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MADE IN VIETNAM

Ogni volta che parto per un Paese mai visitato prima mi pongo lo stesso quesito: esplorare una piccola regione battendo anche i posti poco turistici oppure saltabeccare da un luogo imperdibile all'altro grazie ai voli low cost? Nel primo caso il rischio è quello di visitare luoghi deludenti, nel secondo non conoscere il “vero” spirito del paese.
Per quanto riguarda il Vietnam ho puntato sul classicissimo circuito turistico, equamente distribuito tra nord (Hanoi e baia di Ha Long), centro (Hue e Hoi An) e sud (Saigon e delta del Mekong). Il Vietnam è un paese stretto e lungo e sicuramente sarebbe stato istruttivo effettuare confronti tra zone distanti tra loro.

La baia di Ha Long

Secondo i dati forniti dal governo, circa dieci milioni di turisti stranieri hanno visitato il Vietnam nel 2016, oltre il 25% in più rispetto all’anno precedente. La classica crociera nella BAIA DI HA LONG è una delle attività più gettonate: non a caso, quando abbiamo cercato di prenotarla era tutto fully booked e abbiamo ottenuto una cabina solo perché una coppia poco dopo ha disdetto.
Abbiamo trascorso circa 24 ore in un elegante galeone, mangiando elaborati piatti di pesce e navigando tra le stupefacenti isolette che spuntano nella baia, in compagnia di turisti non solo del Nord del mondo come un tempo, ma anche dei Paesi emergenti (Malesia, Thailandia, Brasile, Europa dell’Est). L’organizzazione dell’escursione segue uno schema standard e le attività hanno una scansione vagamente militaresca. 12:30: check-in. 13:00: specially prepared lunch. 15:30: escursione in kayak tra i faraglioni. 16:30: swimming time (ma ormai il sole è quasi scomparso e fa troppo freddo). 18:00: sunset party on the sundeck in warm and romantic atmosphere (in pratica un bicchiere di pessimo vino di Dalat bevuto sul ponte, dove spira una brezza sostenuta). 19:00: cooking class (come avvolgere verdure e pesce dentro a un foglio di carta di riso). 19:30: special dinner. 20:00: relax singing karaoke (dove ho dovuto cantare “Careless whispers” al karaoke per omaggiare George Michael, una delle mie icone adolescenziali, scomparso proprio quel giorno) or squid fishing (ci hanno dato gli strumenti per pescare ma lo spirito ecologista ha fatto sì che l'unico calamaro che abbia abboccato sia stato ributtato in mare ‒ tra l'altro già morto ‒ dal mio vicino di cabina norvegese).

Alle sei e mezza di mattina una voce baldanzosa ci ha svegliato urlando alcune frasi corroboranti alla filodiffusione della barca. Dopo la colazione ci hanno portato alla SURPRISE CAVE, dove c'è una massa indescrivibile di gente incolonnata, tutti appena scesi come noi da una delle centinaia di barche più o meno di lusso che affollano la baia. Ammirate le concrezioni e stalattiti a forma di coccodrillo o di dito medio, segue la visita alla Pearl farm dove abbiamo assistito alle operazioni necessarie per coltivare le ostriche e produrre le perle (in vendita nel negozio attiguo).

E infine altre 4 ore di autobus per tornare ad HANOI, con un'unica sosta anche questa volta in uno di quei magazzini enormi sulla strada, circondati da un cortile pieno zeppo di statue a forma di lady Buddha o di delfino. Qui si può utilizzare la toilette, farsi un caffè o acquistare souvenir o snack a prezzi europei: la maggior parte dei clienti è costituita dai turisti stranieri che compiono l'itinerario Hanoi-Ha Long i quali apparentemente non mostrano alcun disagio a spendere 4 euro per un pacco di biscotti. D'altra parte stiamo parlando di gente che ‒ come me, d'altra parte ‒ aveva sborsato la bellezza di 130 dollari per una gita di un giorno e mezzo (senza contare l'esoso costo delle bevande extra).

Dal finestrino, oltre alla gente che lavora nelle risaie lungo la strada, si possono notare i capannoni industriali, come quello della Canon, nel cui cortile sono parcheggiati migliaia di scooter.

Povero Vietnam!

