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Lituania

Tutti hanno il diritto di vivere lungo il fiume Vilna, e il fiume Vilna ha il diritto di scorrere lungo ciascuno.
[ Costituzione della Repubblica di Uzupis, Vilnius - Art. 15 ]
Una sottile striscia di terra

L'arrivo a Klaipeda non è indimenticabile. A parte che Marcello mi tiene il muso dalla mattina per motivazioni solo a lui note, la guest house prenotata non fa un'ottima figura alle 10 e 30 di una sera piovosa, situata com'è in uno dei centinaia di casermoni di cemento orrendi, distante chilometri da qualsiasi cosa.

L'accoglienza riservataci da Norman Bates e da sua mamma (che parlano solo in lituano e tedesco, lingue a noi sconosciute) non è delle più festose. Andiamo a letto senza cena sognando la squisita colazione che ci avrebbero servito direttamente nel mini appartamento l'indomani mattina di buon'ora. Purtroppo l'immangiabile "colazione" (caffè con mezzo chilo di posa e pancake cristallizzati intrisi di olio di pessima qualità) è rimasta intonsa nel vassoio, in compagnia di un inguardabile gatto di ceramica.

Dunque, schivati i lavori in corso, ci precipitiamo verso il centro e lì, tramite l'ufficio del turismo, conosciamo Irena. Questa donna piena di energia è proprietaria di due appartamenti. In uno ci vive lei, l'altro − enorme e centralissimo − lo affitta a noi. Di fronte c'è un bar dove alle 11, affamatissimi, divoriamo crêpe con i funghi e birra e dove, nonostante l'antipatia della cameriera, torneremo più volte.

La giornata non prende nessuna direzione, o ne prende diverse senza senso, seguendo con ansia i nuvoloni in viaggio. Procediamo fino al parco delle sculture, visitiamo la chiesa ortodossa e il caratteristico edificio della posta in mattoncini; poi, al Museo della Lituania Minore, apprendiamo che Memel (il vecchio nome di Klaipeda) ha fatto parte della Prussia per molto tempo, e ciò giustifica l'abbondanza di case a graticcio.

Nel tardo pomeriggio scoppia un acquazzone biblico che scioglie la pesante cappa che ci perseguitava dal mattino: non possiamo far altro che rifugiarci in un ristorante ad assaggiare ravioloni, barbabietole, pesci impanati e altri piatti tipici, scoprendo che lo sport nazionale degli anziani è scroccare sigarette.

Per fortuna il giorno dopo il sole splende con convinzione e possiamo raggiungere in traghetto la sognata Penisola di Neringa. Nella graziosissima cittadina di Nida noleggiamo le bici: dopo aver costeggiato il mare e la villa di Thomas Mann, ci inoltriamo nella foresta; in seguito raggiungiamo, dalla parte opposta, le montagne di sabbia, fino al confine con Kaliningrad (quel pezzo di Russia con l'affaccio al mare che è separata da tutta l'altra Russia). Le case sono rosse e blu e tutte restaurate con effetto Lego, i giravento a forma di trenini sembrano giocattoli, i turisti numerosissimi, i ristoranti di pesce affumicato molto affollati.

La spiaggia per nudisti, seppure ventilatissima, è davvero appetibile, ma purtroppo non ci hanno dato la catena per bloccare le biciclette e dunque non possiamo scendere gli scalini per raggiungerla. Lo spettacolo che si gode sulle altissime dune e sul mare è straordinario, la sabbia è finissima, il profumo dei pini intenso. Mica fessi gli alti papaveri dell’ex regime che avevano qui le loro dacie. Mica fesso Thomas Mann (e nemmeno Sartre).

L'inquietante collina delle croci

In Lituania va molto di moda sposarsi, incidere i nomi degli sposi su un lucchetto, ed andare ad appenderlo sulla ringhiera di un ponte, buttando la chiave nel fiume. Poiché è però anche il Paese europeo con il più alto numero di divorzi, dovrebbe anche essere dotato di squadre di sommozzatori che si immergano nelle infide acque per recuperare la relativa chiave (o di fabbri che risolvano il problema in maniera più sbrigativa).

