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  • Categoria: Siria

UN PUGNO DI MOSCHEE

A passeggio per Damasco


Un'intera giornata a bere tè e caffè nella città vecchia di DAMASCO. La notte non potevo dormire e mi chiedevo «Are you happy?», figurandomi l'espressione di Hisham come se fosse veramente interessato a saperlo tutti i giorni. O come se davvero avesse sentito la mia mancanza nell'anfiteatro di Bosra.

Una giornata tra i vicoli e i negozi a fumare sigarette e spiluccare frutta secca, parlando di me e di loro, dei soldi e del lavoro, del matrimonio e dell'amore, di un dio qualunque e di dove abita: i bicchierini accanto alla zuccheriera sul vassoio di ottone decorato, e intorno tappeti e sciarpe, gioielli d'argento e pietre colorate, lampadari di perline e ferro battuto bucherellato, vetri colorati e tovaglie. Regali e inviti a cena per l'italiana chiacchierona e sorridente con cui ridere fino alle lacrime.

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L'ingresso principale del SUQ sembra la Galleria Vittorio Veneto di Milano. Il primo negoziante ha gli occhi scuri e la pancia, mi offre il tè alle rose e mi regala un portacenere di ottone e un portapenne di legno e madreperla intarsiato. Il secondo ha gli occhi azzurri che si fanno languidi mentre mi consiglia ingombranti specchi e tavolini da backgammon. Il quartiere cristiano in questo sabato santo all'ora di pranzo è silenzioso e desolato: stoffe bianche penzolano dalle croci.

Nei paraggi del quartiere ebraico questo ex professore di francese (pantaloni lisi, pochi denti) mi conduce all'interno di un meraviglioso hotel nascosto tra i vicoli e mi costringe a fotografare una per una tutte le opere d'arte di uno scultore locale. Poi mi offre una birra nel cortile di casa sua (umido e scrostato) e mentre fumiamo un tot numero di sigarette parliamo degli scolari di oggi: quanto sono condizionati dai mezzi informatici e quanto poco disposti alla concentrazione! Numerosi siriani sono emigrati in Sud America negli anni, mi racconta, «Hai presente l'ex presidente argentino Menem?»

Entro nella CAPPELLA DI ANANIA, il discepolo di Gesù che sulla via di Damasco fece recuperare la vista a San Paolo (a.k.a. Saul, che durante la sua conversione era diventato cieco). E poi: due ore seduta accanto ad Ali Baba e al suo amico con i baffi, con i quali si commentano con amabile accuratezza le varie tipologie di turisti che passano e non comprano («International crisis, no money!»).

Sulla VIA RECTA, che taglia a metà tutta la città vecchia, obbligata a bere altro tè insieme al libanese Yousef (identico allo scienziato di "Ritorno al futuro"), che ha vissuto molti anni a Losanna e preferisce parlare francese, anche se riesce persino a comunicare in un dignitoso italiano.

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L'odore del montone alla brace, della cannella sul riso, della mela da shisha. Seta e pashmina, jalabiya ricamati, legno e madreperla. Manichini taglie forti, occhi di Allah, rondini. Balconi fatiscenti, boutique hotel, gallerie d'arte di tendenza. Questa è Damasco, durante il mio itinerario che spazia tra il quartiere islamico e quello cristiano.

Al ristorante tradizionale nel suq il fumo dei narghilè viene deviato dai ventilatori e si mischia alle lucine in serie, mentre un ipnotico derviscio rotante di un biancore accecante si esibisce sul palco. E al suono delle darbuka e degli oud le ragazze improvvisano una danza del ventre, mentre le loro mamme o nonne le fotografano col cellulare. Di notte la collina che sovrasta Damasco è interamente ricoperta di lumini da presepe che scendono verso valle.

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L'indomani è l'ultimo giorno nella capitale della Siria. Parto dall'ex residenza privata del governatore di Damasco, il PALAZZO AZEM: cortile con vasca e fontana, muri mamelucchi a strisce bianche e grigie, pannelli in legno e piastrelle blu nelle sale adibite a museo delle tradizioni.

Proseguo nella MOSCHEA DEGLI OMAYYADI, sorella maggiore di quella di Aleppo. Il pavimento in pietra chiara del vasto cortile è caldo e riflette le ragazzine in gita che corrono e le donne vestite di nero (tutti camminano sull'acqua). Nella grande sala della preghiera, che ha la pianta a tre navate risalente alla basilica bizantina su cui è stata costruita, la luce proviene sia dai vetri colorati delle finestre sia dagli enormi lampadari. Per terra, sui tappeti, è un brulicare di gente: grappoli neri di donne di cui si vedono solo gli occhi, vecchi con la kefiah che si scattano a vicenda foto col cellulare, fedeli in pantaloni e maglione che sembra che dormano appoggiati alla parete, altri seduti a gambe incrociate con gli occhi chiusi, uomini inginocchiati che si piegano battendo la fronte contro il pavimento mentre un tizio con la sciarpetta verde legge a voce alta il Corano, uomini e donne che si affollano intorno alla TOMBA DI GIOVANNI BATTISTA, venerato nell'Islam come profeta, stringendosi con tutta la forza alle grate dorate che la circondano. E infine c'è la TOMBA DI HUSSEIN, il nipote del Profeta, circondata da sciiti che la puliscono con fazzoletti verdi e neri, la fotografano, piangono e si disperano, e alcuni mettono la testa dentro ad una specie di forno argentato.

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Di nuovo in borghese, mi tuffo nell'affascinante città decisa a farmi incantare ancora qualche ora dai damasceni. Gli artigiani realizzano opere d'arte battendo col martello la filigrana d'oro, i calzolai e i sarti mi sorridono dai loro micro-laboratori, i pulisci-scarpe scherzano brandendo la spazzola, i venditori ambulanti di frutta secca vogliono sempre che ne prenda un po', i panettieri sollevano la testa incipriata di farina e si mettono in posa, i negozianti sfaccendati sono seduti all'aperto; tutti fumano. Inciampo nella parata di Pasqua: un pulcino gigante che fuoriesce da un uovo, condotto per le strade in una macchinina lilla, è circondato da boy scout e bambine vestite da apine e coccinelle, tra bande e bandiere. Per le strade i cittadini di fede cristiana sfoggiano gli abiti della festa, che già la notte precedente avevo osservato assistendo alle celebrazioni religiose (prima che scoppiasse una rissa molto poco cristiana).

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Con Houssam, nel suo negozio di tappeti, ci appassioniamo a confrontare le nostre opposte visioni della vita. «Io non vi capisco voi europei» fa lui. «Vi sposate per amore, fingendo di dimenticare che l'amore finisce!» Prima di trovarla, vago a lungo alla ricerca della lampada dei miei sogni, da appendere in camera da letto per illuminare le mie mille e una notti, ma le lampade sono arrugginite e impolverate da anni di tè e chiacchiere e contrattazioni e nessuno che pulisce; ferro, vetrini rossi, pezzi di specchio, tasselli e trafori esotici, ma non fanno molta luce. Il pranzo a base di carne di cammello alla brace lo gusto assieme a Samir. Torno a casa con una darbuka e una sciarpa di seta fuxia, gialla e celeste.

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«Ho notato che scatti delle ottime foto» osserva Hisham all'aeroporto, prima della partenza. «Vorrei chiederti una cortesia, però. Potresti evitare di rendere pubbliche quelle immagini che ritraggono gli aspetti meno gradevoli del nostro Paese?» In pratica, la Siria è la nostra seconda casa, ma non siamo liberi di fotografarla.