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CERCO L'ESTATE TUTTO L'ANNO

Uruguay, un campo di football sull'Atlantico

Colonia del Sacramento - Punta del Este - Cabo Polonio - MontevideoImmagini

Il primo dell’anno mi trovavo in un ostello fricchettone di Cabo Polonio, in Uruguay, senza un soldo, con la schiena ustionata, il torcicollo e il ricordo di una serata disastrosa. Avrei dovuto intuire che era la premessa di un anno complicato, ma ancora non sapevo fino a che punto.
In effetti già il volo di andata era stato premonitore perché avevo perso la coincidenza, avevo dovuto passare la notte in hotel ed ero arrivata a Buenos Aires con 12 ore di ritardo, nel deserto della vigilia di Natale. E a dirla proprio tutta anche il resto del viaggio non è stato proprio memorabile: relazioni umane poco emozionanti, Montevideo fredda e piovosa, gli altri luoghi troppo turistici, una cisti sulla coscia che si ingrandiva a vista d’occhio e infine le braccia e le mani massacrate dai bed bugs nelle due notti passate in un ostello di Buenos Aires. Ma procediamo con ordine.

All'imbocco dell'estuario

Abbiamo salvato la gente dalla povertà, li abbiamo fatti diventare consumatori, ma non per forza dei cittadini. Non è colpa loro: è l’incapacità della sinistra di costruire una visione politica chiara per i comuni mortali.
(Pepe Mujica)

Un traghetto moderno e molto capiente collega Buenos Aires a Colonia del Sacramento solcando le acque marroncine del Río de la Plata. La traversata dura soltanto un’oretta ma te la fanno pagare salata, cosa che non frena comunque i turisti che la prendono d’assalto anche per le gite di un giorno.
Alle 10 di mattina sono già in Uruguay, moderatamente felice per il clima caldo ma ventilato, per l’hotel grazioso e per il personale caloroso che mi ha accolto, un po’ meno felice per il tasso applicato dall'ufficio di cambio del terminal.
Quando nel programma della giornata ho inserito una puntatina nell'ampia spiaggia cittadina, mi sono resa conto di aver dimenticato a casa il mio inseparabile pareo multiuso. Ho preso l’inconveniente come scusa per fare un po’ di shopping, ma l’entusiasmo si è smorzato immediatamente quando ho visto il tenore dei prezzi nei negozi, nei quali tra l’altro parei non ce ne stavano quasi per niente e quei pochi erano davvero inguardabili.

Ho lasciato dunque il viale General Flores e mi sono introdotta nel Barrio Histórico di questa voliera tutelata dall'Unesco. Gli uccellini cinguettano dovunque come colonna sonora di una piacevole rilassatezza coloniale, i turisti usano macchinine da golf per percorrere le brevi distanze, sobbalzando sulle strade acciottolate costruite nel XVII secolo dai portoghesi. Per la cronaca, questi ultimi in seguito si palleggiarono a lungo Colonia del Sacramento con gli spagnoli prima che essa fosse assegnata al Brasile insieme all'intera cosiddetta Banda Oriental.

Dalla Basílica del Santísimo Sacramento con i suoi due campanili ho attraversato la plaza de Armas fino al Portón de Campo, l'antico accesso alla cittadella, dotato di ponte levatoio. Seguendo il perimetro delle mura fortificate sono giunta ad affacciarmi sul mare, che poi a dire il vero non è il mare bensì l'estuario del Río de la Plata. Il faro svetta tra gli edifici in mattoni con i tetti di tegole e gli azulejos, i ristorantini e i murales, i bastioni e le rovine dei conventi. 

Dal centro di Colonia parte una lunghissima rambla che conduce alle spiagge e io la percorro nella calura della controra, in quasi totale solitudine. Una mezz'oretta dopo sono scesa nella playa urbana ossia una lingua di sabbia piatta semideserta, con alcuni sparuti bagnanti che hanno lasciato le loro cose incustodite e stanno facendo il bagno. In realtà l'acqua del fiume, dai poco invitanti riflessi color fango, è bassissima e quindi più che fare il bagno si tratta di deambulare con le gambe a mollo. La sabbia è bianca e finissima e scotta sotto i piedi, ma per fortuna ci si può posizionare all'ombra degli alberi.
Salendo alcuni gradini raggiungo la terrazza panoramica di un bar dove la musica proposta è perlopiù caraibica con alcune digressioni come ad esempio The final countdown in versione reggae. Il giovane cameriere è apparentemente poco espansivo, ma alla fine curioso di chiacchierare con me. Il problema molto serio è che la birra costa un sacco.