Un'altra usanza è quella di piantare delle croci su un'altura che si chiama Collina delle croci. Questo impressionante luogo di pellegrinaggio nella seconda metà del Novecento ha rappresentato il simbolo dell'identità lituania, inscrivendosi dentro al cerchio della resistenza anti-sovietica: durante il periodo di occupazione, infatti, le ruspe russe più volte hanno spianato la Collina, ma ogni volta la gente ha piantato le croci di nuovo, cocciutamente. Papa Wojtyła la inserì nel suo tour lituano del 1993, donando un crocifisso che oggi è situato ai piedi della collina.

Per visitare la Collina delle croci, dovete prima raggiungere Šiauliai, la quarta città della Lituania; poi un bus vi lascerà a quei doverosi due chilometri che solitamente separano la fermata del bus dal sito di interesse, che vi dovrete smazzare in una trance da incombente cielo plumbeo e sconfinato piattume graminaceo. Quindi troverete un lieve innalzamento del terreno letteralmente ricoperto di centinaia di migliaia di croci di ogni misura e materiale (legno, ferro, ambra, plastica...), rosari, statue di Gesù e Madonne. Attraverserete l'inquietante foresta sacra come in preda all'ubriachezza e, prima di andarvene, scoprirete che vendono le croci, come i cinesi vendono i lucchetti a ponte Milvio.

A Šiauliai − la città meno cara della Lituania − dormo fino a tardi in un ostello della gioventù che ricorda molto da vicino un ospedale, vado dal parrucchiere riuscendo (non senza difficoltà) a farmi tagliare i capelli, incrocio molte donne fuori moda e un discreto numero di russi che si baciano sulla bocca.

Vilnius

Vilnius, come Roma, sorge su sette colli, in un’area ricoperta da foreste di pini. Anche la sua parte vecchia è annoverata nell’elenco del patrimonio artistico mondiale dell’UNESCO: possiede la bellezza di 20 chiese ortodosse e 30 chiese cattoliche, un'antica università e palazzi in svariati stili architettonici, ma in prevalenza barocchi. Il Duca Gedimino, che la fondò nel 1323, ha dato il nome al castello medievale, alla torre, alla collina, al viale più importante della città e a chissà quanti altri luoghi.

Il nostro temporaneo alloggio è un tristo ostello allocato nei paraggi della stazione, nel quale fervono rumorosi lavori di ampliamento e dove tutta la notte fiorisce un continuo, ambiguo smercio di alcolici. La stanza è una minuscola cella dove un ventilatore formato casa di bambole fa ben poco per mitigare l'afa opprimente che in questi giorni rende davvero arduo visitare la città.

La nostra prima meta è la Repubblica di Užupis, il quartiere bohémien situato al di là del fiume Vilnia: uno stato utopico con un vero presidente, con la sua bislacca Costituzione incisa in otto lingue diverse sui pannelli a lato della strada, con gli atelier degli artisti, con i murales colorati, con i negozi di oggetti in ferro battuto, con l'angelo di bronzo che, suonando la tromba, ti dà il benvenuto nel mondo della libertà artistica, e con le ripide salite che conducono, ad esempio, alla taverna dove ho bevuto la birra artigianale più buona che c'è.

Il sabato mattina la città è piena di sposi. Prima di andare a serrare i già citati lucchetti, si fanno fotografare in location più o meno amene e lanciano colombe vive nel libero cielo (dopo essersi sposati in chiesa, voglio dire; sono in maggioranza cattolici qui). Altra gente, noncurante della loro felicità, affolla il mercato delle pulci dove i rubli sovietici, le armi, i francobolli, i 33 giri di Albano e Romina, i samovar e i colbacchi si affastellano sui marciapiedi, pieni di polvere.

Superata la piazza della Cattedrale, da cui partì la spettacolare, lunghissima catena umana che univa Vilnius a Tallin per protestare contro l'occupazione sovietica, si entra nel centro moderno. Percorso un pezzo del Gedimino Prospektas (fitto di caffetterie americane e negozi europei) si giunge al Museo delle vittime del genocidio, allocato nell'enorme palazzo che per cinquant'anni ha ospitato il quartier generale del Kgb (Nkvd/Mgb) lituano. Specialmente nei primi anni dell'occupazione (ossia fino alla morte di Stalin), circa duecentomila cittadini ebbero la sfortuna di passare per queste carceri, alcuni prima di raggiungere i campi in Siberia, altri lasciandoci le penne a causa delle torture subite in cella.

