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  • Categoria: Indonesia

BALI - La festa di Galungan


I pali di bambù che inondano le strade di Ubud si chiamano penjor e rappresentano il simbolo più tipico di una delle più importanti feste balinesi, il Galungan, che si celebra proprio oggi 15 luglio. In questa giornata, che cade ogni 210 giorni (ossia una volta l'anno secondo il calendario balinese), gli spiriti degli antenati tornano a visitare le loro case e si aspettano di essere ben accolti e intrattenuti con riti e feste. Le famiglie infatti − che già nei giorni precedenti avevano preparato dolci di riso fritto e macellato maiali per preparare il tipico lawar − gli offrono cibo e fiori in segno di gratitudine. Dopo dieci giorni di scorpacciate, in occasione del Kuningan, gli spiriti ancestrali torneranno in cielo.

Per questo giorno speciale ho in programma di raggiungere a piedi il villaggio di Bedulu, distante circa sei chilometri dal centro di Ubud, per visitare la famosa Elephant Cave. I mezzi pubblici − come si è visto − non sono proprio la specialità di Bali, con le moto non ho un rapporto di grande confidenza e comunque, diciamolo, la grotta è solo una scusa per ficcare il naso nelle abitudini locali.

Le vie turistiche di UBUD sono innaturalmente silenziose e molti ristoranti e negozi sono chiusi, ma man mano che procedo cominciano ad apparire i primi devoti carichi di offerte. Se si pensa che ogni villaggio balinese ha almeno tre templi, o Pura, ufficiali (più ovviamente gli innumerevoli luoghi di culto privati presenti all'interno delle abitazioni), forse ci si può fare un'idea del traffico di cestini che c'è in giro. In alcuni casi l'accesso al Pura è vietato a chi, come me, non indossa "busana adat" (abiti tradizionali), ossia il sarong. Tutti lo portano qui: gli uomini con camicie candide e in testa piccoli turbantini, le donne con casacche aderenti di pizzo colorato e fiori tra i capelli. Per fortuna i templi sono contenitori aperti circondati da un semplice recinto basso (pura vuol dire "spazio circondato da un muro") e dunque si può assistere ai riti anche senza entrare: all'ingresso ci sono piccoli altari di bambù, petali di tutti i colori ricoprono i pavimenti, da piccole teiere dorate viene versata dell'acqua per lavare le mani e il viso. Ogni gesto è eseguito con una grazia stupefacente.

Lungo la strada − oltre a un paio di richieste di foto (immancabile la posa con il gesto V di vittoria con indice e medio) − ricevo svariate proposte di passaggi in mototaxi o ojet; ma io ormai da molti giorni ho imparato a rispondere jalan-jalan (“camminare” in lingua bahasa) e loro tutti felici sorridono e mi augurano selamat jalan (“arrivederci” o, alla lettera, “buona strada”). Questa lunga scarpinata mi insegna che i marciapiedi anche qui sono pieni di buche e vere e proprie voragini, con la variante che a volte nascondono rettili tipo varani o serpenti.

Finalmente compaiono delle sfilze di bancarelle di sarong che annunciano il santuario di GOA GAJAH, incassato nella giungla. Per entrare nella "Grotta dell'elefante" bisogna passare dentro alla bocca spalancata di un orribile demone scolpito al centro dell'elaborata facciata di pietra. Forse è da questa creatura minacciosa che ha origine il nome del sito, oppure dalla statua di Ganesh che si trova dentro alla caverna artificiale, insieme al simbolo fallico di suo padre Shiva (il sacro lingam). Dopo aver ammirato, insieme a turisti e devoti, i vari altari e padiglioni, le piscine dotate di fontane antropomorfe e i numerosi tavoli ricoperti di offerte, imbocco a caso un sentiero tra gli alberi e, costeggiando un piccolo tratto della valle del fiume Petanu, risalgo verso il villaggio di Bedulu (un tempo capitale di un regno grande e potente). L'altra attrazione "da non perdere" sembrerebbe essere YEH PULU, dove compare una lunga parete di roccia scolpita, forse rimasuglio di un antico eremo (anche se trovo più diletto nella rigogliosa foresta e nelle rasserenanti risaie circostanti).

Tra le vie di BEDULU un balinese che parla un po' di italiano mi invita in casa, mi presenta qualche parente e mi offre addirittura del cibo. Per fortuna declino l'invito, infatti poco dopo, sulla via per Ubud, c'è un ristorante paradisiaco costituito da palafitte, dove mangio un piatto molto coreografico tenendo i piedi a mollo in un laghetto pieno di enormi pesci rossi. Le cose sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto.