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  • Categoria: Lituania

La dolce vita di Vilnius

Tutti hanno il diritto di vivere lungo il fiume Vilna, e il fiume Vilna ha il diritto di scorrere lungo ciascuno.
[ Costituzione della Repubblica di Uzupis, Vilnius - Art. 15 ]

Vilnius, come Roma, sorge su sette colli, in un’area ricoperta da foreste di pini. Anche la sua parte vecchia è annoverata nell’elenco del patrimonio artistico mondiale dell’UNESCO: possiede la bellezza di 20 chiese ortodosse e 30 chiese cattoliche, un'antica università e palazzi in svariati stili architettonici, ma in prevalenza barocchi. Il Duca Gedimino, che la fondò nel 1323, ha dato il nome al castello medievale, alla torre, alla collina, al viale più importante della città e a chissà quanti altri luoghi.

Il nostro temporaneo alloggio è un tristo ostello allocato nei paraggi della stazione, nel quale fervono rumorosi lavori di ampliamento e dove tutta la notte fiorisce un continuo, ambiguo smercio di alcolici. La stanza è una minuscola cella dove un ventilatore formato casa di bambole fa ben poco per mitigare l'afa opprimente che in questi giorni rende davvero arduo visitare la città.

La nostra prima meta è la REPUBBLICA DI UŽUPIS, il quartiere bohémien situato al di là del fiume Vilnia: uno stato utopico con un vero presidente, con la sua bislacca Costituzione incisa in otto lingue diverse sui pannelli a lato della strada, con gli atelier degli artisti, con i murales colorati, con i negozi di oggetti in ferro battuto, con l'angelo di bronzo che, suonando la tromba, ti dà il benvenuto nel mondo della libertà artistica, e con le ripide salite che conducono, ad esempio, alla taverna dove ho bevuto la birra artigianale più buona che c'è.

Il sabato mattina la città è piena di sposi. Prima di andare a serrare i già citati lucchetti, si fanno fotografare in location più o meno amene e lanciano colombe vive nel libero cielo (dopo essersi sposati in chiesa, voglio dire; sono in maggioranza cattolici qui). Altra gente, noncurante della loro felicità, affolla il mercato delle pulci dove i rubli sovietici, le armi, i francobolli, i 33 giri di Albano e Romina, i samovar e i colbacchi si affastellano sui marciapiedi, pieni di polvere.

Superata la piazza della Cattedrale, da cui partì la spettacolare, lunghissima catena umana che univa Vilnius a Tallin per protestare contro l'occupazione sovietica, si entra nel centro moderno. Percorso un pezzo del GEDIMINO PROSPEKTAS (fitto di caffetterie americane e negozi europei) si giunge al MUSEO DELLE VITTIME DEL GENOCIDIO, allocato nell'enorme palazzo che per cinquant'anni ha ospitato il quartier generale del Kgb (Nkvd/Mgb) lituano. Specialmente nei primi anni dell'occupazione (ossia fino alla morte di Stalin), circa duecentomila cittadini ebbero la sfortuna di passare per queste carceri, alcuni prima di raggiungere i campi in Siberia, altri lasciandoci le penne a causa delle torture subite in cella.

Nei sotterranei freddi e umidi possiamo appunto vedere la ricostruzione delle prigioni con le pesanti porte metalliche, le pareti imbottite, le stanze della tortura, l'ufficio del personale con la centralina di spionaggio, il tavolo degli interrogatori e poi la camera di esecuzione, dove sono ancora visibili i fori dei proiettili, e la macabra esposizione delle ossa ritrovate. Al primo piano invece c'è una meno morbosa esposizione permanente, dedicata alle attività degli eroici partigiani della resistenza (i celebri “fratelli della foresta”) contro le truppe regolari russe. Questo disperato tentativo di resistenza fu combattuto dai sovietici uccidendo e deportando nei gulag siberiani migliaia di persone, e definitivamente stroncato all'inizio degli anni '50, grazie al lavoro di intelligence da parte dell'armata rossa.

In un'altra sezione dell'edificio vengono illustrati i metodi di spionaggio messi in atto dal KGB, la polizia politica segreta sovietica, fino al crollo dell'URSS nel 1991. Migliaia di cittadini lituani sospetti venivano schedati e controllati dalla polizia segreta, che provvedeva poi ad arrestarli e ad internarli. Intellettuali, ecclesiastici, studenti e funzionari furono fatti sparire perché sospettati di anticomunismo, et voilà: l'élite dirigente lituana viene decimata.

Nel periodo di occupazione nazista, dal 1941 al 1944, l'edificio ospitò gli uffici della Gestapo, ma nel museo non si fa riferimento alle crudeltà perpetrate dai tedeschi (in quegli anni accolti positivamente dalla maggioranza dei lituani perché speravano di cacciare i sovietici), né vengono citate le centinaia di ebrei uccisi e deportati a Vilnius. Nel passato qui vi era una delle maggiori comunità ebraiche europee (al punto che la capitale lituana viene soprannominata Gerusalemme dell’Est), ma per informarsi su questa parte di storia bisogna andare alla ricerca del piccolo Museo dell’Olocausto o del museo della Storia ebraica, oppure visitare la sinagoga e ciò che resta del ghetto.

I lituani non sembrano passarsela proprio benissimo: dopo un breve periodo di boom economico, adesso i tassi di disoccupazione sono altissimi e il PIL è in caduta libera, così la gente emigra in massa per cercare lavoro all’estero. Visto che le donne, visibilmente più numerose, sono smaniose di sistemarsi, gli uomini − già di per sé non proprio pieni di joie de vivre − tendono a darsi un sacco di arie. Non c'è da stupirsi che gli italiani, con il loro modo di fare galante e paraculo possano riscuotere un certo successo (quando non sono sbeffeggiati, chiaramente). Questo ce lo racconta Egle, che fa la guida turistica ai tedeschi attempati e che è molto felice di trascorrere una serata nel locale di tendenza Invino, dove l'atmosfera romantica e il riferimento culturale italiano hanno un appeal molto forte per gli abitanti giovani e vitazzuoli di Vilnius.

Per conoscere da vicino la piccola comunità dei Caraimi, un gruppo etnico originario della Crimea, si può effettuare una piacevole gita a TRAKAI, un'amena località a pochi chilometri dalla capitale. La cittadina sorge su un lago, al centro del quale è piazzato un castello medievale rosso mattone, molto fotogenico grazie anche alle barche colorate in primo piano.

Le poche centinaia di Caraimi (discendenti dei soldati che il granduca di Lituania volle nel suo esercito nel 1400) risiedono ancora oggi in case di legno che presentano tutte rigorosamente tre finestre sulla facciata: una per Dio, una per la famiglia, una (appunto) per il granduca Vytautas. Nonostante siano di religione giudaica, essi furono catalogati come turchi (e non come ebrei) dai tedeschi occupanti e ciò li ha messi al riparo sia dalla Shoah sia, in seguito, dalla deportazione di massa che colpì altre minoranze etniche dell'Urss. Al ristorante caraita possiamo gustare il piatto tipico della loro cucina, ossia i kibinai, una specie di panzerotti ripieni di carne o verdura.