Povero Vietnam! L'unica modernità che questo paese sembra aver conosciuto è quella della guerra: le armi, gli aerei, i missili sono cose di questo secolo; tutto il resto appartiene ancora al passato.
[ Tiziano Terzani, “Un indovino mi disse” - 1993 ]

Ho preso il treno ad HANOI alle 8 di sera e ne sono scesa a HUÈ dopo 14 ore (la maggior parte delle quali trascorse beatamente a dormire in una comoda cuccetta). Rileggendo le descrizioni che Tiziano Terzani riportava dal suo viaggio in un treno vietnamita non ho riconosciuto nulla, e pensare che risalgono a poco più di vent'anni fa e non a un secolo o due. Intanto la stazione di Hanoi non ha affatto un “soffocante odore di latrina”, non ci sono centinaia di passeggeri ad aspettare il treno “bivaccando sulle scalinate, nei corridoi e lungo i binari” e a differenza di Terzani abbiamo trovato facilmente il nostro vagone. Il treno all'epoca era lentissimo, “sporco, povero, primitivo” e privo di acqua nei gabinetti, i finestrini erano muniti di inferriate per difendersi dai banditi, i sedili di legno erano ricoperti da una stuoia di paglia. Quello che ho preso io invece (prenotato su internet), non è molto diverso dai treni italiani, ha bagni dotati di acqua corrente e un livello di pulizia standard. Ad ogni fermata non mi è sembrato di notare l'assalto delle folle urlanti di donne, bambini, venditori, mendicanti e mutilati (che, anche se dormivo, sicuramente mi avrebbero svegliato), nessuna bigliettaia è arrivata “con un pentolone per distribuire ramaiolate di minestra in untuose ciotole di alluminio” e alla fermata non è giunto nessun ometto con una bacinella d'acqua che funge da lavandino portatile. Fuori dal finestrino non scorrono poveri villaggi e capanne (“miseri tetti di paglia sorretti da quattro pali di bambù”), la gente non è vestita di stracci e i bambini non sono scalzi.

L'unica cosa in comune tra questo treno e quello di cui raccontava Terzani è la canzone patriottica che hanno diffuso in tutti i vagoni verso le 7, seguita dalla comunicazione di servizio proferita dalla “voce melliflua di una donna”.

Nonostante la fissazione per i luoghi rimasti arcaici e arretrati pervada la fantasia dei viaggiatori, in molti Paesi del mondo tante cose sono profondamente mutate negli ultimi vent'anni e bisogna farsene una ragione. Se nel 1995 il Vietnam aveva un tasso di disoccupazione del 25%, oggi è sceso all'1,3% e solo l'11% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. In pratica, anche se gli stipendi sono bassissimi, quasi tutti lavorano, hanno un cellulare e mezzo a cranio, il 90% della popolazione ha accesso al sistema sanitario nazionale e l'elemosina non è una pratica più comune che in Italia.

The rainy days (HUÈ e HOI AN)

Amore / Tra poco / Cambiamo postazione / Ci incamminiamo verso il fiume dei profumi / Dove i soldati dalla riva scrivono poesie / e ritrovano i sapori familiari.
[ “Il fiume dei profumi” di Biagio Antonacci ]

Nel Vietnam centrale abbiamo trascorso quattro giorni in cui non ha praticamente mai smesso di piovere. In particolare, la giornata trascorsa a HUÈ, sotto un cielo perennemente bianco da cui precipitano scrosci continui, è stata di una mestizia senza fine.

L'attrattiva principale di questa località è la CITTADELLA IMPERIALE – circondata da spesse mura di pietra e da un fossato – che ricorda il glorioso periodo, durato circa un secolo e mezzo, in cui questa era la capitale del Vietnam. All'interno, oltre a palazzi e templi, c'era la mitica città proibita, dove potevano accedere solo gli imperatori e la loro corte (la punizione per chi violava il divieto era, ça va sans dire, la morte). Per chi volesse rivivere la leggendaria epoca dei mandarini è possibile indossare – previo pagamento – gli abiti di corte utilizzati durante gli incontri ufficiali, come è stata costretta a fare questa bambina di circa 3 anni dai suoi entusiasti genitori.
Oggi, a causa degli ingenti danni ricevuti durante l'offensiva del Têt, resta in piedi solo una piccola parte della cittadella. Huè si trovava infatti in una posizione alquanto sfortunata: faceva parte del Vietnam del sud ma era molto vicina al confine, pertanto nel 1968 fu colpita sia dai bombardamenti americani sia dalle forze comuniste nord vietnamite. Dopo la guerra, inizialmente, questi luoghi furono trascurati perché secondo il regime comunista vincitore si trattava di simboli di un regime feudale e reazionario, successivamente però molte aree storiche sono state restaurate e in seguito il sito è entrato nella lista del Patrimonio UNESCO.

