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La casa del terrore di Budapest

La mia passione per i musei del comunismo è nata quando ho visitato per la prima volta il museo Casa del terrore (Terror Haza) di Budapest. Non ne conoscevo l’esistenza, dato che era stato inaugurato da poco, e mi rimasero impressi in particolare la musica (composta appositamente da un certo Ákos Kovács), gli effetti sonori e le voci dei testimoni. In seguito ho avuto modo di visitare diversi musei del comunismo ed ex-prigioni delle polizie segrete dei Paesi baltici, di Berlino, della Polonia e della Romania (sorvolo sull’insulso museo del comunismo di Praga, una semplice trovata per turisti) ed ora eccomi di nuovo qui, 18 anni dopo.
Il Terror Haza - come altri musei storici dell’Est - si trova in un edificio che venne usato come quartier generale sia dalla polizia politica nazista sia da quella comunista e presenta contenuti relativi ai due regimi che si sono avvicendati nel giro di poco tempo. Infatti l’Ungheria (che era già a fianco dell’Asse nella guerra) il 19 marzo 1944 fu occupata dai nazisti, supportati dal Partito nazionalsocialista ungherese (detto delle “croci frecciate”), che salì al potere pochi mesi dopo. Il loro leader Ferenc Szálasi aveva affittato l'edificio al 60 di viale Andrássy (dove sorge l’attuale museo) definendolo "Casa della lealtà", ma esso diventò ben presto una casa dell'orrore: qui furono torturati e assassinati i disertori militari e molti ebrei, in celle sotterranee costruite nell’ex carboniera. I membri del Partito delle Croci Frecciate collaborarono alacremente con i tedeschi per la soluzione finale e infatti in soli tre mesi più di quattrocentomila ebrei ungheresi furono spediti nei campi di sterminio. 

Anche se nel 1945 gli ungheresi e i nazisti erano in inferiorità numerica, Hitler ordinò la difesa casa per casa: l'assedio durò più di 50 giorni e alla fine il 70% della città fu distrutto, compresi tutti i ponti, bombardati dagli stessi ungheresi per rallentare l'avanzata dell'Armata Rossa: quest'ultima comunque alla fine "liberò" la città e in poco tempo si passò da un regime all'altro, visto che l'Ungheria entrò a far parte del blocco orientale. Nel museo questa fase viene rappresentata simbolicamente con uno spogliatoio, visto che gli ungheresi dovettero "cambiarsi d'abito" e rinunciare alla loro vita precedente se volevano sopravvivere al regime di terrore. Anche molti ex appartenenti al Partito delle Croci Frecciate cambiarono facilmente uniforme sostituendo le teorie razziste con il marxismo, ma continuando a fare lo sporco lavoro di sempre. 
Poiché gli ungheresi avevano già conosciuto 133 giorni di terrore comunista sotto la Repubblica dei Consigli di Béla Kun, non volevano saperne di un altro regime, che proprio per questo fu particolarmente brutale. Tutto ciò che accadeva in Unione Sovietica sotto Stalin veniva copiato in Ungheria dal leader Mátyás Rákosi, così secchione da meritarsi il soprannome di “miglior studente di Stalin”. Costui stabilì lo stesso tipo di culto della personalità del suo maestro e organizzò la polizia segreta con il compito di eliminare tutti i nemici politici, anche all'interno del partito, in modo che nessuno si opponesse alla volontà degli occupanti e dei loro compagni ungheresi.
Poiché Rákosi voleva fare dell'Ungheria una potenza industriale, bisognava costringere coloro che si occupavano di agricoltura a lasciare il loro mestiere e andare a lavorare in fabbrica: decine di migliaia di proprietari terrieri (definiti con la parola russa "kulak") furono privati ​​delle loro proprietà e gli allevatori e i contadini furono costretti a consegnare allo stato una parte della carne degli animali macellati o del raccolto. Anche i membri della borghesia, dell'aristocrazia o della vecchia élite politica erano considerati "nemici di classe", e in molti casi furono sfrattati dalle loro case e subirono la confisca delle loro proprietà. Senza contare le centinaia di migliaia di prigionieri di guerra e civili che furono arrestati e deportati nei campi di lavoro forzato, circa la metà dei quali non tornarono mai a casa.