Terminata questa pausa di riflessione mi sono rimessa in marcia sulla rambla fino a Real de San Carlos. Ho camminato per circa quattro chilometri, quasi tutti lungo la linea di costa, prima di arrivare a Plaza de toros. Questa arena progettata da un architetto argentino in stile mudéjar funzionò con un discreto successo grazie a toreri e tori portati dalla Spagna, ma soltanto dal 1910 al 1912, perché poi le corride furono bandite. Sul pannello informativo c'è scritto che ci ha cantato Carlos Gardel, mentre il titolare del negozio di antigüedades mi ha informata che è l’unica arena di tori del Sudamerica, che il ferro proviene dall'Inghilterra ma è stato assemblato in Germania, mentre la pietra è locale. L'accesso è interdetto perché a rischio crollo ma i locali suggeriscono di fregarsene.

Dopo aver ammirato i suggestivi tramonti sul Rio de la Plata passeggiando sul lungofiume, sedendo su scogli e panchine oppure salendo sul faro, i turisti si possono godere la romantica serata nel casco historico di Colonia. Molti localini hanno allestito i tavoli nelle terrazze o sui marciapiedi, con molte lucine o lumi di candela che rendono l'atmosfera intima e languida. Dopo un lungo giro di indecisione mi sono seduta in uno dei ristorantini a caso e ho consultato il menu, ricco di piatti familiari di origine italiana. I prezzi anche qui non sono proprio economici, ad esempio un piatto di ñoquis con salsa pomarola (uno dei meno cari) costa 13 euro, senza contare che il servizio lascia a desiderare e bisogna pure dare un'elemosina ai cantanti di strada non richiesti. In questa prima cena in Uruguay ho scoperto però che qui esiste un servizio molto gradito agli stranieri cioè se pagano con la loro carta di credito presso una serie di esercizi commerciali (comprese alcune compagnie di traghetti e persino hotel) ricevono uno sconto del 22%. Quando i turisti se ne accorgono al momento del conto sorridono. Agevolazioni di questo genere sono frequenti pure per i residenti in base al circuito della loro carta. I camerieri invece guadagnano 500 dollari al mese, ed ecco spiegato il menefreghismo con cui sbrigano le loro consuete faccende. 

A tarda sera, un poliziotto amico del receptionist mi ha spiegato che gli uruguayos non vanno quasi mai al ristorante bensì prediligono lo street food in vendita nei classici carritos, e in particolare l'onnipresente chivito (un panino imbottito con carne di manzo, pancetta, formaggio, cipolla, uova sode, fette di pomodoro, lattuga e maionese).
Colonia, secondo l'autorevole parere del poliziotto, è la città più cara del Paese. La sera dopo, su sua indicazione, sono andata al Porton, che però non mi è sembrato affatto poco turistico come lui sosteneva. Qui ho ordinato una tale quantità di lomo che mi sono fatta confezionare due grandi panini con i quali mi sono sostentata per i due giorni successivi.

Con un'oretta di autobus raggiungo la cittadina di Carmelo, ubicata lungo la riva del fiume Uruguay. La sua principale attrazione sarebbe il ponte girevole rosso, che però da tre settimane è bloccato a causa di un incidente, e infatti un'imbarcazione piuttosto arrugginita sta accasciata accanto alla struttura in ferro e cemento da quando il maltempo aveva fatto perdere il controllo al pilota. Devo attraversare il ponte a piedi e poi percorrere diversi chilometri per raggiungere la spiaggia, ma il posto non è un granché con questo fiume limaccioso sotto il cielo nuvoloso e un'atmosfera sospesa e pesante di umidità. Sulla via del ritorno sono stata aggredita dalle zanzare che in pochi secondi mi hanno massacrata nei pressi della riserva faunistica, cosa che già era accaduta la mattina fuori dalla porta dell’hotel.