Nei sotterranei freddi e umidi possiamo appunto vedere la ricostruzione delle prigioni con le pesanti porte metalliche, le pareti imbottite, le stanze della tortura, l'ufficio del personale con la centralina di spionaggio, il tavolo degli interrogatori e poi la camera di esecuzione, dove sono ancora visibili i fori dei proiettili, e la macabra esposizione delle ossa ritrovate. Al primo piano invece c'è una meno morbosa esposizione permanente, dedicata alle attività degli eroici partigiani della resistenza (i celebri “fratelli della foresta”) contro le truppe regolari russe. Questo disperato tentativo di resistenza fu combattuto dai sovietici uccidendo e deportando nei gulag siberiani migliaia di persone, e definitivamente stroncato all'inizio degli anni '50, grazie al lavoro di intelligence da parte dell'armata rossa.

In un'altra sezione dell'edificio vengono illustrati i metodi di spionaggio messi in atto dal KGB, la polizia politica segreta sovietica, fino al crollo dell'URSS nel 1991. Migliaia di cittadini lituani sospetti venivano schedati e controllati dalla polizia segreta, che provvedeva poi ad arrestarli e ad internarli. Intellettuali, ecclesiastici, studenti e funzionari furono fatti sparire perché sospettati di anticomunismo, et voilà: l'élite dirigente lituana viene decimata.

Nel periodo di occupazione nazista, dal 1941 al 1944, l'edificio ospitò gli uffici della Gestapo, ma nel museo non si fa riferimento alle crudeltà perpetrate dai tedeschi (in quegli anni accolti positivamente dalla maggioranza dei lituani perché speravano di cacciare i sovietici), né vengono citate le centinaia di ebrei uccisi e deportati a Vilnius. Nel passato qui vi era una delle maggiori comunità ebraiche europee (al punto che la capitale lituana viene soprannominata Gerusalemme dell’Est), ma per informarsi su questa parte di storia bisogna andare alla ricerca del piccolo Museo dell’Olocausto o del museo della Storia ebraica, oppure visitare la sinagoga e ciò che resta del ghetto.

I lituani non sembrano passarsela proprio benissimo: dopo un breve periodo di boom economico, adesso i tassi di disoccupazione sono altissimi e il PIL è in caduta libera, così la gente emigra in massa per cercare lavoro all’estero. Visto che le donne, visibilmente più numerose, sono smaniose di sistemarsi, gli uomini − già di per sé non proprio pieni di joie de vivre − tendono a darsi un sacco di arie. Non c'è da stupirsi che gli italiani, con il loro modo di fare galante e paraculo possano riscuotere un certo successo (quando non sono sbeffeggiati, chiaramente). Questo ce lo racconta Egle, che fa la guida turistica ai tedeschi attempati e che è molto felice di trascorrere una serata nel locale di tendenza Invino, dove l'atmosfera romantica e il riferimento culturale italiano hanno un appeal molto forte per gli abitanti giovani e vitazzuoli di Vilnius.

Trakai

Per conoscere da vicino la piccola comunità dei Caraimi, un gruppo etnico originario della Crimea, si può effettuare una piacevole gita a Trakai, un'amena località a pochi chilometri dalla capitale. La cittadina sorge su un lago, al centro del quale è piazzato un castello medievale rosso mattone, molto fotogenico grazie anche alle barche colorate in primo piano.

Le poche centinaia di Caraimi (discendenti dei soldati che il granduca di Lituania volle nel suo esercito nel 1400) risiedono ancora oggi in case di legno che presentano tutte rigorosamente tre finestre sulla facciata: una per Dio, una per la famiglia, una (appunto) per il granduca Vytautas. Nonostante siano di religione giudaica, essi furono catalogati come turchi (e non come ebrei) dai tedeschi occupanti e ciò li ha messi al riparo sia dalla Shoah sia, in seguito, dalla deportazione di massa che colpì altre minoranze etniche dell'Urss. Al ristorante caraita possiamo gustare il piatto tipico della loro cucina, ossia i kibinai, una specie di panzerotti ripieni di carne o verdura.

