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I villaggi Somba

Nord del Benin

Ci troviamo in ATAKORA, la regione più montagnosa di questo Paese a forma di fiaccola. Da queste parti c'è addirittura un aeroporto “internazionale” poiché vi nacque il presidente nonché dittatore marxista Mathieu Kérékou, tra l'altro morto due mesi fa e celebrato in grandi manifesti. Il cielo è pulito, non c'è traccia di harmattan e abbiamo guadagnato un'ora in più di sole rispetto al Togo, grazie al cambio di fuso orario.

Anche se qui gli operatori turistici li chiamano così, i villaggi dei Somba non sono altro che i Batammariba del Togo (anzi il termine “somba” era inizialmente un appellativo peggiorativo). Le abitazioni tradizionali hanno le stesse caratteristiche già abbondantemente sviscerate, qui però abbiamo delle relazioni umane vere e proprie. A differenza del sito in Togo, dove i soldi del biglietto sono impiegati per costruire infrastrutture per la comunità, in Benin una parte della tariffa pagata alla guida va nelle tasche degli abitanti; forse per questo si fanno anche fotografare senza opporre resistenza. A me mette comunque un certo imbarazzo far parte mio malgrado di questo manipolo armato di macchine fotografiche.
La prima famiglia ci offre persino una specie di polenta insipida avvolta dentro a una foglia; il patriarca indossa una ex-elegante giacca di lino troppo grande, senza niente sotto, mentre le due donne sono le sue mogli. Più difficile è capire quali figli sono di una moglie e quali dell'altra, o quali sono addirittura i nipoti della più anziana delle due; fatto sta che due di loro sono minuscoli gemelli di cioccolata ciascuno con un cappellino di lana e una specie di collana in vita. In questa società vige la poligamia e ogni moglie ha una propria casa, dove vive insieme ai suoi figli; a proposito di donne, come al solito pare che siano loro quelle che si fanno di più il culo: vanno a prendere l'acqua, raccolgono la terra e il letame necessario per impermeabilizzare le pareti della casa, lavorano nei campi insieme agli uomini.

Quando arriviamo presso la seconda “tata”, donne e bambini sono al pozzo a pedale: l'acqua esce da un rubinetto direttamente nelle grandi bacinelle metalliche o nelle taniche di plastica gialla; una delle due ragazze che lo aziona col piede indossa il pezzo di sopra di un bikini. Giunti all'abitazione facciamo conoscenza con il vecchio guaritore, abbigliato con un vezzoso giubbottino impermeabile, di un rosa ricoperto da molti strati di terra rossa (d'altra parte anche noi siamo impolveratissimi, e nei villaggi ci abbiamo passato solo poche ore). Poiché non ricorda esattamente la sua età, ci mostra due documenti ufficiali: secondo il certificato di Specialista in medicina tradizionale sarebbe nato “verso il 1920”, secondo la carta d'identità “verso il 1933”. L'attestato ci informa che il guaritore è esperto dei seguenti disturbi: morsi e sputi di serpente, singhiozzo, dolore addominale della donna, avvelenamento, sortilegi e dolore generalizzato.
Fuori dall'ingresso si ergono i classici feticci a forma fallica, appesi al muro ci sono crani e ossa di animali a mo' di amuleti protettivi, gli altari costituiti da contenitori panciuti di terracotta presentano resti di piume di animali da cortile, sacrificati per onorare gli spiriti degli antenati oppure per coadiuvare le pratiche di guarigione. In un angolo l'immancabile mortaio per pestare i cereali; per terra resti di fuochi, pentole, fascine di legna.

A questo punto andiamo a conoscere un'esperta scarificatrice con tanto di riconoscimento statale, grazie al quale è l'unica nella zona ad avere avuto l'allaccio all'energia elettrica. Come avevo verificato già dall'arrivo a Lomè, la scarificazione è largamente praticata da queste parti. Le cicatrici sulla pelle sono di diversa foggia (qui ad esempio sono molto sottili e numerosissime) e in genere servono a comunicare quali sono le proprie origini. Quelle sul volto di solito vengono fatte da bambini, mentre alcuni se le fanno realizzare su ventre e schiena, come prova di coraggio, al tempo dell'iniziazione all'età adulta.
Il giovane che ci fa da guida si offre volontario: si sdraia per terra, un'anziana donna gli si siede a cavalcioni affinché non si divincoli, mentre l'altra tira fuori un coltellino da una custodia di pelle e comincia a far finta di incidergli le guance. Questi popoli praticano inoltre la circoncisione ─ come si vede direttamente osservando i bambini nudi ─ e credo anche, in taluni casi, l'escissione femminile, anche se dovrebbe essere vietato (e comunque su questo tema glissano elegantemente).

Kounta mi racconta che il numero dei turisti è in sensibile calo: la maggior parte dei visitatori solitamente proviene dalla Francia, ma dopo l'attentato di Parigi ritengono questa zona pericolosa. D'altra parte, nonostante le belle parole dei politici, il Benin sembra fare di tutto per scoraggiare l'arrivo di turisti: per poter chiedere il visto d'ingresso è necessario un invito, che però nessuno ti vuole dare se non in cambio di denaro. Non se la passa tanto bene Kounta, guida turistica e chauffeur, tanto più che la moglie lo ha lasciato da poco. E comunque ha ragione lui: avremmo dovuto dormirci almeno una notte nella “tata Somba”, perché così non abbiamo praticamente visto niente.

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