Tornata a Carmelo all'ora di pranzo la trovo calda e silenziosa. Ordino un choripan e un bicchiere di Tallar Merlot al tavolino di un ristorante alla buona; qui il problema di cui si parla in TV è che i minorenni colpevoli di reati vengono presto rilasciati, ma la titolare del ristorante sostiene che la piccola criminalità in Uruguay è quasi inesistente. I cognomi italiani fioccano nelle insegne delle agenzie immobiliari.

Quando sono partita da Colonia, l'ultimo saluto me lo ha dato un Garibaldi di bronzo che ho riconosciuto pure se era di spalle. Comodamente seduta in un moderno autobus diretto a Oriente, guardando dal finestrino campi di mais viti ceibe e ibiscus, cavalli mucche pecore, auto d’epoca e carretti a cavallo, tento un primo bilancio di questo grande campo da football che è l'Uruguay. La prima impressione è che l'uruguayo sia una specie di argentino sotto sedativo perché dipinge le case a colori vivaci ma non troppo, ama la musica ma non troppo, non si incazza, non litiga, e fondamentalmente procede tranquillo sulla sua calle.  

In mare aperto

No sé si volveré a verte, Casapueblo. Ya me aburren los viajes, y cuando los hago, en mi menester de sembrar canciones, es con un mínimo de movimientos. Te escribo este recuerdo dentro de mi bañadera, con el agua tibia acariciando mis piernas gastadas de recorrer muchas leguas de mujer. Ahora que encontré aquella que es la última esperanza, todo lo que deseo es podrirme así, sin movimientos, como cuando delante de tus ventanas, yo miraba, miraba, y miraba el mar.
(Vinicius de Moraes, Mar del Plata, febrero de 1971)

Punta del Este, uno dei principali centri turistici dell'Uruguay, ha la fama di essere una delle mete più esclusive del Sudamerica dove negli ultimi anni sempre più vip internazionali scelgono di trascorrere le loro vacanze, crogiolandosi nelle sue lunghe spiagge e partecipando alla celebre vita mondana.
Quando l’autobus partito da Colonia arriva a Maldonado appare la brutta foresta di grattacieli tra le palme e in poco tempo sono alla stazione di punta del Este, circondata da auto di lusso e adolescenti abbienti (riconoscibili dalla classica pettinatura internazionale dei ragazzini ricchi che consiste in capelli un po' lunghi e finti spettinati).

Sulla spiaggia Brava, esposta alle agitate acque dell’Atlantico, il cielo è nuvoloso e il vento possente quando arrivo alla famosa scultura a forma di mano che esce dalla sabbia e che si chiama “Los dedos”, creata nel 1982 e diventata uno dei simboli della città. Mi addentro poi nella penisola passando sulla costa occidentale, quella più protetta e affacciata sulle placide acque del Río de la Plata, dove c’è la spiaggia calma (Playa Mansa), molto più affollata di bagnanti e bevitori di mate, bar e ristoranti. Dal porto partono costose gite in barca dirette all'Isla de Lobos (che ospita un'impressionante colonia di leoni marini) e a quella di Gorriti che si vede dalla terraferma, ma per fortuna non ho bisogno di spendere tutti quei soldi perché alcuni leoni marini sono lì a sguazzare davanti al mercato del pesce, attirati dai bocconcini buttati dai pescatori. Nel punto più meridionale della penisola c’è il Límite Río de la Plata - Océano Atlántico e una grande bandiera dell’Uruguay.
Per chi desidera fare shopping il posto migliore è la Gorlero, il viale principale di Punta del Este, e in particolare piazza Artigas, ma io preferisco farmi confezionare un mojito da un trentenne di Varese, che sarebbe anche simpatico se non avesse la stessa voce di Salvini. 
Gli unici edifici storici si trovano nella città vecchia e sono la Iglesia de la Candelaria di colore blu e il faro, entrambi adiacenti alla stazione meteorologica del Paese. La casa del gestore del faro, costruita dai portoghesi, è la più antica casa di Punta del Este e oggi ospita un negozio di souvenir; i parei sono scontatissimi, ma solo come fantasie visto che i più economici costano l’equivalente di 15 euro. Il titolare brasiliano sagacemente non insiste e anzi commenta ad alta voce: "Questo è il paese mas caro del mundo! Anche più della Suissa! Non a caso los jovenes emigrano in Europa." E prima di salutarmi mi augura buon viaggio: “Disfrute Cabo Polonio! È un posto magico, tiene buena onda”.