In quegli undici anni ebbero luogo centinaia di processi fittizi, tenuti a porte chiuse, con accuse completamente infondate e verdetti decisi prima ancora dell'inizio del procedimento. Per i motivi più svariati (se per esempio non battevi le mani abbastanza forte durante le cerimonie pubbliche o se uccidevi il maiale senza annunciarlo al governo), c'erano buone probabilità che qualcuno venisse a casa tua nel cuore della notte con queste macchine nere, senza preavviso, e ti portasse qui, in viale Andrássy 60, dove nel frattempo era stato istituito il Dipartimento di Polizia Politica. Quando arrivavano sotto casa, gli scagnozzi suonavano il campanello per un tempo insopportabilmente lungo, alimentando una reazione di panico nota come "terrore del campanello".
Anche i membri del clero furono rimossi con la forza dai loro incarichi e in molti casi arrestati o mandati nei campi di lavoro. La più grande protesta interna e internazionale fu causata dal processo, dalla tortura e dalla prigionia del cardinale József Mindszenty, l’arcivescovo di Esztergom dalla personalità carismatica, famoso per la sua incessante opposizione a dittature di ogni tipo.
Mentre la propaganda strombazzava i successi del Partito e del suo leader proclamando un futuro meraviglioso, i negozi erano vuoti e molti generi alimentari di base scarseggiavano. Per esempio, l'Ungheria fu costretta a produrre alluminio con la bauxite estratta in alcune zone del paese e infatti gli utensili da cucina più usati erano fatti di questo materiale che nella propaganda governativa veniva definito "argento ungherese".

Tutto ciò è andato avanti fino al ‘56: l’anno prima l'Austria (Paese confinante) era tornata indipendente, a febbraio Krusciov aveva svelato al mondo i crimini di Stalin e infine l’estate precedente i lavoratori di Poznań, in Polonia, si erano sollevati per chiedere migliori condizioni di vita. Il 23 ottobre gli studenti di Budapest organizzarono una manifestazione pacifica, che alla fine del primo giorno si trasformò in una rivoluzione armata. A metà della seconda settimana sembrava quasi che si potesse vincere, cambiare il governo ed eleggere un nuovo Primo Ministro, ma poi i sovietici inviarono altre truppe, strinsero la presa e la rivoluzione fu schiacciata all'inizio di novembre, procurando innumerevoli morti, reclusioni e internamenti, senza contare le duecentomila persone che lasciarono l'Ungheria.
Nonostante tutto questo, quel breve periodo di libertà fu un'importante boccata d'aria fresca non solo per gli ungheresi, ma per tutti i popoli della regione, e diede un colpo fatale all'URSS poiché tanti occidentali rimasero delusi nel vedere i sovietici usare i carri armati per schiacciare sanguinosamente l'eroismo degli ungheresi.
In quell’anno l’autorità per la sicurezza di stato lasciò la sede di via Andrassy 60.

La Casa del Terrore fu realizzata nel 2002 col supporto del primo ministro Viktor Orban all'epoca del suo primo incarico. La visita comincia al secondo piano del palazzo e prosegue verso i piani inferiori seguendo un ordine cronologico. Un ascensore conduce dal piano terra al seminterrato, dove ci sono le prigioni: mentre si scende lentamente, si sentono le parole di un uomo che con tono neutro spiega come avveniva il processo di impiccagione (che poi io mi ero un po' distratta perché avevo conosciuto una coppia di filippini molto simpatici appassionati di storia). Poiché i comunisti avevano cancellato tutte le tracce dei precedenti dieci anni di brutalità, è stato possibile ricostruire l'ex carcere solo attraverso i ricordi dei prigionieri sopravvissuti: le celle non avevano finestre ed erano presidiate da guardie armate; i prigionieri non potevano dormire, lavarsi e avevano poco cibo e acqua; gli interrogatori seguivano le istruzioni del KGB e i prigionieri venivano torturati in vari modi fino a quando non erano pronti a confessare qualsiasi cosa.
L’esposizione (come accade in altri musei del comunismo) è organizzata per creare una forte reazione emotiva grazie alla musica drammatica, all'illuminazione, alla forma insolita delle stanze o semplicemente ai video, alle testimonianze e agli oggetti esposti. Tutto questo, insieme all'enfasi sui dettagli morbosi (ingegnosi sistemi di tortura, fori delle pallottole, immagini raccapriccianti), porta naturalmente a solidarizzare con le vittime, cosa comprensibile se si considera che questi Paesi hanno sopportato un lungo periodo di oppressione e che i fatti di cui si parla sono così recenti che molti protagonisti sono ancora in vita. I curatori del museo chiariscono infatti, sia sul sito sia nei testi a disposizione del pubblico del museo, che si tratta di “un monumento alla memoria di coloro che sono stati tenuti prigionieri, torturati e uccisi in questo edificio”, senza fare distinzioni tra i carnefici delle Croci Frecciate e quelli comunisti (“due facce della stessa medaglia”), e che il museo, “pur presentando gli orrori in modo tangibile, intende anche far capire che il sacrificio per la libertà non è stato vano. Alla fine, la lotta contro i due sistemi più crudeli del XX secolo si è conclusa con la vittoria delle forze della libertà e dell'indipendenza”. In conclusione ci tengono a sottolineare che il Museo della Casa del Terrore è stato il primo luogo commemorativo in cui i visitatori possono effettivamente vedere le foto dei colpevoli, visto che processi di alto profilo non se ne sono mai svolti.

Racconto di viaggio "WALKING TOUR IN BUDAPEST"