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  • Categoria: Indonesia

BALI - Honeymoon with myself


Nell'oblò appaiono i vulcani che spuntano tra le nuvole e pochi minuti dopo atterriamo su una pista circondata su tre lati dal mare. L'aeroporto è già una piccola BALI in miniatura: la porta color salmone con i fregi grigi e le statue in pietra con l'ombrello, i fiori colorati e la grazia dei dettagli che − persino in un luogo impersonale come un aeroporto − creano da subito quell'atmosfera da luna di miele da cui sarei stata pervasa per l'intera settimana.

Dopo aver fatto un po' la gnorri con i vari tassisti, capisco che all'aeroporto di DENPASAR (il principale aeroporto di Bali) non esistono i mezzi pubblici e accetto a malincuore di salire su una vettura. Parte una lunghissima trattativa col conducente, che va avanti per tutto il viaggio fino a Ubud − un'ora circa. Lui ogni tanto ripensa alla cifra che abbiamo concordato e prova a impietosirmi, poi fa un po' il piacione, e addirittura mi propone di lasciarmi a Batubulan, pensando che io ignori dove sia. Ma io niente, cuore di ghiaccio, prendo la sua mano e gliela rimetto sul volante.

Inizialmente, molte cose mi infastidiscono a UBUD: il caldo afoso, la confusione, la famiglia di scozzesi al tavolo accanto al mio che ordina la pasta e alla fine anche un dessert, il modo in cui la cameriera pronuncia la parola dessert in inglese, la francese che si compra mezza boutique mentre il marito seduto sulla poltroncina le fa i complimenti, le due bionde sovrappeso che indossano dei pantaloncini inguinali, i balinesi che mi chiedono insistentemente se io abbia bisogno di un taxi o di un massage (tra l'altro nessuno di loro indossa il pigiama e sono tutti seri). Sembra come se i simpatici indonesiani, sempre pronti allo scherzo e teneri nella loro sindrome del fanciullino, si siano fatti contagiare da quei noiosi dei turisti.

Siccome non esistono più luoghi inesplorati sulla Terra (e se pure esistono, sicuramente io non sono nelle condizioni di andarli a scoprire), non ha molto senso che le prime ore a Ubud io coltivi dentro di me un piano B, tipo spostarmi a Lombok o alle isole Gili. Ma è quello che succede e con questo stato d'animo (sono solo di passaggio, presto me ne andrò) vado al SACRED MONKEY FOREST SANCTUARY. Grazie al semplice contatto con la giungla e con questi macachi sfacciati e dispettosi, ma nondimeno sacri, metto da parte le mie paturnie e pian piano entro in confidenza con lo spirito del luogo. Quando esco dal parco, sbaglio completamente direzione e mi ritrovo in una via periferica, dove nessuno mi offre taxi o massaggi (se non sbaglio mi dicono addirittura "Mister Roberta"). Quando capito in un giardino incantato come quello delle fiabe realizzo che i miei propositi stanno vacillando.

Al PALAZZO REALE sta per cominciare il Legong Dance. Nonostante il gran pienone di turisti occidentali e soprattutto orientali, lo spettacolo mi conquista: le ballerine graziosissime nei loro movimenti al rallentatore, la musica dell'orchestra di gamelan ipnotica e vagamente inquietante, i costumi un trionfo di oro e di fucsia. Ok, Ubud. Hai vinto tu. Mi dico mentre brindo alla mia luna di miele con una Bintang ghiacciata, aspettando un piatto di mie goreng, completamente indifferente al gruppo di australiani ubriachi che ridono di cose stupide al tavolo accanto al mio.

Quando la mattina apro la porta, un coniglietto bianco è in procinto di salire le scale, tra le statue misteriose che siedono a guardia del mio spartano bungalow; due suoi simili di colore grigio saltellano sulle graziose passerelle lastricate che attraversano il prato, tra gli ibiscus e i frangipane. Il padrone di casa e suo figlio stanno ponendo con gravità un cestino di offerta in un incavo del tempio di famiglia. Nella vasca grossi pesci rossi nuotano tra meravigliosi fiori di loto color pervinca. Ero stata davvero ingiusta con Ubud.

Mi avvio per le strade. Di fronte ad ogni casa e negozio sono appoggiati per terra dei vassoi di foglie di palma intrecciate riempiti di fiori, frutta, riso, bacchette di incenso. La popolazione è impegnata a confezionare e dunque issare dei lunghi pali di bambù, capolavori d'arte addobbati con elaborati festoni di foglie di palma, noci di cocco, fiori, pannocchie di mais; le estremità di quelli già posizionati ai lati delle strade svolazzano nell'aria creando un clima di festa. Delle corolle colorate sono perfettamente allineate sugli scalini di un ristorante. Mi siedo ad uno dei tavoli, imbambolata di fronte ad una splendida vasca piena di foglie e petali che compongono un elaborato disegno.

E poi basta allontanarmi di pochi passi da quelle quattro arterie principali per lasciarmi alle spalle ristoranti e centri massaggi ed entrare nel magico mondo della natura equatoriale. Quasi senza accorgermi passo molte ore passeggiando tra le risaie inondate e i palmeti, in compagnia di farfalle e uccelli acquatici, e poi lungo il crinale di CAMPUHAN, che costeggia per chilometri una verdissima e pacifica valle fluviale.

Ed eccoci qui, come da copione, io e Franz seduti ad un tavolino, due pallidi fantasmi circondati dalle risaie, a bere una cocacola e a fare i tipici discorsi degli europei ai Tropici. Che qui non c'è la depressione. Che dovremmo imparare a vivere senza stress come gli uomini e le donne che ci circondano. Che noi corriamo e non ci godiamo le cose semplici della vita e che ingigantiamo dei problemi da nulla. E che quando torneremo a casa non dovremo dimenticarlo.

Anche se poi penso che è facile godersi la vita tra le cascate di frangipani e le enormi palme da cocco svolazzanti, guardando il sole che sorge e tramonta ogni giorno, meno facile nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra soltanto a pezzi e fa freddo; quando s'affolta il tedio dell'inverno sulle case e la luce si fa avara, senza albe e tramonti, ibiscus e palme. E che come al solito l'illusione ci mancherà, dimenticheremo quasi tutto questo e, per recuperare il filo da disbrogliare, prenderemo un altro aereo e parleremo con un altro Franz in un altro baretto all'ombra bevendo un'altra cocacola.