A Punta del Este ho trascorso circa 48 ore, una dozzina delle quali seduta al bancone del bar dell’ostello. Il letto che mi è stato assegnato si trova infatti in una camera affacciata sulla terrazza, molto frequentata fino a notte fonda, e dormire non è facile a causa del dj e del volume delle voci. Di giorno invece ha piovuto ininterrottamente per 7 ore. Allora il barman Franco mi ha spillato qualche cerveza notturna e un paio di caffè diurni, mi ha fatto compagnia, mi ha messo le canzoni dei Lo’ Pibitos con spotify, mi ha raccontato un po’ della sua vita, mi ha aiutato a fare i cruciverba ermetici, ha ammiccato quando si presentavano avventori strampalati. Secondo lui, anche se le statistiche affermano che il paese ha un elevato livello di sviluppo, molti si lamentano dei bassi salari oppure sono disoccupati. "E comunque i numeri sono falsati: per esempio tra i lavoratori sono contemplati anche quelli che prendono il reddito di cittadinanza, per non fare assolutamente nulla. Vedremo alle prossime elezioni, in ottobre" conclude Franco.  

Solo alle 4 di pomeriggio, quando smette di piovere, riesco a raggiungere Casapueblo a Punta Ballena. Questo stupefacente edificio fu costruito dall'artista uruguaiano Carlos Páez Vilaró in omaggio a suo figlio Carlitos, uno dei pochi sopravvissuti disastro aereo delle Ande dell'ottobre 1972. Originariamente era la sua casa per le vacanze e laboratorio, mentre oggi ospita un museo, una galleria d'arte, una caffetteria e un hotel.  
Lo stile architettonico del complesso, costruito in cemento e stucco imbiancati, ricorda le case di Santorini, anche se l'artista afferma di aver voluto imitare il nido del hornero, un uccello tipico dell'Uruguay. Le terrazze sfalsate consentono di avere una vista ottimale del tramonto sulle acque dell'Oceano Atlantico, tramonto a cui ogni giorno viene reso omaggio con una poesia recitata dalla voce registrata dell'artista. 
Le sale espositive sono piene di dipinti, ceramiche e sculture di diverse fasi della vita dell'artista astratto, pittore, vasaio, scultore, muralista, scrittore, compositore e costruttore. L'Hotel invece dispone di 20 camere e suite e 50 appartamenti, piscina calda, sauna, bar e ristorante, ma è riservato ai ricchissimi.

Alla deriva

Fin dall'inizio avevo fatto ruotare tutta l’organizzazione dell’itinerario in Uruguay intorno a Cabo Polonio, una piccola penisola dotata di lunghissime spiagge, un luogo isolato dove non arriva né la corrente elettrica né la linea telefonica. I prezzi degli alloggi erano molto alti, ma l’idea di passare la fine dell’anno a crogiolarmi sulla spiaggia sorbendo caipirinhas al riparo da fastidiosi messaggi di auguri mi aveva convinto a investire un centinaio di euro per trascorrere due giorni qui.

Il maltempo che ha funestato il mio soggiorno a Punta del Este ha coinvolto anche Cabo Polonio, ma per fortuna al mio arrivo, nel pomeriggio, la tempesta è passata, i danni sono stati riparati e il sole è tornato a splendere. Effettivamente il villaggio, seppur estremamente turistico, è molto suggestivo con le casette colorate, le infinite spiagge luminosissime, la nutrita colonia di leoni marini da osservare seduti sugli scogli, a favore di brezza, sotto il faro.
Allo spettacolo del tramonto si assiste puntualmente ogni pomeriggio in spiaggia, comodamente seduti sulla sabbia; quando l’ultimo spicchietto di sole è sparito all'orizzonte un grosso applauso è scrosciato dalla platea di bagnanti ed è iniziata la preparazione per l’imminente calare delle tenebre, compresa l'accensione simultanea di falò e candele.

