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DJOUGOU - Le diverse etnie del nord del Benin

Ci dirigiamo verso meridione e parcheggiamo l'autobus nei pressi di BIRNI, raggiungendo a piedi un miserrimo villaggio di capanne circolari. Qui ci abitano i fulani (o peul), un popolo costituito da milioni di persone disseminate per tutta l'Africa occidentale.
Anche qui, né buongiorno né buonasera che vari obiettivi vengono puntati senza tanti complimenti sulla più bella della famiglia, che tra l'altro è a seno nudo perché sta allattando il suo bambino. Sorprendentemente, oltre ad essere stupenda e dolcissima, sorride in posa da consumata modella prendendo in mano una coppetta piena di limoni verdi e mettendosi addirittura una grossa calebasse sulla testa, garantendo così al turista la foto dei suoi sogni. Non a caso, i fulani hanno fama di essere tra i popoli più affascinanti e amichevoli del mondo. In realtà le altre donne non mi sembrano così belle, però ci tengono molto al loro look: sono vestite in modo molto colorato, hanno il viso tatuato, indossano braccialetti, collane, orecchini e ornamenti intrecciati ai capelli e hanno i denti bianchissimi. A quanto pare anche gli uomini sono vanitosi e si truccano perfino più delle donne, ma quando siamo arrivati sono tutti via e non posso confermarlo.
Da quanto ho capito, questa gente è di solito dedita all'allevamento e spesso pratica il nomadismo; sono islamici, ma non poligami e possono divorziare quante volte vogliono. Un pupazzetto di Winnie the Pooh buttato nell'angolo della capanna accanto denota che non siamo i primi visitatori. In ogni caso, dopo i classici convenevoli e carezze ai bambini, un gruppetto di loro ci accompagna all'autobus con l'ormai consueto sottofondo cantilenante di yovò bidon yovò cadeau, rimediando un petit savon recentemente rubato in albergo.

Poco più avanti, all'altezza di COPARGO, imbocchiamo una stradina dissestata che ci conduce ai cosiddetti VILLAGGI TANEKA, dove avremmo fatto la conoscenza con i tangba, la popolazione studiata dal nume tutelare di ogni gruppo di turisti responsabili in Africa occidentale, l'antropologo Marco Aime. È il terzo e ultimo popolo per oggi, in questo Paese dalla composizione etnica così variegata, e ho le idee parecchio confuse.
Nell'attesa del nostro accompagnatore entriamo nella scuola, in questi giorni chiusa per le vacanze di Natale; per fortuna compare subito un ignaro ragazzino che viene immediatamente sfruttato per rendere più credibili le foto, seduto composto ad uno dei banchi di legno e poi interrogato alla lavagna.

Ci avviamo a piedi verso i villaggi, percorrendo un sentiero ornato dai bellissimi fromager rossi o kapok, con i rami privi di foglie ma carichi di fiori. Come altri popoli dell'Atakora, anche i tangba si rifugiarono nelle grotte e negli anfratti presenti in queste colline allo scopo di sfuggire alle razzie di schiavi; poi il miscuglio di popoli di diversa origine ha dato vita a una cultura particolarmente complessa e molto legata alle tradizioni.
I villaggi che visitiamo sorgono nella zona più pianeggiante, vicina ai campi di igname, e sono costituiti da capanne rotonde. Ogni quartiere del villaggio è ancora governato da un re, che si occupa delle relazioni esterne e delle controversie tra gli abitanti. Tinga sawa, il re di Pendolou, dopo averci fatto fare l'anticamera, ci accoglie nella sua capanna di rappresentanza. Indossa una raffinata veste chiara, con sciarpa vezzosa sulla spalla, ventaglio variopinto, cappellino tipo fez e un elaborato scettro di legno in cui sono intagliati un leone, un elefante e delle figure umane. Gli vengono poste diverse domande molto paludate e infine ci concede il privilegio di farci i selfie con lui.

Intanto gli ignami vengono sbucciati e poi cotti nel fuoco, i bambini giocano con i pneumatici, oche e faraone razzolano pacatamente, pentole di alluminio borbottano, pestelli si accaniscono nei mortai, insomma la classica vita dei villaggi. Ci spostiamo dunque nella zona più collinosa dove vivono gli specialisti rituali, detti boro-te, che si occupano delle faccende religiose. Due di loro stanno seduti sulle pietre sotto a un grande albero, completamente nudi tranne una striscia di pelle sui fianchi e un cappello rotondo di rafia. L'immancabile pipa è spenta perché sfortunatamente hanno finito il tabacco, per questo accettano con entusiasmo un po' del nostro ben poco rituale Camel light.
Il sentiero di ritorno lo percorro mano nella mano (sudatissima) di una bambina con le treccine e la maglietta sbrindellata; quando arrivo all'autobus compio l'imperdonabile errore di cedere alle sue insistenze e regalarle una bottiglia di plastica vuota, scatenando un putiferio tra tutti gli altri ragazzini che, anche loro, vogliono il loro preziosissimo bidon.

In questo hotel di DJOUGOU pretenzioso e moquettato, i divani sono bollenti, in TV politici beninesi parlano alle folle, il wifi va e viene, la preparazione della cena richiede una quantità di tempo che gli yovò non riescono a comprendere. Terminato il classico piatto di pesce tilapia con riso, sorseggio un bicchierino di Saint James e chiacchiero con un vicino di tavolo congolese che vive a Montréal e lavora per l'immigrazione canadese in West Africa; è qui in vacanza ed è ossessionato dal pensiero di essere aggredito e rapinato. Per domani ha preso in affitto un'auto con un driver e mi chiede consigli sugli itinerari più sicuri.

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