L'altra gita che di solito i turisti non perdono a Huè è la crociera sul Fiume dei Profumi, lungo il quale si trovano moltissimi monumenti, comprese la Pagoda Thien Mu e le tombe imperiali. A fine dicembre però il clima non invita minimamente a salire su una barca, per cui faccio la cosa che mi riesce meglio in tutte le città del mondo: cazzeggiare tra i mercati e i parrucchieri, curiosare nei negozi e le bancarelle, mangiare qualche risottino locale e ricevere un massaggio low cost. La giornata, iniziata con un paio di deliziosi caffè vietnamiti in uno dei piacevolissimi bar caratteristici di tutto il Paese, è terminata in uno squallido e anonimo locale.

Le montagne di marmo

Per raggiungere Hoi An non è una malvagia idea prenotare un'escursione organizzata, che prevede alcune soste in luoghi di interesse insieme ad una guida squisita e logorroica, ad un prezzo veramente abbordabile. La prima sosta avviene presso LANG CO beach, una lingua di sabbia di diversi chilometri affacciata sul mare turchese. Purtroppo, nelle giornate invernali piovose e ventose, le esotiche palme sventolano vigorose e una coltre di nuvole grigie copre la spiaggia assolutamente deserta, al punto che non verrebbe in mente a nessuno non solo di tuffarsi ma proprio di fermarsi. Il secondo luogo di interesse sarebbe un villaggio di pescatori che però non è proprio pervenuto causa nebbia.

Ed eccoci al passo di HAI VAN (o Passo delle nubi), il più alto del Paese con i suoi quasi 500 metri di altitudine: esso a quanto pare offre panorami così belli che di solito vale la pena rinunciare al nuovo tunnel e percorrere questa via tortuosa e piena di curve e angoli ciechi (nota per l’elevato numero di incidenti mortali), allungando così di un'oretta la strada. Qualcuno afferma che la vista a 360° spazi dalle candide spiagge bagnate dal mar Cinese Meridionale alle verdi montagne alla moderna città di DANANG, ma, per quanto mi riguarda, ho percepito soltanto la pungente umidità della nuvola dentro alla quale ci trovavamo e i richiami degli invadenti venditori ambulanti, seppur semivisibili.

Le MONTAGNE DI MARMO, il piatto forte della gita odierna, sono cinque monticelli scoscesi che rappresentano ognuno l’elemento naturale di cui portano il nome (fuoco, legno ecc.) e sono tutti ricchi di grotte naturali al cui interno si trovano santuari buddisti. Lungo la via che conduce all’ingresso sono schierati i negozi che vendono le gigantesche statue di marmo tradizionalmente fabbricate qui a Danang. Quindi un ascensore ci conduce comodamente in cima alla montagna d’acqua da dove si può ammirare un grandioso panorama che giunge fino al mare; da qui si può seguire un labirintico percorso fatto di sentieri e cunicoli che portano alle elevatissime pagode e alle svariate grotte piene di statue di Buddha. Trattandosi di un luogo di pellegrinaggio molto noto e frequentato, presso i luoghi di culto sono apparecchiate sontuose libagioni consistenti in elaborate pietanze ben impiattate, sontuosa frutta tropicale, maialini arrosto interi, bevande alcoliche, oche vive e quant’altro.

La città delle lanterne

HOI AN è una di quelle località di cui il turista è destinato ad innamorarsi perdutamente. Il centro storico è chiuso al traffico e si può girare tranquillamente a piedi, e quando le precipitazioni diventano davvero abbondanti, offre una grandissima scelta di ristoranti e caffetterie deliziosissimi dove rifugiarsi.

