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  • Categoria: Togo

Tra TOGO e BENIN - La dimanche à la frontière

Rispetto alle nostre messe, meste e sommesse, quelle qui in Togo sono un trionfo di gioia. Nella CHIESA DI NIAMTOUGOU c'è pure il gruppo di percussionisti e tutti cantano e ballano, anche le suore e i sacerdoti. L'apice viene raggiunto al momento della comunione, quando la fila si trasforma in un trenino. I fedeli sono elegantissimi e coloratissimi; donne, uomini e bambini indossano abiti di cotonina stampata a foglie, lucchetti, versetti evangelici e addirittura vistosi ritratti della “Santa famiglia di Nazaret”.

Al MERCATO DOMENICALE le merci esposte sono per tutti i gusti: letame, selezione di ingredienti vudù, extension per capelli, creme sbiancanti, carbone, capre, radioline, il solito olio di palma, pesce fritto, scarpe da ginnastica pendenti dagli ombrelloni, farina di manioca, carne d'asino ridotta in piccoli pezzi. Le donne affettano ananas e mango e li inseriscono in bustine nere buone per ogni uso. Le venditrici, notando la macchina fotografica, esclamano stizzite: «Il faut payer!». Ma io fotografo solo i peperoncini: «Il faut payer aussi!». E se fotografo per terra? «Si paga, qui in Togo, si paga sempre».

Ed eccoci dunque nel bel mezzo del nulla. Qualcuno un giorno ha deciso che qui finisce il TOGO e inizia il BENIN. Sotto una grande acacia ci sono una panchetta di legno e due sedie di plastica; intorno alcuni bambini giocano a rincorrersi. Questo è il posto di frontiera di uscita dal Togo. La procedura prevede che uno dei due doganieri in divisa mimetica prenda un passaporto alla volta e ricopi lentamente i dati su un registro gigantesco. Ciascuno quindi è invitato a dichiarare la propria profession. Quando mancano ancora alcuni membri del gruppo la penna si scarica e costui, con un gesto di stizza, chiude platealmente il registro − nonostante gli venga offerta un'altra penna − con il risultato che qualcuno di noi non risulterà mai passato da questa frontiera. Quando finiscono di apporre il timbro su tutti i passaporti ci lasciano andare.

Siamo entrati in Benin clandestinamente: al posto di frontiera c'è solo un custode che ci domanda come ci è venuto in mente di passare il confine di domenica. Avremmo potuto espletare le procedure alla caserma di BOKOUMBE, peccato che dopo aver ucciso uno studente togolese a un posto di blocco i poliziotti l'hanno chiusa, temendo ritorsioni da parte della popolazione. Finché arriviamo a NATITINGOU ormai si è fatto tardi, perciò dobbiamo aspettare il giorno dopo per farci timbrare i passaporti.

Ci troviamo in ATAKORA, la regione più montagnosa di questo Paese a forma di fiaccola. Da queste parti c'è addirittura un aeroporto “internazionale” poiché vi nacque il presidente nonché dittatore marxista Mathieu Kérékou, tra l'altro morto due mesi fa e celebrato in grandi manifesti. Il cielo è pulito, non c'è traccia di harmattan e abbiamo guadagnato un'ora in più di sole rispetto al Togo, grazie al cambio di fuso orario.

Anche in questo albergo un'imponente maman ci accoglie con l'abusato “bien arrivé” sotto una cascata di bougainvillea, ma non c'è molto tempo per i convenevoli poiché il MUSEO REGIONALE DI NATITINGOU sta chiudendo. Varcata la soglia di un palazzo coloniale costruito dagli schiavi, visioniamo i modellini dei diversi tipi di case fortezza e altri oggetti tradizionali delle comunità dei somba, ma soprattutto troviamo il primo vero e proprio mercatino artigianale. In giro per la città alcuni cinesi passeggiano: sono medici che lavorano negli ospedali, insegnando il mestiere ai nativi.

La cena all'hotel Bellevue termina con un mastodontico vassoio di ananas e papaia e io rifletto sul fatto che se sei a tavola con un gruppo di viaggiatori, il 90% dei discorsi inizia con la frase: «Quando ero in [aggiungere Paese a scelta: Vietnam, Tanzania, Perù...]». Mi chiedo cosa racconteremo la prossima volta che diremo: «Quando ero in Benin.»

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