Kaunas

L'ultima tappa dell'itinerario baltico si estende lungo le rive del Nemunas, a sud del Paese. Kaunas, oltre ad essere una città universitaria, è uno snodo fondamentale sia nel trasporto su gomma sia in quello aereo, specialmente da quando hanno inserito la città nelle rotte della Ryanair. La conferma me la dà questo giovanissimo pilota piemontese che, non avendo santi in paradiso, è stato assegnato, dalla nota compagnia aerea low cost, a questa remota località. Lui e il suo amico si sorprendono moltissimo del fatto che abbiamo scelto la noiosissima Kaunas come tappa del nostro viaggio, ma Marcello fa di tutto per convincerli del contrario. Certo, penso io, l'avvenenza delle donne può essere una motivazione valida, ma non al punto da non accorgersi della guida molesta e dell'ubriachezza inconsulta degli studenti in orario notturno.

Ciononostante, Kaunas è una città piena di verde e musei, dove passeggiare serenamente nei parchi, ammirare chiese più o meno restaurate e resti di castelli, fare un giro in mongolfiera e stazionare nei caffè. Tutto ciò a meno che non ci capiti in concomitanza di una terribile tempesta come quella che − due giorni prima del nostro arrivo − ha divelto decine di gigantesche querce, ha ucciso due campeggiatori e ha gettato nel panico l'intera cittadinanza. I cadaveri dei mastodontici alberi, sdraiati per terra nei boschi, possiamo ammirarli con tristezza durante il free walking tour, un giro turistico gratuito organizzato in diverse città baltiche da giovani spiritosi e carismatici. Come sempre conosciamo altri viaggiatori, apprendiamo interessanti aneddoti e inoltre ci sbafiamo ciambelle e pan brioche lituani.

Anche a Kaunas non possiamo perderci la visita a un museo storico, quello situato dentro al Nono Forte, costruito all'inizio del Novecento per completare la cintura difensiva della città e poi usato come prigione. Per raggiungerlo bisogna prendere un bus che attraversa il quartiere dell'ex ghetto ebraico e poi ci fa scendere in mezzo alla tangenziale. Approdati in qualche maniera al sito, scopriamo che anche qui durante l'occupazione sovietica furono internati i prigionieri destinati ai gulag siberiani, mentre durante l'occupazione nazista furono sterminati, tra gli altri, ebrei di Kaunas, ebrei francesi, austriaci e tedeschi e prigionieri sovietici.

Inaspettatamente, apprendiamo che il primo nucleo del museo esiste già dal 1958 per raccontare i crimini compiuti dai nazisti in Lituania. Soltanto dopo il crollo del regime sovietico, naturalmente, furono aggiunte le sezioni relative alle atrocità comuniste. Visitiamo anche i noiosissimi sotterranei e, alla fine di un lungo tunnel freddo e umido, raggiungiamo la porta attraverso la quale nel '43, sessantaquattro prigionieri tentarono di scappare (un'impresa solidamente architettata, che finì ovviamente nel sangue).

E finalmente qui troviamo qualcuno che se lo ricorda il periodo sovietico. Si ricorda della radio americana ascoltata clandestinamente in famiglia, dove venivano riportate notizie che il regime non voleva divulgare (come ad esempio la catastrofe di Cernobyl). Si ricorda che a scuola certi argomenti non si potevano affrontare e che c'era una sola TV per famiglia. Si ricorda che si mangiavano sempre gli stessi cibi e che i vestiti occidentali non erano in vendita. Si ricorda che gli agenti segreti del KGB controllavano tutti, sempre e dovunque. E si ricorda Romas Kalanta, quello studente che, all'inizio degli anni Settanta, si diede fuoco pubblicamente per protestare contro il regime.

Compiuta finalmente la nostra missione, dopo quattro settimane, possiamo terminare il tour delle tre repubbliche baltiche: non più un'entità indistinta ma tre Paesi, ciascuno con una personalità propria e inconfondibile. Un comodo autobus notturno della Ecolines ci consegnerà al mattino presto a Danzica. E che bello − dopo tanti musi baltici − farsi finalmente una risata con gli autisti polacchi!