Questo pittoresco centro fluviale è stato uno dei principali porti internazionali del Sud Est asiatico, dove nell’Età Moderna approdavano navi di varie nazionalità in viaggio lungo le rotte commerciali dell'Asia. Le sue costruzioni sono un misto di stili e molte di loro sono ancora in buono stato: la città infatti è stata solo sfiorata dalla guerra americana (anche se purtroppo è stata spesso funestata da tornadi e alluvioni autunnali). Proprio per questo la città vecchia è stata dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO e i molti edifici di interesse storico si possono visitare acquistando un biglietto cumulativo: ad esempio le case cinesi, in legno con begli intagli e caratteristiche travi a soffitto, o gli edifici in stile coloniale risalenti all’epoca in cui l’area era amministrata dai francesi. A testimonianza del quartiere abitato da giapponesi invece rimane il ponte coperto che collegava i due quartieri della città, all’interno del quale si trova un tempio buddista.

Fabrizio, il comproprietario di questo piacevole cafè in centro, è un archeologo toscano che da parecchi anni si occupa delle rovine del vicino sito di My Son, il luogo di culto dei sovrani del regno Champa. Mentre beviamo qualcosa nel suo ameno giardino, ci parla bene della fama degli archeologi italiani nel mondo e ci racconta del turismo in Vietnam, che non essendo rivolto prettamente ai backpackers incentiva limitatamente la diffusione di droghe e prostituzione. Ci fa notare quanto sia raro vedere persone che chiedono l'elemosina e bimbi che lavorano, ma non ci nasconde del tutto la natura poco democratica del governo vietnamita.

Hoi An è il posto ideale anche per lo shopping: le attività commerciali spesso dotate di laboratorio vendono begli oggetti di artigianato e gioielli, abbigliamento e abiti su misura (confezionati in poco tempo e a costi irrisori) e molto altro. Ma sono soprattutto i negozietti e le bancarelle di lanterne, realizzate a mano in seta e stecche di bambù, che creano un effetto di enorme suggestione (quando però posizioni quella lanterna o lampada a forma di loto nella tua casa italiana, il risultato è ben più misero). La sera le vie di Hoi An diventano ancora più romantiche, quando le mille lanterne si accendono di tutti i colori e centinaia di candeline vengono lasciate scivolare sul fiume insieme ai desideri espressi da chi le ha comprate.

Hoi An come si è visto è una cittadina piena di delizie ma purtroppo anch’essa ha una pecca: è letteralmente invasa dai ratti. Io ho viaggiato in molti paesi di vari continenti, eppure non avevo mai visto così tanti roditori: essi sfrecciano veloci davanti alle porte o addirittura dentro i locali adibiti ad attività commerciali, sul bordo di imbarcazioni romanticamente cullate dal fiume, nelle strade e tra i tavolini dei bar.

SAIGON: The hot spot

La mattina del 30 aprile 1975 avevo pianto di gioia nel vedere i carri armati dell'Esercito di Liberazione entrare a Saigon: finiva la guerra e i vietnamiti diventavano padroni del loro paese. Dieci anni dopo, tornando, avevo pianto di disperazione nel vedere come i comunisti avevano sprecato la loro grande, storica occasione di fare del Vietnam un paese davvero liberato. Ora ero ancora più triste. Il fallimento era dappertutto. Era nella vita di ciascun vincitore.
[ Tiziano Terzani, “Un indovino mi disse” - 1993 ]

Il Vietnam del sud ha due stagioni: quella calda e quella caldissima. Il 31 dicembre, uscendo dall'aeroporto internazionale di HO CHI MINH CITY, vengo accolta dai 32 gradi tipici della stagione invernale, la più secca.

HCMC o, per farla breve, Saigon è una metropoli trafficata e rumorosa, e lo è ancor di più in occasione dei festeggiamenti dell’ultimo dell’anno. Nelle vie del centro, tra i grattacieli, sciamano fiumane di pedoni, auto e moto, in alcune piazze sono stati organizzati concerti e djset, sulla facciata del palazzo del Municipio viene proiettato uno spettacolo di luci, per farsi il selfie con la statua di Ho Chi Minh bisogna mettersi in coda, la Cattedrale e il dirimpettaio Palazzo delle Poste risplendono nella notte, la stucchevole canzone “Happy new Year” degli Abba risuona ovunque, e insomma non è più solo il capodanno cinese ad essere festeggiato in grande.
Il Distretto 1 è pieno di ostelli, bar, ristoranti e negozietti e non mi sembra così diverso dalle aree turistiche di Bangkok; lo sguardo ammiccante delle ragazze fuori dai centri massaggi dimostra che forse Fabrizio si riferiva solo ad alcune zone del Vietnam nella sua disamina sul puritano turismo vietnamita.