In realtà non avevo previsto che le temperature calassero così precipitosamente, ma per fortuna ho un piumino invernale in valigia. Così bardata con doppio pantalone e cappello di lana, dopo una parca ma romantica cena, mi sono messa a guardare il cielo, considerando che raramente mi ero trovata in luoghi così propizi all'avvistamento delle galassie interstellari. Mentre sto rivangando nella memoria le magiche notti in tenda nel deserto del Sahara e le stellate mozzafiato nel mezzo degli altipiani malgasci, le mie elucubrazioni sono state bruscamente interrotte da una voce di donna dal suadente accento brasiliano. Anche G. è venuta qui sozinha, ma rispetto a me non si trova molto a suo agio. E poi il fatto che si sia portata una bottiglia di vodka e il modo in cui fa la scema col cameriere che gliel'ha tenuta nel congelatore, mi fanno evincere che i suoi propositi per questa vacanza siano molto più bellicosi dei miei.

Il giorno dopo mi sveglio di buon’ora: è l’ultimo dell’anno, la giornata è splendente, la musica d’ordinanza (Bob Marley) inonda la terrazza dell’ostello e io mi rendo conto di avere nel portafogli l'equivalente di meno di 30 euro (con cui qui, nel posto più caro di tutto l’Uruguay, si fa la fame). Il caffè intanto mi viene generosamente offerto dal titolare, Gaston, a cui consiglio di variare un po’ la proposta musicale e spiego inutilmente che il cartello "vera pizza italiana" non mi sembra molto veritiero.
Trascorro dunque la giornata con la mia nuova amica: siamo entrambe entusiaste di trovarci in un luogo così esclusivo, lontano da tutti e baciate dal sole uruguayo. Dale! grida G. in spagnolo mentre ci divertiamo a saltare sulle onde del gelido mar. L’unico suo cruccio è non poter condividere i selfie con i suoi follower di Instagram.

Quindi mentre siamo sdraiate sui nostri teli (vabbè, io su una microscopica sciarpetta acquistata in Senegal), G. mi racconta delle pesanti responsabilità del suo lavoro di commissario di polizia e di tanto altro: «In Brasile c’è molto machismo, troppi femminicidi e troppo consumismo. Non c’è rispetto per gli insegnanti (li chiamano zia!), senza contare che un insegnante non potrebbe mai permettersi un viaggio come quello che fai tu. Vivendo sul confine infatti ho preferito mandare mio figlio a scuola in Uruguay, dove ancora credono in certi valori.» Secondo G. Lula era molto amato e ci sono stati sicuramente dei brogli, mentre Bolsonaro è una sciagura perché della parità dei diritti non gli interessa un fico secco. 
Quando G. all’ora di pranzo mi propone di andare a prendere qualcosa al grazioso ristorante sulla spiaggia, sono costretta a confessare la mia temporanea penuria di contanti (d’altra parte i bancomat non ci sono e nei locali non accettano pagamenti con carta). G. non si fa problemi, anzi mi invita con entusiasmo. Per la bellezza di sessanta dollari ci smezziamo un rachitico antipasto di mare e un paio di drink, ennesima conferma che il pesce nel mondo non lo sanno cucinare, visto che affogano cozze, gamberi, filetti di pesce in salse all’aglio e intingoli di cipolle o li friggono ricoperti di pastella. Il resto del pomeriggio lo passo in solitudine passeggiando per chilometri fino alle alte dune che sembra il Sahara libico, mentre G. ha pensato bene di svacarsi mezza bottiglia di vodka, collassando subito dopo sul letto della sua camera singola.

La cena dell’ultimo dell’anno si svolge nel ristorante all’aperto dell’ostello, a lume di candela, e costa tipo 35 euro compresa una bevanda (puede ser un traaago, una copa de biiino, una cerveziiita… cantilena di tavolo in tavolo la frizzante cameriera argentina). A me, pietosamente, è stato applicato un generoso sconto.
La cosa peggiore dell’ultimo dell’anno a Cabo Polonio non è stato il fatto che ci siamo ingozzati di pizza senza riuscire a mangiare quasi niente del resto, né il fatto che al mio tavolo si parla quasi solo portoghese per cui sono stata immediatamente tagliata fuori dalla conversazione. Disgraziatamente infatti, ingannata dal persistente venticello fresco, mi sono presa una bella insolazione, ho la schiena ustionata e un forte torcicollo; pur indossando praticamente l’intero contenuto della mia valigia non riesco a scaldarmi. Quindi mentre io ho un aspetto ignobile, infagottata in un informe accrocchio di abiti ginnico-fricchettoni, la mia amica del cuore con una bella maglietta scollata non soffre affatto il freddo, inoltre la lunga dormita le ha fatto sparire quasi del tutto i sintomi della sbornia e chiacchiera allegramente nella sua lingua madre, anche quando alla nostra combriccola si è aggiunta M., habitué di Cabo Polonio. Questa esuberante argentina ha subito conquistato la simpatia dell’altro commensale brasiliano, che fuma un joint dopo l’altro, il quale è rimasto molto colpito dalla veemenza con cui essa sbandiera alcune idee di estrema sinistra.

Quando a tarda sera appare in sala il brasiliano alto e belloccio che ho conosciuto la sera prima (quando era palesemente sotto l’effetto di un alfajor imbottito di marijuana), lo invito al nostro tavolo con il segreto intento di appiopparlo a G. Da quel momento la cena ha perso interesse per tutti (nonostante non siano ancora arrivati i secondi e i dolci), è stata salutata la mezzanotte con sbrigativi brindisi e baci, quindi le due coppie si sono eclissate separatamente tra le stradine buie del villaggio, verso la spiaggia. Io sono rimasta da sola al tavolo a lume di candela, battendo i denti nonostante indossassi tutti i miei vestiti, e sono dunque corsa a ficcarmi sotto le coperte dove mi sono addormentata col sottofondo della musica elettronica.
Al mio risveglio ho chiacchierato con un polacco e un tedesco che non sono ancora andati a dormire e continuano a bere birra ascoltando la musica dei Rüfüs Du Sol (un gruppo australiano di dance alternativa); a questo punto i soldi sono davvero finiti e mi vergogno ad elemosinare di nuovo il caffè.
Tornata alla porta del Polonio, finalmente ho prelevato i soldi dal bancomat e mi sono sbafata delle meritatissime empanadas leggendo i messaggi di auguri di capodanno. Per contrappasso, l’equivalente in pesos di venticinque euro, tra quelli appena prelevati, si è volatilizzato nel nulla e non l’ho mai ritrovato. Mestamente mi sono seduta sull’autobus diretto alla capitale. Feliz año!

Precipitazioni sparse

Más de una vez me siento expulsado y con ganas / de volver al exilio que me expulsa / y entonces me parece que ya no pertenezco / a ningún sitio, a nadie. / ¿Será en indicio de que nunca más / podré no ser un exiliado? / ¿Qué aquí o allá o en cualquier parte / siempre habrá alguien que vigile y piense, / éste a qué viene? / Y vengo sin embargo tal vez a compartir cansancio y vértigo / desamparo y querencia / también a recibir mi cuota de rencores / mi reflexiva comisión de amor / en verdad a qué vengo / no lo sé con certeza / pero vengo.
(Mario Benedetti - "Pero vengo")

Sono arrivata a Montevideo con molto ritardo a causa del traffico di rientro dal giorno festivo e poi sono stata quasi un’ora ad aspettare l’autobus, mentre molti di quelli intorno a me chiamano Uber e uno dopo l'altro scompaiono in una vettura sempre diversa. Se avessi controllato prima sull'apposita app, avrei conosciuto in anticipo l’orario del mio autobus, che infatti è puntualmente arrivato a mezzanotte e mezza: il conducente ha la barba grigia lunga fino al petto e ascolta musica arabic a un volume sconsiderato.
Alla reception del bed & breakfast un giovane in calzoncini succinti e canottiera retata mi ha mostrato la camera, situata in un appartamento anni ‘40 pieno di oggetti retrò, situato nella ciudad vieja proprio di fronte al teatro. La carta da parati sarebbe piaciuta al regista Wes Anderson, mentre l'oggetto da muro a forma di cascata, illuminata e con cinguettio di uccellini in sottofondo, è così brutto che quasi quasi mi piace. Sul comodino Ruf der Wildnis, la versione tedesca dell’Ultimo dei mohicani di Jack London. Anche qui la tavoletta del cesso è imbottita, ma ormai ci ho fatto l'abitudine.

Anche se quasi metà della popolazione uruguayana vive nell'area metropolitana della capitale, in questi giorni non sembra proprio, perché qui i primi di gennaio sono un po' il nostro Ferragosto e sono tutti in vacanza. Il clima di Montevideo è mediterraneo, molto simile al nostro, ma oggi – pur essendo piena estate – le temperature sono precipitate e c'è una pioggia scrosciante. La cupezza meteorologica rende ancora più evidente la decadenza di questa Palermo sudamericana.

Nel centro storico sono sparsi diversi musei come il Museo della migrazione, che non poteva mancare nella capitale di un Paese popolato per quasi il 90% da europei. Il percorso espositivo è un viaggio attraverso i processi migratori dell'Uruguay, dai primi coloni che popolarono Montevideo nel 18° secolo alla migrazione forzata degli schiavi guaranì e degli indigeni, dall'arrivo dei bisnonni e dei nonni italiani e spagnoli all'immigrazione attuale di provenienza centro-americana e venezuelana.
Più del 40% degli abitanti del Paese è di origine italiana e ancora oggi la comunità italiana viene tenuta in grande considerazione dalla popolazione uruguaiana, come si evince ad esempio da alcune pietanze tipiche come la salsa caruso o la fainà. Inoltre la nostra lingua è ancora molto diffusa (grazie anche al fatto che è materia di insegnamento nelle scuole) e ha influenzato il dialetto locale.
Dopo tanto parlare di migranti che arrivano nel nostro Paese, mi fa un certo effetto trovarmi dall'altra parte del mondo a guardare vecchi documenti di identità di uomini piemontesi.

Nella prima metà dell'Ottocento molti patrioti italo-uruguaiani aderirono al movimento politico di Giuseppe Garibaldi, che visse qui e partecipò alle guerre per l'indipendenza. In sua memoria in tutta la regione rioplatense ci sono statue, monumenti, vie, piazze, ospedali a lui intitolati. Qui a Montevideo inoltre c'è la sua casa, che sulla carta farebbe parte del Museo Storico Nazionale, ma nella realtà è sempre chiusa, come mi conferma l'anziano tabaccaio di fronte al portone sprangato, il quale l’ha vista aprire solo quando venne in visita Sandro Pertini. 

Tra i tanti altri musei presenti nella città vecchia, scelgo poi il Museo de Arte Precolombino e Indígena, dove sono invitata ad un viaggio nel tempo fino a 15000 anni fa, quando i primi gruppi umani giunsero nel continente americano attraversando lo stretto di Bering, che in quel periodo era terraferma. Il percorso espositivo è dedicato alle antiche civiltà non solo dell'area dell'odierno Uruguay, ma di tutta l'America centrale e meridionale.
Le popolazioni indigene di questa zona sono state quasi del tutto sterminate dalle malattie portate dagli europei e dalla tratta degli schiavisti portoghesi del Brasile, fino al momento culminante della "Matanza del Salsipuedes", quando nell'aprile del 1831 le truppe governative uruguayane attaccarono gli indigeni Charrúas, facendo 40 morti e 300 prigionieri. Oggi i discendenti dei popoli precolombiani rappresentano una percentuale davvero irrisoria della popolazione uruguayana.

Ai musei (così come al teatro) si accede gratuitamente o a prezzi accessibili a tutti, una scelta di civiltà per diffondere la cultura, e questo me lo conferma Rodrigo, guida turistica che ci sta portando a spasso in questo walking tour della città. "Montevideo è la città con una maggiore qualità della vita, come l'intero Uruguay è il paese con il maggior reddito pro capite di tutta l'America Latina." ci spiega. "Con il Frente Amplio al potere, si sono susseguiti 16 anni di crescita ininterrotta e oggi per la prima volta il peso uruguayo vale più di quello argentino. I prezzi sono alti perché le imposte sono elevate, però in compenso ci sono molti servizi gratuiti, come la scuola e la sanità." 
Per quanto riguarda le libertà civili e le conquiste sociali l'Uruguay è sempre stato un precursore e Rodrigo ce ne snocciola il lungo elenco: dalla giornata lavorativa di 8 ore al divorzio, dal voto alle donne all'istruzione gratuita e obbligatoria per tutti, dal matrimonio civile alla separazione fra Stato e Chiesa, fino ad arrivare alla legalizzazione delle unioni omosessuali e della produzione e coltivazione privata di cannabis nel 2013. 
L'Uruguay infatti è stato anche il primo paese del mondo a legalizzare la marijuana, prevedendo tre possibilità di consumo: il club cannabico, l'acquisto in farmacia e la coltivazione in casa (opzioni previste soltanto per i residenti). L'obiettivo è fermare il mercato del narcotraffico, obiettivo che finora è riuscito solo parzialmente in quanto le farmacie sono poche rispetto alla gente che vuole comprare la cannabis e inoltre il THC presente nel prodotto in vendita è per tanti troppo basso. Si tratta in ogni caso di un importante passo avanti. 
Insomma, il Paese rimane su posizioni conservatrici solo sul tema dell'aborto, che comunque è proibito in quasi tutto il continente.

