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  • Categoria: India

L'ashram di Amma

Kollam, Kerala

Prima di raggiungere Varkala, dove trascorreremo alcune giornate di relax, abbiamo un ultimo compito da svolgere: risvegliare l'amore divino che è in noi. Dovete sapere che tra Cochin e Varkala, nei pressi di Kollam, sorge la "Mata Amritanandamayi Mission", ossia l’ashram di Amma, una guru nota in tutto il mondo (vabbè, io non l'avevo mai sentita nominare) per la sua performance spirituale che consiste nell'abbracciare migliaia di persone al giorno.

Il suo Ashram è situato all'interno delle backwaters, assediato da rigogliose palme e circondato da paradisiaci canali (peccato davvero quegli orrendi condomini di cemento a molti piani dove alloggiano gli ospiti). Esso viene presentato come un luogo pieno di bellezza e gioia, dove — al di là di ogni credo e religione — si cerca e si può trovare la propria libertà. Ora, io capisco il desiderio di scappare a molti chilometri dalla propria routine, comprendo e giustifico persino la fuga da un occidente frenetico e stressante, votato al gretto materialismo e al predominio del dio denaro, ma in merito alla libertà, io ne avrei una concezione un po' differente.

Dentro l'ashram vigono leggi rigidissime: è proibito mangiare carne, bere alcolici, fare sesso e fumare. Ci si deve vestire di bianco, non indossare le scarpe e coprirsi castamente braccia e gambe, come illustrano i disegni alle pareti. Non si possono utilizzare apparecchi elettrici ed elettronici — però nell'auditorium numerosi fogli A4 appesi ai muri raccomandano di non lasciare incustoditi i computer portatili perché i furti sono molto frequenti. Ognuno deve svolgere il Seva, ossia prestare opera per la comunità in base a ciò che sa fare meglio: c'è chi prepara il caffè e il tè, chi fa le pulizie, chi insegna yoga (un plotone di donne che, suppongo, non sa fare altro, lecca e imbusta full time dépliant da inviare in tutto l'orbe terracqueo). Inoltre non si possono avere contatti con gli abitanti dell'adiacente villaggio di Vallikavu, è vietato mangiare cibo acquistato oltre le mura dell'ashram e avventurarsi fuori dopo l'ora del tramonto (tutte queste vengono spacciate per misure finalizzate alla propria sicurezza e al proprio benessere).

Gli utili dell'ashram, insieme alle donazioni internazionali, servono per finanziare le attività umanitarie erogate da Amma in tutto il mondo da più di vent'anni: soccorso dopo catastrofi naturali, autonomia economica per le donne, assistenza sociale, lotta alla fame, orfanotrofi, case, istruzione eccetera.

I frequentatori dell'ashram hanno un non so che di familiare. I nuovi arrivati si riconoscono subito dal volto estatico e dalle frequenti crisi pianto di cui sono vittime. Una volta entrate nell'ashram, le donne occidentali si trasformano immediatamente in befane: smettono di farsi la tinta e portano i capelli legati in una pudica treccia, non si fanno più la ceretta ai baffi e ovviamente non si truccano. Uomini e donne indossano orridi camicioni bianchi che poco li valorizzano, con i quali sperano inutilmente di cancellare i segni di tragedie più o meno recenti o addirittura vite intere votate alla sfiga e alla povertà morale, se non peggio.

Il nostro improvvisato cicerone è Carmine, un adepto napoletano senza scarpe, con pochi capelli e ancor meno denti, che ci fa visitare le proprietà del monastero. Per prima cosa ci conduce dalle mucche di Amma, segno tangibile della presenza del Divino sulla Terra (benché a me sembrino identiche a tutte le vacche generiche che ruminano indisturbate nel mondo). Poi saliamo sui tetti di uno dei casermoni e, tra i panni degli adepti stesi ad asciugare nell'aria tropicale, Carmine improvvisa un ben augurante saluto al sole. Entriamo dunque nel tempio e infine nel negozio di souvenir, dove — accanto alle immagini di Gesù Cristo e alle statuette delle divinità hindu — vendono la bambola di Amma.

E finalmente arriva il momento tanto sognato, l'esperienza più forte della nostra vita: l'abbraccio di Amma. Lei — giura Carmine — ti getta un seme dentro. Grazie al nostro nuovo amico napoletano possiamo dunque passare avanti a centinaia di indiani in fila e poter ritirare il seme messo in palio, in tempo per il nostro programma di viaggio.

Dopo una fila di circa un'ora e mezza, siamo al cospetto della Mahatma, la quale sta seduta su una comoda sedia, circondata dai suoi assistenti più fedeli che gestiscono il traffico degli abbracci. A un metro di distanza da lei, uno di loro ti costringe ad inginocchiarti e subito dopo un altro ti schiaccia la faccia contro le sue enormi tette. Sempre sorridente, Amma ti sussurra parole incomprensibili all'orecchio e poi, mentre i valletti ti stanno già per strappare con decisione dall'affettuosa stretta, ti fa dono di una bustina tipo carta per il pane che contiene una misteriosa polverina e una caramella all'arancia. A me effettivamente ne ha dati due di regalini, perché aveva intuito che Fulvio si era categoricamente rifiutato di partecipare a questa messinscena (ma per fortuna, afflitto dal senso di colpa, aveva guardato lo show sul maxischermo).

Terminato il darshan, siamo invitati a pranzo, che consiste in un pastone piccantissimo di riso e legumi da mangiare con le mani. Qui un friulano biondo, alto quasi due metri, attacca bottone con me. Poiché però non ho mai letto né Osho né Maestro Eckhart, poiché non ho mai praticato la meditazione, poiché infine mangio la carne rossa, bevo alcolici e fumo, la conversazione dopo meno di due minuti comincia a languire e lui si mette a parlare con un'altra.