La notte di Capodanno è impossibile dormire a causa del baccano infernale che arriva dalla strada: alle 4, sconfitta nella mia battaglia con il sonno, sono seduta sul marciapiede a mangiare un riso e pollo accompagnato dall'ennesima Saigon Beer. Ovviamente non sento minimamente la sveglia e apro gli occhi di soprassalto ad un orario in cui, teoricamente, sarebbero già dovuti venire a prenderci per la gita organizzata. Per fortuna la flessibilità degli orari vietnamiti ci permette di aggregarci lo stesso al gruppo assemblato per questo one day trip.

La prima tappa è il CAO DAI HOLY SEE di Tay Ninh, il luogo di culto per eccellenza di questa recente religione che mescola elementi di dottrine religiose orientali e occidentali. Per i caodaisti le manifestazioni del divino (come dire i nostri santi) sono tantissime e disparate: Krishna, Mosè, Buddha, Confucio, Gesù, Maometto, sant'Antonio Abate, ma anche i francesissimi Giovanna d'Arco e Victor Hugo. L’esterno del tempio è coloratissimo ed è praticamente una cattedrale cattolica sotto acido; all’interno l'effetto allucinatorio sincretico ha avvolto le colonne portanti di dragoni verdi, ha dipinto il soffitto con un cielo azzurro pieno di nuvole e stelle e ha posizionato, al posto dell'altare, un gigantesco globo blu con un inquietante occhio divino al centro. In occasione della cerimonia di mezzogiorno il pavimento è ricoperto di fedeli vestiti di bianco ordinatamente seduti a gambe incrociate, mentre gli officianti indossano abiti di colori sgargianti e portano un copricapo anch’esso decorato con l’occhio divino. Durante il rituale le preghiere sono accompagnate dai gong, dalle campane e dai tamburi, mentre un gruppo suona strumenti tradizionali sul palco accanto al quale i turisti scalzi ammirano lo spettacolo (chiedendosi – in particolare quelli che hanno dormito poco – se si tratta di sogno o realtà).

La seconda tappa è il sito dei CU CHI TUNNELS, una rete di cunicoli che fungevano da rifugio antiaereo, deposito di armi e vie di rifornimento per i Viet Cong durante la guerra. La costruzione delle gallerie iniziò negli anni '40, quando il Vietnam lottava per ottenere l'indipendenza dalla Francia, mentre negli anni '60 la rete si estendeva per oltre 100 miglia. Per anni, migliaia di persone hanno vissuto sottoterra, emergendo solo dopo il tramonto per raccogliere rifornimenti. Era una triste esistenza: l'aria era stantia, il cibo e l'acqua scarseggiavano e la malaria si diffondeva rapidamente attraverso gli stretti passaggi infestati da insetti e parassiti.
Per infilarsi nei piccoli ingressi del tunnel, mimetizzati sotto le foglie, si richiedevano doti di contorsionismo, come ci mostrano queste turiste minute che si posizionano sorridenti all’imbocco per la classica foto ricordo. Per proteggersi dai nemici, nel terreno erano posizionate trappole micidiali costituite da pali di bambù che si conficcavano nelle tenere carni americane. Inoltre se un nemico riusciva a superare queste insidie ​​e entrare nella città sotterranea, i Viet Cong rispondevano con una manciata di scorpioni o con un serpente ben assestato in faccia (esperienza che per fortuna ci viene risparmiata).
La gran parte dei tunnel è andata perduta, ma una sezione è stata conservata e, se non si soffre di claustrofobia, si può percorrerla strisciando; inoltre certi brutti pupazzi rendono più facile visualizzare le attività tipiche dei Viet Cong. Le visite si concludono con l'opportunità di sparare in un poligono di tiro, ed ecco spiegato come mai durante tutta la visita la giungla echeggiava sinistramente di colpi di arma da fuoco.

Sia noi sia questi due turisti gallesi (i soli esponenti della vecchia Europa del gruppo, in netta minoranza rispetto ad asiatici ed americani) siamo molto perplessi. È moralmente lecito ridere della tragedia che ha decimato un popolo e intrattenere i turisti con battute così volgari e omofobe? È una trovata divertente allestire un poligono di tiro dentro ad un monumento che dovrebbe ricordare a molti un dramma nemmeno troppo antico? Il quarantenne che fa da guida - il cui padre (filo americano) subito dopo la guerra ha abbandonato il paese per sempre - è stato sempre così o si è assuefatto al livello culturale dei suoi clienti? E perchè continua a ridere dicendo ItaliaMafiaDonCorleone?

Il Delta del Mekong

In Vietnam è molto semplice prenotare gite organizzate economiche per visitare le attrazioni più significative in uno, due o più giorni. Le agenzie nel Distretto 1 di Saigon sono ad ogni angolo di strada e propongono una vasta gamma di pacchetti.

Il tour prescelto è Mekong Delta two days-one night, con la variante “small group”. Prima di tutto ci vengono a prendere in hotel, quindi ci fanno marciare per alcuni isolati tra le vie della città fino a raggiungere un autobus a bordo del quale saliamo insieme ad altre decine di persone. Un giovane pimpante dà il benvenuto ai passeggeri e racconta qualche aneddoto condito da un umorismo discutibile: è palese che queste guide turistiche abbiano imparato l'inglese guardando pessimi film americani e si sforzino di scimmiottare lo strascinato accento USA, con la complicazione che sono incapaci di pronunciare diverse consonanti. Finora il gruppo non sembra molto small, ma al porto di CAI BE ci fanno salire su un tender meno affollato, che ci conduce fino alla prima meta. Qui ci fanno accomodare su instabili piroghe, guidate da donne col cappello a cono, che scivolano tra i meandri e le mangrovie. Raggiunta dopo poco la terraferma, siamo invitati a seguire gli altri turisti lungo un sentiero fino al Mekong Garden, un bar-ristorante affacciato sul fiume (circondato dalla giungla ma nondimeno dotato di connessione wifi), dove inizia uno spettacolino di musica vietnamita. Ad ogni tavolo vengono serviti dei piattini di frutta tropicale accompagnati da una tazza di tè.

Le tappe successive le raggiungiamo sempre in barca: un coloratissimo mercato e un laboratorio dove si producono rice paper e dolcetti al cocco. A pranzo veniamo condotti in un altro ristorante lungo il fiume dove ci viene servito, tra l’altro, un pesce tanto scenografico quanto insipido e poi ci danno una bicicletta con cui pedaliamo nella rigogliosa vegetazione tropicale. Di nuovo in barca il gruppo viene separato: per quelli che hanno prenotato il tour di un solo giorno l’esperienza finisce miseramente qui (bye bye, have a good trip!), gli altri vengono a loro volta divisi tra chi dorme in hotel a Cai Be e chi dorme nella più spartana homestay in campagna. Qui ci viene assegnato un posto letto e dunque partecipiamo alla onnipresente cooking class, per cui i vietnamiti hanno un vero e proprio culto, ossia impariamo nuovamente ad avvolgere frattaglie varie dentro alla rice paper e poi attendiamo che il prodotto sia fritto prima di mangiarlo.

Il sogno di diventare una guida appartiene a questi due giovanissimi e mestissimi studenti alla  facoltà di inglese dell'università di Ho Chi Minh City. Non sembrano molto soddisfatti del livello dei loro corsi – profumatamente pagati dai loro genitori – poiché di grammatica e scrittura ne fanno, ma di conversazione zero. Per stasera dunque le loro cavie saremo noi: due italiane e quattro svedesi. Stremate dalla fatica immane impiegata per decifrare le frasi pronunciate dagli studenti ce ne andiamo a letto.

Il Delta del Mekong resta ancora oggi uno dei luoghi più poveri del paese, ma le cose stanno cambiando anche qui. Uno dopo l'altro i traghetti che collegano le due rive dei corsi d’acqua stanno scomparendo, sostituiti da ben più comodi ponti. Ancora qualche anno e anche i mercati galleggianti non avranno più ragione di esistere: già quello di Cai Be, che visitiamo di prima mattina, non è quell’esperienza viva e colorata che immaginavo.

