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  • Categoria: Indonesia

BALI - Mangia, prega, chatta


È l'ultimo giorno che trascorro a UBUD: le celebrazioni per il Galungan sono archiviate ma i festeggiamenti continuano, visto che oggi è Lebaran, la fine del Ramadan. Ormai mi sono abituata alla città e non mi danno più fastidio le comodità turistiche; anzi, ho approfittato alla grande dei meravigliosi massaggi balinesi e dei trattamenti di bellezza. Le spa spuntano come funghi, e pure le più pidocchiose (dove sono andata io) sono un esempio di grazia e benessere.

Ubud è la capitale culturale di Bali, conosciuta sin dagli anni Venti come luogo di sosta di pittori e scultori stranieri. Lo spirito artistico si incontra così copiosamente nelle manifestazioni quotidiane, che non ho sentito l'esigenza di visitare le gallerie d'arte e i musei; solo stamattina ho messo piede nel PURA LUKISAN. D'altra parte l'esperienza culturale che più entusiasma noi turisti a Bali notoriamente non è tanto la pittura, quanto la danza tradizionale. Dopo il Legong e il Barong, ho assistito al Kecak, ispirato al poema epico hindu Ramayana, chiamato anche danza del fuoco perché un danzatore in trance cammina sui carboni ardenti. A differenza delle altre danze, non è previsto il sottofondo dissonante del gamelan, ma i ballerini, seduti in cerchio battendo le mani e agitando le braccia, eseguono in coro il tipico ciak-a-ciak che mi è rimasto nelle orecchie tutto il giorno.

La popolarità di Ubud è vertiginosamente aumentata dopo l'uscita del best seller "Mangia, prega, ama" di Elizabeth Gilbert, nel quale Bali viene presentata come il posto al mondo dove meglio si coniugano il piacere e la spiritualità. E infatti in città pullulano i negozi new age di saponi profumati, incensi, cristalli e musica strumentale per lo spirito; fioccano i ristoranti organici e biologici e vengono organizzati in ogni dove corsi di yoga. Franz avrebbe fatto carte false per incontrare uno sciamano del luogo e ha la mania di intervistare tutte le cameriere dei ristoranti per conoscere qualche bella storia di fantasmi. Definisce enfaticamente «un vero e proprio viaggio spirituale» quello che sta compiendo in Asia meridionale da qualche mese. «Qui sto vivendo momenti di infinita gioia, vitalità e liberazione» mi comunica senza ironia alcuna. «I balinesi mi contagiano con i loro sorrisi».

Quanto a me, quello che gli altri chiamano spiritualità io sarei tentata di definirlo semplicemente clima e, per quanto attiene al piacere, al tofu e al seitan ho preferito il maialino arrosto (il mitico babi guling) o addirittura grandi vassoi di sashimi, e non mi sono fatta mancare qualche Bintang o cocktail in uno dei milioni di bar che si susseguono nelle strade. D'altra parte, nonostante le belle parole colme di saggezza new age disseminate nel best seller, leggendo con attenzione si capisce che il segreto di Bali non stava tanto nell'arte degli sciamani o dei curatori tradizionali, bensì nel fatto che la Gilbert aveva finalmente ripreso a scopare.

Purtroppo le cose sono cambiate anche qui negli ultimi anni: gli internet point sono tutti chiusi, c'è il wifi ovunque e i bar e i ristoranti (dove un tempo leggevi, scrivevi o parlavi con gli altri turisti) sono pieni di persone di etnia caucasica che chattano su Whatsapp o controllano su Facebook cosa stanno facendo i loro amici rimasti a casa. Insomma, non è più tanto facile socializzare.