home18.jpg

  • Categoria: Togo

TOGO centrale - Je suis la lumière du monde

Nei trecento chilometri che separano la regione marittima di Lomè da quella centrale di Sokodè, l'umidità dell'Atlantico si dirada lasciando campo libero alla terra rossa, che vortica nell'aria raschiando la gola.

Il ballonzolare del pulmino sulle strade disconnesse è stato interrotto più volte. La prima sosta serviva per approvvigionarci di acqua, banane e ananas presso il mercato di ATAKPAMÉ; la seconda è stata improvvisata non appena abbiamo visto un folto gruppo di gente che procedeva incolonnata lungo la strada, cantando canti cristiani. La maggior parte di loro indossava la stessa polo gialla con scritto “Je suis la lumière du monde” oppure una casacchina realizzata con lo stesso tessuto colorato fantasia sulle tinte del blu. Li abbiamo seguiti inserendoci nella fila e battendo le mani con loro finché, dopo un lungo cammino tra campi di cotone e termitai giganteschi, siamo giunti a destinazione. Nel cortile di una casa privata, sotto all'enorme mango carico di foglie lucide, hanno continuato a cantare e a ballare finché non ci siamo resi conto dell'ora e ce ne siamo tornati indietro. In realtà molti di loro erano musulmani, ma non mi sembra che si formalizzino molto in materia di fede religiosa − tanto, sotto sotto, più o meno tutti continuano a bersi i loro succhi di crani animali.

Infine ci fermiamo in una grande radura dove era in corso la danza kamu, che impazza solitamente durante il mese di dicembre allo scopo di ringraziare gli antenati per i buoni raccolti. È l'occasione per conoscere da vicino una delle principali etnie del Togo settentrionale: quella dei kabyé, che conta circa un milione di persone (un quinto di tutta la popolazione del Paese).

Tra le percussioni ipnotiche, centinaia di persone stavano ballando con indosso abiti strappati, gonnellini realizzati con i tappi di bottiglia, rudimentali cavigliere a sonagli, ornamenti di foglie di palma o frasche, t-shirt con la faccia del presidente Gnassingbé; i visi sfoggiavano strati di polvere bianca, maschere da sub, cappelli di erbe e copricapi di ogni genere, barbe finte oppure occhiali pacchiani, e il casino avveniva sotto gli occhi di centinaia di donne con foulard variopinti, bambine con le treccine e vecchi eleganti, che guardavano rapiti lo spettacolo. Un buon numero di ballerini sarebbe romantico dire che erano entrati in trance, ma a me sembravano soltanto ubriachi persi o strafatti di qualche droga, e non sono in grado di dire se il largo consumo di noce di cola basti a giustificare gli sguardi spiritati, i barcollamenti, se non i veri e propri svenimenti a cui ho assistito.

Ora sono seduta sulle scale di un hotel di SOKODÉ, esattamente sotto la cascata di bougainvillea che ingentilisce, relativamente, l'ingresso di questo brutto edificio di cemento giallino. Siamo appena tornati dalla danza del Fuoco, organizzata e pagata da noi, come pare si usi fare da queste parti. Tutta la gente del villaggio è stata invitata nella piazza per assistere a questa festa tradizionale della popolazione temba (o kotokoli). Mentre prendevamo posto sulle panche intorno al falò, i tamburi avevano già iniziato a risuonare freneticamente, dando il via alla cerimonia. I protagonisti si sono alternati al centro dello spiazzo, camminando sulle braci o strofinandosele su braccia e gambe come se niente fosse. Uno di loro si è messo un tizzone ardente in bocca e l'ha aperta ben bene per far vedere il perverso spettacolo. Infine è arrivato il più duro di tutti, che ha distribuito delle lamette a noi yovò e a seguire se le è schiaffate in bocca una dopo l'altra, ci ha mostrato dei pezzi di vetro e dei coltelli per poi passarseli sull'addome, senza lasciare in ogni caso alcun segno. E mentre i tamburi diventavano sempre più convulsi, le luci forse più gialle e il fuoco cominciava a spegnersi, i bambini, sempre meno timidi, ci avevano ormai accerchiato e si erano seduti in tutti gli anfratti liberi e alcuni anche in braccio a prendersi le inevitabili carezze, per poi accompagnarci all'autobus e salutarci con la manina.

Galleria fotografica