Segue la visita alla noodles factory e quindi un’altra merenda a base di frutta tropicale e tè, dove continuiamo a familiarizzare con i membri del gruppo, composto da malesi, una messicana fidanzata con un olandese, uno spagnolo accompagnato da una filippina, una famiglia vietnamita emigrata a Montreal, altri quebecchesi di chissà quale origine eccetera. A quel punto siamo liberi di scegliere se affittare la bici oppure passeggiare tra le rigogliose specie vegetali e le anse del ramo del Mekong. Verso le 11, nell’attesa della ricomposizione del gruppo, mi ritrovo ad un tavolo in compagnia di alcuni milanesi che hanno ordinato una grigliata mista di ratto, serpente, rana e un imprecisato volatile; la mia scelta cade su un saporito boccone di topo al barbecue, annaffiato da un bicchiere di rice wine che mi viene gentilmente versato da quel tour leader già conosciuto ai Cu Chi Tunnels, il quale con la sua ben nota goliardia lo definisce happy water.

All’ora di pranzo siamo a CAN THO: leggendo il menu di un ristorantino sono fortemente tentata di ordinare un altro po’ di ratto, che tanto mi era piaciuto nella giungla, ma temendo di trovarlo un po’ indigesto (qui lo fanno fritto con cipolle) propendo per un più leggero riso alle verdure. Non abbiamo molto tempo per visitare questa grande città, solo quattro passi sul lungofiume tra le donne che si spidocchiano, senza nemmeno la possibilità di visitare casa Duong, l’elegante dimora resa celebre dal film “L’Amante”.

Per il ritorno ci fanno salire su un piccolo van illudendoci che sia finalmente giunto il momento di far parte di un reale small group, ma è solo una breve parentesi; infatti, dopo aver visitato l’incantevole mercato di VINH LONG, siamo destinati ad un altro autobus, ancora più grande di quello di prima, col quale facciamo ritorno a Saigon.

Ho Chi Minh City tra passato e presente

Il popolo vietnamita a quanto pare è composto da creature metà umane e metà ruote: la maggioranza delle persone sullo scooter indossa caschetti giocattolo minuscoli e in genere una mascherina che può essere di svariate fogge, da quella prettamente medica color verdolino fino ad arrivare praticamente al passamontagna imbottito. Poiché l'auto la possiedono soltanto i ricchi, non è infrequente che sullo scooter siano legati carichi di una certa rilevanza come lavatrici, galline o maiali vivi, scale o alberi alti anche due metri e naturalmente vari generi alimentari. I mezzi a due ruote, quando non vengono utilizzati, sono parcheggiati veramente ovunque: non solo sulla carreggiata e sui marciapiedi, ma anche su scale, terrazzi, cortili, bar, negozi.

Essere pedone a Saigon è un mestiere pericoloso, soprattutto se si ha l’insana idea di attraversare la strada. Inizialmente il neoarrivato pensa che non ce la farà mai, aspetta che arrivi qualche indigeno e si appiccica a lui. Dopo qualche ora però diventa più fiducioso: osa un passo, poi un altro; e alla fine acquista sicurezza quando scopre che i motorini, avvezzi all'attraversamento alla cazzo, lo schivano con leggerezza e grazia.

Per andare alla PAGODA DELL’IMPERATORE DI GIADA proviamo anche noi l’ebbrezza di salire in 3 su uno scooter; l’autista però, al momento di farci pagare la corsa, non si rivela così simpatico come sembrava inizialmente.
Le altre attrazioni classiche di Saigon sono tutte vicine e raggiungibili a piedi. Il delizioso PALAZZO DELLE POSTE, progettato a inizio Novecento da Eiffel, è ancora operativo e agli sportelli si lavora alacremente tra le carte geografiche e le cabine telefoniche d’epoca, sorvegliati da un grande ritratto del vecchio zio Ho. La CATTEDRALE DI NOTRE DAME è una specie di copia in dimensioni ridotte di quella di Parigi ma è rivestita di mattoni rossi. L’elegante via dello shopping DONG KHOI, nota in epoca francese come Rue Catinat, è quella che fa da sfondo alle vicende raccontate da Graham Greene nel romanzo L’americano tranquillo.

Il PALAZZO DELL’INDIPENDENZA (O DELLA RIUNIFICAZIONE) fu costruito nella seconda metà dell’Ottocento per volere del Governatore francese dell'Indocina ed è rimasto esattamente com’era nel 1975, quando un carro armato (ora parcheggiato nel parco) dell'esercito di liberazione sfondò il cancello di ingresso, segnando la fine del governo filo-americano e la riunificazione del Vietnam. La visita permette di osservare tutte le sale dei quattro piani (di rappresentanza e uffici) e di attraversare le stanze al piano interrato dove sono presenti cartine geografiche, apparecchi di telefonia e radio d'epoca originali.

