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  • Categoria: Turchia

Trebisonda

Da non perdere

In fase di atterraggio l’aereo della Pegasus trafigge la coltre di nuvole e finalmente appare il Ponto, la storica regione della Turchia affacciata sul Mar Nero. A ridosso del “mare ospitale”, come lo chiamavano i greci, i rilievi brillano in diversi toni di verde, tra gli sbuffi di nebbia bassa. In secondo piano le cime innevate più alte del paese.

Un mite passante siriano ci guida per le strade della mitica TREBISONDA verso la ridente ATATÜRK MEYDANI, gremita da una folla dall’aspetto vacanziero. La sede del nuovissimo İyi Parti, il “Buon partito” di orientamento conservatore e laico, è annunciata da un grande ritratto del Padre dei Turchi e da lunghi filari di palloncini gialli e celesti. Quella più consolidata del partito rivale, l’AKP del Grande Presidente, occupa più sobriamente il palazzo accanto con la sua manageriale lampadina stilizzata. Osserviamo un po’ di alberghi uno accanto all’altro prima di propendere per l’ultimo di essi, ubicato poco prima della strada statale che separa Trabzon dalla spiaggia. L’hotel ha l’aria signorile per viaggiatori di commercio, nondimeno una camera doppia non costa più di trenta euro, a conferma del fatto che la Lira Turca è in caduta libera.

"Perdere la Trebisonda" significa essere disorientati ma anche inquietarsi, spazientirsi: il suo faro infatti, anticamente, costituiva un importantissimo punto di riferimento per le navi che percorrevano quelle rotte infide. D'altra parte, dopo essere stata per due secoli un regno crociato, fu l’ultima città ad essere conquistata dagli Ottomani: forse fu in quel momento che la locuzione iniziò ad entrare in voga, visto che perdere Trebisonda ebbe (letteralmente) pesanti conseguenze economiche e politiche per tutto l’Occidente. Ancora oggi è il porto più grande della Turchia sul Mar Nero, situato in una posizione strategica tra Europa e Medio Oriente.

Non so se sono qui più per amore dei giochi di parole, o perché vi fece tappa Marco Polo lungo la Via della Seta, oppure perché è così vicina al confine con la Georgia. Fatto sta che poco tempo dopo sono seduta su un minuscolo sgabello di fronte a una çorba di legumi, ricambiando il sorriso di uomini e donne che sorbiscono il tè ai tavolini adiacenti. L’unico avventore che parla qualche parola di inglese è ansioso di darci il benvenuto: ci tiene subito a dire che egli non bada affatto alla provenienza o alla religione delle persone, ma ama tutto il genere umano. Indistintamente. Tranne gli arabi. “Avete mai notato che in tutti i Paesi arabi ci sono sempre guerre?” Ecco.

L’attuale Trabzon si presenta come una città cosmopolita, indaffarata e aperta come tutti i porti di mare. Le sue mercanzie sono generosamente esposte nei negozi e nelle bancarelle del bazar: retine colme delle celebri nocciole locali (findik), colorati pacchi di tè di cui la regione è grande produttrice, gioielli lavorati come all'uncinetto. E poi le pasticcerie, le solide chiese bizantine convertite in moschee, i minareti, il vecchio ponte di legno di Zagnos affacciato sull’omonimo Valley Park, l’antica fortezza, l’immancabile statua di Ataturk, le eleganti dimore colore pastello sulle pendici delle alture, i giardini pieni di fiori colorati.

Ed eccoci su un promontorio affacciato sul mare al cospetto di HAGIA SOPHIA, uno dei migliori esempi di architettura tardo bizantina della regione. L’edificio, costruito come chiesa dai Comneni all'epoca di massimo splendore dell’impero, è prima diventato una moschea e in seguito un museo, quando negli anni Sessanta vennero riportati alla luce alcuni affreschi bizantini che, in nome dell’iconoclastia, erano stati ricoperti di calce dagli ottomani. Il colpo di scena è che dal 2013 è tornato parzialmente ad essere un luogo di culto musulmano, non senza polemiche riguardo il presunto cambio di corso rispetto alla notoria secolarizzazione della Repubblica turca. E infatti sono visibili soltanto gli affreschi sulle pareti dei portici esterni, visto che il cuore dell’edificio è chiuso ai visitatori.

