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  • Categoria: Indonesia

GIACARTA da regalo


Quando sono atterrata a GIACARTA, il titolare dell'ostello è venuto a prendermi in aeroporto con circa un'ora di ritardo. Nell'attesa ho conosciuto quasi tutti i tassisti che stazionavano lì fuori; alcuni di loro mi hanno dato una mano disinteressata su alcune faccende pratiche: uno mi ha cambiato i soldi (visto che il mio bancomat non funzionava), un altro mi ha prestato il suo telefono. Poi è arrivato il mio uomo: pelato, lineamenti cinesi, gilet milletasche.

Impieghiamo circa trenta minuti per raggiungere il quartiere di GLODOK con il suo SUV, chiacchierando del più e del meno. Mi sistemo dunque nel piccolo terrazzino in attesa del sonno, che poi non è praticamente mai arrivato, se non all'alba. Le viaggiatrici europee che si susseguono sulle panchette di legno di questo piccolo giardino d'inverno sono tutte donne; con alcune neoarrivate ci confrontiamo sugli itinerari che abbiamo in programma e quando arriva il mio turno comunico senza tentennamenti che sarei andata in Sulawesi. Julie invece è una giornalista francese che alloggia qui da diversi giorni: poiché si sta occupando della questione dei transessuali indonesiani, durante la giornata è andata ad intervistare dei preti cattolici che lavorano per tutelare i loro diritti. Per fortuna al Packer Lodge ce l'hanno la birra ghiacciata, visto che le nuove leggi dello Stato hanno vietato la vendita di alcolici quasi ovunque. 

Il mio programma odierno prevede di visitare il TAMAN MINI 'INDONESIA INDAH', il parco tematico della “Bellissima Indonesia” in miniatura, partorito dalla mente della ex first lady Tien Suharto − che così sperava di rafforzare l'orgoglio nazionale del suo popolo così variegato. Visto che sono uscita tardi dall'ostello e che ho perso circa mezz'ora al 7-Eleven per comprare una scheda telefonica, sono arrivata a destinazione che era l'una passata: i 30 chilometri circa li ho percorsi in taxi, nel traffico della metropoli, tra grattacieli e assurde statue.

Superato a piedi il monumento con la fiamma del Pancasila, all'ingresso un distinto signore brizzolato in camiciola batik mi propone di farmi visitare il parco in scooter: i padiglioni oggi chiudono molto presto per il Ramadan e a piedi non avrei avuto il tempo di vedere granché, considerati i 100 ettari di estensione. Il mio cicerone, Dian, è molto gentile ma ha la fissazione di fotografarmi in posa davanti a tutti i luoghi di interesse. Alla fine ho trovato sulla fotocamera decine di immagini di me, ad esempio nel padiglione di Sumatra vicino ai baldacchini per i matrimoni, circondata da un'intera classe di studentesse col velo color pistacchio, nella casa tradizionale del Kalimantan insieme al custode, nel padiglione del Sulawesi mentre suono lo xilofono, accanto ai tipici portali in pietra color salmone balinesi e davanti alle case a forma di barca dei Toraja. C'è da dire però che è molto preparato e in particolare la sua specialità sono i riti funebri. Scopro ad esempio che, quando muore qualcuno, i Toraja tengono il cadavere in casa e lo seppelliscono soltanto quando hanno abbastanza soldi per sacrificare non so quante decine di bufali (assisterò sicuramente ad una loro cerimonia funebre quando andrò al Sud del Sulawesi); invece a Bali sono induisti e dunque i cadaveri li cremano, però anche lì le celebrazioni avvengono quando la famiglia ha messo da parte il gruzzolo necessario: nel frattempo i cadaveri vengono condotti vicino al baniano, un albero sacro che neutralizza l’odore della morte.

Dopo avermi mostrato il MONUMENTO DELL'AMICIZIA DEI PAESI NON ALLINEATI (a forma di Terra arrugginita ornata da orrendi piccioni), Dian mi conduce al PADIGLIONE CINO-INDONESIANO, costruito nel 2000 quando la cultura cinese ha ottenuto finalmente un riconoscimento ufficiale dopo decenni di discriminazioni. «Devi sapere», mi fa «che tra il 1965 e il 1966, nel periodo di repressione che seguì al tentato colpo di stato comunista, tantissimi cinesi e indonesiani di origine cinese, accusati di essere comunisti, furono uccisi, le loro case furono espropriate o saccheggiate e le loro libertà negate. Se volevano restare in Indonesia erano obbligati a cambiare nome. Anche durante la sommossa popolare che infiammò Giacarta alla fine degli anni Novanta morirono circa duemila cinesi. Senza contare gli atti di vandalismo, le violenze sessuali e le fughe all'estero; a causa dei pregiudizi razziali, a loro venne data la colpa della crisi economica e della disoccupazione dilagante». D'altra parte l'Indonesia non è l'unico Paese del sud-est asiatico in cui i cinesi, tradizionalmente molto intraprendenti negli affari e di solito più agiati, non riscuotono grandissima simpatia.

La mia guida ha sentito la mia straordinaria energia ed apertura mentale («You have an aura», ha sillabato guardandomi intensamente negli occhi) e poi mi ha chiesto 150 mila rupie. Finalmente sola posso salire sulla cable car e guardare l'arcipelago indonesiano riprodotto in miniatura dentro al lago, ossia il motivo principale per cui sono venuta fin qui.

Al ritorno entro nel magico mondo del trasporto pubblico di Giacarta. Prima però devo raggiungere a piedi la stazione degli autobus, facendo la conoscenza con i celebri marciapiedi indonesiani, pieni di voragini criminali. Per tornare nel centro storico, all'ora di punta, ci impiego più di un'ora con i bus “rapidi” della Transjakarta, che teoricamente dovrebbero andare più veloci grazie alle loro corsie sopraelevate e dedicate. Nei vagoni noto molti veli, mascherine, zaini tenuti sulla pancia e smartphone collegati a facebook; alle sei si rompe il digiuno e alcuni passeggeri cominciano ad ingozzarsi. Nel frattempo ha iniziato ad imbrunire, i grattacieli si sono illuminati uno dopo l'altro e si sono accese le luci dei centri commerciali. In un cambio di treno, sulle passerelle futuristiche, acconsento alla richiesta di una foto di gruppo, avanzata da alcuni giovanissimi immotivatamente emozionati di avermi conosciuto.

Me ne vado allegramente in giro per GLODOK, il quartiere cinese. Com'è facile sorridere quando sei in posto che non conosci, senza alcun problema o obbligo, pensando solo che la vita è bella e che tutte le persone che incontri sono buone e gentili; quando hai davanti a te altre giornate senza altri impegni che camminare, vedere cose nuove, mangiare e dormire. Ma in ogni caso per le donne è più facile, soprattutto se hanno i capelli e gli occhi castani.

Sto cercando il tempio cinese più antico dell’Indonesia, e a un certo punto penso di averlo trovato. «Temple?» «Ya Ya». Effettivamente, se fosse stato davvero il tempio buddista, quella donna di gesso tra le rocce, vestita di bianco e azzurro, davanti alla quale stavano inginocchiati tre umili pastorelli, sarebbe stata quantomeno inopportuna lì nel cortile, e infatti si tratta della CHIESA CATTOLICA DELLA MADONNA DI FATIMA, ospitata però nel fuorviante edificio di un ex tempio cinese. La comunità cattolica di antichi immigrati cinesi è distribuita in parte all'interno della chiesa e in parte fuori ai tavoli a fare colazione; con somma gentilezza mi viene offerto un tè.

Quando mi affaccio in chiesa sono nel vivo della messa, ma nonostante ciò diversi fedeli non vedono l'ora di rivolgermi la parola. Uno di loro − quello con l'inglese più fluente − riesce a sbaragliare tutti gli avversari e monopolizza la mia attenzione, così che in pratica trascorro tutto il tempo della messa a chiacchierare con lui. È un medico cinquantenne già pensionato ma pieno di interessi e ci impiego parecchio a fargli capire che in Italia si va in pensione a minimo 65 anni perché abbiamo la durata della vita più lunga di tredici anni rispetto all'Indonesia.

Il mio nuovo amico mi elenca con entusiasmo tutti i nomi dei membri italiani del clero indonesiano di Giacarta. Quando finisce la messa ci precipitiamo in sagrestia per conoscere due di loro, un sacerdote sardo e uno piemontese. Scattate le foto di rito e appurato che non avrei fatto in tempo a farmi confezionare, prima del mio volo, una casacchina identica a quella che indossano i diaconi appena ordinati, l'ex medico mi accompagna al vero TEMPIO CINESE, dedicato al Buddha della misericordia. Purtroppo l'edificio di recente è stato semidistrutto da un incendio, quindi tutti sono molto contriti nel mostrarmi cerimoniosamente i resti delle zone bruciate, nella nostra passeggiata tra bacchette di incenso, candele, statue di Buddha, campane e tamburi. All'ora di pranzo resto sola a girellare tra le bancarelle del mercato alimentare, tra pesci, granchi, peperoncini e altre colorate merci in esposizione. Tutti mi sorridono anche qua e un venditore mi dice che assomiglio a Maria. «Maria chi?» «The Holy Virgin

Sono a un tavolo dell'elegante CAFÈ BATAVIA, uno storico ristorante affacciato sulla piazza TAMAN FATAHILLAH. È arredato con mobili in legno e tavolini dal piano di marmo, foto in bianco e nero incorniciate riempiono tutte le pareti e un piccolo palco ospita un pianoforte a coda. Il personale è molto formale mentre mi serve un piattino di involtini, una scusa per bere una birra alla spina e per rinfrescarmi, sperando che almeno qui nessuno voglia farsi un selfie con me.

Ci troviamo nella piazza principale di KOTA TUA, la città vecchia olandese, un tempo nota come Batavia. Qui accanto è collocato un vecchio cannone portoghese, che a un'estremità si chiude in un pugno (simbolo sessuale in Indonesia): seguendo la tradizione locale, le donne gli portano fiori o si siedono a cavalcioni nella speranza di avere figli. Dall'altro lato della piazza invece sorge l'ex municipio, che risale al Settecento e oggi ospita il MUSEO STORICO. Adesso non c'è un cane in giro, mentre ieri sera la piazza, assurdamente semibuia, era affollatissima − come è normale dopo il tramonto nel periodo del Ramadam. A cena, insieme a due fiamminghe che avevo conosciuto in ostello, ho assaggiato il bakso (una minestra con polpettine), e mi sono sottoposta allegramente a numerose foto di gruppo nella cucina del ristorante. Le belghe invece sono rimaste al tavolo a discutere dell'eredità olandese nella toponomastica di Giacarta.

Al MUSEO DELLE MARIONETTE WAYANG, dedicato alle maschere del tradizionale teatro delle ombre, trascorro una buona parte del tempo con uno degli addetti, che insiste per scattare almeno una decina di foto con me, continuando a ripetermi che assomiglio a Monica Bellucci. Mentre passeggio lungo il KALI BESAR, un ampio canale fiancheggiato dagli edifici più importanti della città, quelli che non sono impegnati a ronfare su giacigli di fortuna mi fanno segno di avvicinarmi per sottopormi alla solita intervista di rito corredata da documentazione iconografica, quindi ci impiego parecchio a raggiungere l'antico ponte levatoio olandese, l'unico rimasto fino a noi.

Sono bastate poche ore a Giacarta per capire che il popolo indonesiano mi darà grandi soddisfazioni; il clima poi non è eccessivamente afoso e insomma sono certa che la camminerò con piacere questa Indonesia.

Sono tornata a Giacarta per qualche ora prima del volo di rientro e dalle parti del MONUMENTO NAZIONALE ho conosciuto un ragazzo che mi ha voluto fare compagnia per un'oretta. Dopo aver visitato la chiesa cattolica, la MOSCHEA ISTIQLAL e i giardini lì vicino, ci fermiamo vicino a una bancarella di bibite insieme a un suo amico. Il bibitaro dice cose e il ragazzo traduce in un inglese discutibile. «My friend is asking with me... I turisti sono bianchi e amano stare sotto al sole mentre noi abbiamo la pelle scura e lo andiamo scansando, il sole». «My friend is asking with me... Noi abbiamo il naso largo e schiacciato voi lo avete piccolo come il tuo». «My friend is asking with me... I turisti a Giacarta frequentano solo la zona di Kota e di Jalan Cikini Raya». Alla quinta volta che mi ripete che le indonesiane a 42 anni non sono biutiful come me, li saluto e loro mi consigliano di stare attenta alla borsa alla stazione di GAMBIR. Mi fanno morire questi indonesiani.

Ho ripensato allora al prete della chiesa di GLODOK, un sardo che opera lì da molti anni. «Hai visto il quadro della Madonna che sta a destra dell'altare?» Mi domandò nella sagrestia dopo la messa. «Quella che ha come sfondo le isole rigogliose e il mare?» «Esatto, proprio quella. Sai, in fondo è così che se lo immaginano loro, il paradiso: un arcipelago. Non sono persone meravigliose?»