Il WAR REMNANTS MUSEUM è dedicato a quella che noi abbiamo sempre chiamato Guerra del Vietnam, ma che qua è definita più correttamente “guerra americana”. Subito nel cortile ci si imbatte in una ghigliottina (simpatico souvenir dei francesi), in altri strumenti di tortura e in una cella ricostruita, con tanto di statua di prigioniero in catene; i pannelli danno informazioni in merito alle carceri vietnamite (come quella dell'isola di Phu Quoc) usate per imprigionare i “soldati patrioti”, i quali “resistettero eroicamente per la libertà del paese”.

Entrando nell’edificio apprendiamo che la guerra di aggressione americana è finita da più 40 anni ma gli effetti rimangono ancora oggi, infatti essa non solo ha causato, nei 30 anni di svolgimento, milioni di morti e feriti, ma non bisogna dimenticare le decine di migliaia di persone colpite da mine e altro materiale esplosivo dopo il 1975. I vietnamiti, si sottolinea, nonostante tutti gli ostacoli, non hanno mai mollato e continuano a combattere per superare le difficoltà e vivere la loro vita con ottimismo, cercando di essere membri produttivi della società, tanto che sono diventati degli esempi positivi anche fuori dal paese. Attraverso le storie delle vittime della guerra - concludono - il museo vuole mostrare che il Vietnam e i suoi abitanti nel periodo postbellico hanno ricostruito una nuova e bellissima nazione.

Nelle sale molto materiale testimonia il supporto di tutti i paesi del mondo al Vietnam brutalmente aggredito, compresa l’Italia. Anche tanti americani hanno protestato contro la guerra e proprio a loro Ho Chi Minh indirizzò un telegramma in occasione del Capodanno 1968, ribadendo che il governo americano non soltanto stava distruggendo il Vietnam, ma allo stesso tempo mandava a morire i suoi giovani soldati e dilapidava insensatamente miliardi di dollari. Un cartellone molto ironico presenta in inglese e vietnamita la frase tratta dalla Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, in cui si sostiene che tutti sono uguali e tutti hanno diritto alla vita, alla libertà e al conseguimento della felicità. E arrivando ai giorni nostri, una foto rappresenta l’incontro di Obama con il segretario del partito comunista vietnamita, avvenuto nel 2015. Molte altre immagini di fotografi famosi sono appese alle pareti, fra cui la celebre “Napalm girl”, scattata non lontano dal tempio Cao Dai, mentre lunghi elenchi e cartine tengono il conto dei danni arrecati dagli americani a cose e persone. La sala dedicata alle armi chimiche, e in particolare all’utilizzo spropositato dell’agente orange, è adatta solo agli stomaci forti. Alle 12 suona una specie di allarme e tutti se ne vanno: uno dei guardiani mima l’ora di pranzo.

Fuori dal museo, gli abitanti della metropoli conducono la solita vita di sempre: praticano tai chi e arti marziali nei parchi, giocano a badminton con o senza racchetta, seduti sulle loro minuscole sedioline si ingozzano di pho presso i baracchini. E forse, ipnotizzati dal loro smartphone, non si chiedono più in nome di cosa sono morti tutti quei loro antenati. Intanto, ai lati delle strade, migliaia di coloratissimi manifesti di propaganda celebrano “calorosamente” la festa nazionale della Repubblica socialista del Vietnam, l'86° anniversario della rivoluzione vietnamita o il 55° anniversario della tradizionale giornata della polizia antincendio. Le parole governative invitano gli scolari a studiare e i membri del partito a competere per ottenere risultati eccellenti. I giovani col caschetto antinfortunistico, i soldati col fucile, i marinai col binocolo, gli scolari e le maestre davanti alla lavagna, tutti sui cartelloni svolgono il loro compito con convinzione, circondati da falci e martelli, stelle gialle, campi di girasoli, tralicci della corrente. E in alto, dentro a un fiore di loto, campeggia la faccia da tenero nonnino di Ho Chi Minh.

(dicembre 2016 - gennaio 2017)