A cena ci approcciamo alla cucina tipica del Mar Nero gustando alici fritte, polpette di carne e pane di granturco, in un ristorante elegante gestito in modo squisitamente cortese. Quindi veniamo condotte da uno studente altrettanto cerimonioso in un pub collocato all'ultimo piano di un edificio, dove nulla interferisce con la vendita di alcolici. La terrazza si affaccia sulla sagoma di Ataturk e sul nome Trabzon scritto a grandi lettere, entrambi ben illuminati sulla collina, accanto alla bandiera turca. Il giovane universitario commenta sarcasticamente l’onnipresenza del Padre dei Turchi mettendosi la mano sul cuore: “He is everywhere”. Ci tiene a farci sapere inoltre che non ha particolarmente gradito la recente visita elettorale del Grande Presidente e che comunque, appena ottenuta la laurea in giornalismo, raggiungerà la sua fidanzata in Inghilterra.

L’indomani affittiamo un’auto da un’agenzia consigliata dal receptionist dell’hotel. Il fatto che non avessero una sede fisica avrebbe dovuto insospettirci, ma che non avremmo dovuto fidarci lo capiamo soltanto quando a 200 metri dall’hotel la Fiat Linea resta inchiodata al centro di un vicoletto e non ne vuole sapere di rimettersi in moto. La discutibile politica di questa agenzia infatti è quella di fornire l’auto con il serbatoio pressoché a zero, ma nel nostro caso di carburante non ce n’era proprio. Al telefono, il titolare ci ha accusate di averlo consumato tutto e a nulla è valso spiegargli che eravamo a pochi passi dall’hotel e che solitamente non beviamo benzina a colazione: poteva mandarcene un po’ ma solo con un sovrapprezzo. A quel punto anche gli altri presenti, che si erano immediatamente materializzati per prestarci aiuto, si passano il telefono di mano in mano per inveire a turno con il titolare.

Nell’attesa che un amico dei convenuti venga a portarci una tanica di diesel, parliamo del più e del meno con i nostri benefattori, dai quali apprendiamo che Trabzon è molto affollata perché questa è la settimana del Nawrūz, la ricorrenza tradizionale persiana che celebra il nuovo anno e l’inizio della primavera. Molti turisti iraniani hanno scelto questa meta per passare le vacanze, anche se ormai si tratta di una festa considerata propria anche in Turchia, mentre fino al 2000 era vietato celebrarla perché molto sentita dai curdi e dunque troppo intrisa di riferimenti politici.
Si commenta anche l’altro evento del week-end: il comizio del Grande Presidente che, “unfortunately” (come commenta uno di loro), ha avuto luogo due giorni fa. “He is not normal”, aggiunge l’altro, picchiettando l’indice contro la tempia. E pensare che siamo in una delle provincie in cui il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo ha preso circa il 60% dei voti.

Il programma odierno è stato completamente rivoluzionato una volta saputo che il monastero di Sumela (uno dei motivi per cui siamo venute qui) è chiuso per lavori. Così, versato il carburante nel serbatoio (la metà che non è finita per terra, per essere precisi), ci avviamo sulla strada costiera in direzione ovest. La litoranea da Trabzon a Ordu (177 km) è stata costruita esattamente sulla linea di costa ed è tappezzata di bandiere della Turchia e di foto del Grande Presidente, che pubblicizzano i comizi appena tenuti a Giresun e a Ordu. “Continua la marcia benedetta” annunziano con entusiasmo a grosse lettere rosse. Un’infinità di ponti collegano le città al mare, separate dalla strada statale come se fossero due mondi diversi: il centro cittadino e la natura. Sulla strada le rivendite di pane del mar Nero sono annunciate da una finta pagnotta gigante applicata su pali, che la notte si illumina; e per il resto è una lunga sequela di ristoranti di pesce e polpette (balik & kofte), moschee ed ex chiese bizantine, chioschi a forma di nocciola, monumenti alla nocciola, rivendite di nocciole. Giunti a GIRESUN (l’antica Cerasunte) la strada costeggia la città vecchia e decidiamo di scendere per pranzare. Ed ecco scoperto da dove prende il nome in molte lingue e dialetti europei la ciliegia – prodotto tipico del luogo, che da qui fu importata in Italia. Molta gente affolla la piazza approfittando del sole, i tulipani traboccano nelle aiuole, un buon pesce fresco ci viene servito ad un tavolino vista mare. A ORDU si è alzato un vento tale che non ci sembra una buona idea usufruire della teleferica, quindi – visto che anche il museo etnografico ha appena chiuso i battenti – non ci resta che aggirarci mestamente per il quartiere vecchio.