Con Rodrigo ci incontriamo nella centralissima plaza Independencia nei cui paraggi sorgono il teatro Solís, il Palazzo Estévez, il Palacio Salvo, progettato dall'architetto italiano Mario Palanti. Al centro della piazza c'è la statua equestre dell'eroe nazionale Artigas, che si distinse nelle guerre d'indipendenza: anche se morì di vecchiaia, il cavallo di bronzo ha una zampa alzata, cosa che solitamente simboleggia la morte per ferite di guerra. Altri edifici di prestigio sono la neoclassica Cattedrale metropolitana, il Cabildo coloniale, il Palacio Taranco, realizzati tra il XIX ed il XXI secolo man mano che la città si sviluppava e influenzati dagli architetti europei. Rodrigo ci spiega che furono gli spagnoli nel Settecento a fondare la città con il nome Felipe y Santiago de Montevideo, e che essa in breve tempo divenne una delle più importanti città della regione. Nel 1814 agli spagnoli subentrarono i portoghesi, che poi annessero i territori al Brasile finché nel 1825 i cosiddetti "Trentatré Orientali" liberarono l'Uruguay dal dominio brasiliano e Montevideo divenne ufficialmente capitale della Repubblica Orientale dell'Uruguay. Esistono diverse spiegazioni in merito all'origine del nome della città, ma tutte fanno riferimento al cerro che si staglia nel suo territorio.

Montevideo si affaccia su uno dei più grandi porti naturali di tutto il Cono Sud. Nei paraggi ha sede il mercado del puerto, che a dispetto del nome è oggi una galleria gastronomica di tutto rispetto, ospitata in una struttura in ferro risalente all'Ottocento. Griglie imponenti ospitano le salsicce, le cosce di pollo, le costolette, il sanguinaccio, il formaggio parrillero e gli altri ingredienti del tipico asado. La bevanda più indicata per accompagnare la carne è il medio y medio, ossia un cocktail di champagne e vino bianco o rosè. È qui che la visita guidata termina e io resto a mangiarmi una spirale di salchicha parrillera prima di rimettermi in marcia. 

Non lontano dalla città vecchia e dal lungomare si incontra la Peatonal del Candombe, una strada piena di coloratissimi murales che fa parte del circuito storico e culturale del quartiere in quanto ospita diversi centri dedicati alla cultura afro-uruguaiana. Il candombe è una musica e danza che ha origine dagli schiavi africani, si basa su tre diverse percussioni ed è di solito suonato a carnevale durante le tipiche sfilate in costume dette llamadas. Su un muretto vicino al mare posso averne un saggio visto che sei ragazzi lo stanno suonando.

Una delle esperienze imperdibili a Montevideo è la passeggiata lungo la rambla, il lungomare che collega il centro cittadino alle località di Punta Carretas (il punto più meridionale della città, dove sorge il faro) e Pocitos (dove si trova una lunghissima spiaggia). La rambla è utilizzata quotidianamente per correre, andare in bici, passeggiare, osservare il mare e, naturalmente, tomar mate (sport nazionale uruguayano). 
È qui che mi trovo all'ora del tramonto a guardare l'ultimo sole uruguayo che precipita nel mare tra le palme. L'indomani sarò di nuovo a Buenos Aires e non vedo l'ora di farmi quattro risate con gli argentini dopo tutti questi giorni sotto sedativo.

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