella terra.” Ci dice il proprietario dell’hotel indicando una vasta fetta di panorama, prima di risalire in macchina.

Mardin sorge ai margini della regione di Tur Abdin, la «montagna dei servi di Dio» abitata da quasi due millenni dai cristiani siriaci o "Suryoye". Qui troviamo più di ottanta monasteri, il più importante dei quali è Dayr Al-Zafaran, per secoli residenza del Patriarca siro-ortodosso prima che fosse trasferito a Damasco.
Per arrivare al cuore del Tur Abdin non è una malvagia idea recarsi a Midyat, a un’oretta di distanza da Mardin. Il minibus ci lascia lungo una strada anonima ma noi sappiamo che nascosto da qualche parte esiste un suggestivo centro storico. Per certi versi sembra di aver fatto un balzo indietro nel passato, e questo non si può negare che dia al visitatore sempre un certo brivido: è come se egli (nella sua semplicità di turista) stesse viaggiando non solo nello spazio ma anche nel tempo. Tra le vie compaiono uomini dediti ad antiche professioni, anziani pastori, donne che vendono capi di lana fatti a mano, bambini impegnati in giochi neorealisti, caprette, mobili abbandonati, forni tandoori.

Nel cortile di una delle case tipiche dello stesso color miele di Mardin è allestito il set fotografico di una coppia di sposi, mentre la terrazza di un altro edificio storico, discretamente frequentato dai turisti, si affaccia su un ampio panorama nel quale di notano numerosi campanili. In città ci sono diverse chiese di rito siro-ortodosso, ma non in tutte si celebrano regolarmente le funzioni religiose visto che i cristiani oggi rappresentano meno del 10% della popolazione: “Quattro gatti dimenticati dalle convenzioni internazionali, gente che dalla storia ha preso solo bastonate” li definisce Paolo Rumiz, riferendosi alla profonda intolleranza di cui è stata oggetto la popolazione cristiana in tutta la regione. Durante la Prima guerra mondiale infatti molti cristiani siriaci, l’élite economica del paese, sono stati uccisi nel cosiddetto genocidio assiro (meno noto, ahimè, di quello armeno), mentre alla fine del secolo hanno subito attacchi dei curdi e dei turchi. Molti di loro sono emigrati all'estero, anche se negli ultimi anni alcune famiglie hanno iniziato a tornare a Tur Abdin.

Consumiamo il pranzo in una lokanta dove ci fanno mangiare da re senza avere praticamente nulla di pronto, se non la zuppa: l’agnello lo comprano dal macellaio (anche se avevamo ordinato pollo), il pane dal fornaio, l’insalata dal verduriere. Purtroppo al momento del tè ci informano che Mor Gabriel, il più antico monastero siro-ortodosso ancora attivo (situato sulla strada per Cizre) è chiuso, siamo dunque costretti a ripiegare sul meno noto monastero di Mor Hobil-Mor Gabriel, che si trova alla periferia di Midyat ed è raggiungibile a piedi. Inizialmente sembrerebbe sprangato anche questo cancello, ma poco dopo un ragazzino dotato di una grande chiave ci fa entrare. Ammiriamo le mura arrossate dal tramonto e poi gli arredi della chiesa, tra cui un tappeto murale su cui è raffigurata l'ultima cena e un mirhab trasformato in altare, e intanto il giovanotto ci riferisce compitamente che i siriaci sono solo seicento su 110000 abitanti a Midyat ma in tutta l’area ce ne sono circa seimila. Aggiunge che lui frequenta la scuola di aramaico, ed è inevitabile per me ripensare a quel ragazzino di Maalula, in Siria, che aveva recitato una filastrocca nella lingua di Gesù nei pressi del monastero di Santa Tecla. Prosegue il mio viaggio nella cristianità d’oriente, quello che avevo interrotto ad Antiochia presso la chiesa di San Pietro, e che ancora prima avevo compiuto in Siria fra Aleppo e Mar Musa. Penso a Padre Paolo, andato a trattare con l’ISIS e da quel momento sparito. Quasi certamente morto.

Da queste parti, diciamolo, quasi nessuno parla bene il turco, tranne chi è andato a scuola e lo ha imparato come una lingua straniera.
Un ragazzo curdo con i capelli rossi (un carattere molto diffuso in questa etnia) che sta tornando con noi verso la città, racconta che le cose vanno meglio ora: fino a quindici anni fa non potevano parlare la loro lingua in pubblico, né ascoltare la loro musica. A partire dal 2003 infatti sono state messe in atto molte riforme per portare la Turchia dentro i parametri imposti dall’UE, molte delle quali riguardavano il riconoscimento dei diritti della minoranza curda.

Una luna gigantesca sta salendo dietro ai mattoni rossastri e al campanile con la croce. Noi turisti, si sa, siamo gente ingenua, ci inteneriamo facilmente sa pensiamo che stiamo viaggiando nel tempo. Che sembrerebbe di essere tornati a quando l'Europa era pagana e questa parte di mondo era cristiana. E che questo, in pratica, è il più antico cristianesimo del mondo.

Naturalmente anche a Mardin ci sono dei luoghi di culto siriaco-cattolico: caso vuole che l’indomani sia la domenica di Pasqua, così possiamo accertarcene personalmente recandoci alla messa nella Chiesa dei Quaranta Martiri. Come già mi era capitato di notare in Siria, i fedeli sono abbigliati in maniera molto poco spirituale: profonde scollature, gonne aderenti, tacchi vertiginosi, gioielli appariscenti, bambini in frac e bambine vestite da principesse con giacchini di pelliccia. Anche il sacerdote indossa un prezioso abito colorato, con una colomba bianca ricamata dietro il collo. Alle pareti i quadri, bellissimi e inquietanti, hanno qualcosa di etiope. Tranne l’omelia che è in turco, il resto della funzione viene recitata in un dialetto dell’aramaico; al momento della comunione, le persone in fila danno un bacio al grande libro sacro e poi mangiano alcune briciole di pane. Infine all'uscita vengono distribuite delle ciambelle al sesamo ancora calde. 
Mi piange il cuore a lasciare Mardin in questa dolcissima domenica primaverile, mentre le campane suonano e il sole rende ancora più biscottati gli antichissimi palazzi medievali. Ci facciamo incartare un quadro che raffigura Şahmeran, affascinante creatura mitica metà donna e metà serpente, e raggiungiamo in fretta l'aeroporto, dove scopriamo che il volo è in solenne ritardo.

Racconto di viaggio "PIDE E TULIPANI. PRIMAVERA IN ANATOLIA ORIENTALE" (marzo 2018)