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  • Categoria: Vietnam

Povero VIETNAM

Povero Vietnam! L'unica modernità che questo paese sembra aver conosciuto è quella della guerra: le armi, gli aerei, i missili sono cose di questo secolo; tutto il resto appartiene ancora al passato.
[ Tiziano Terzani, “Un indovino mi disse” - 1993 ]

Ho preso il treno ad HANOI alle 8 di sera e ne sono scesa a HUÈ dopo 14 ore (la maggior parte delle quali trascorse beatamente a dormire in una comoda cuccetta). Rileggendo le descrizioni che Tiziano Terzani riportava dal suo viaggio in un treno vietnamita non ho riconosciuto nulla, e pensare che risalgono a poco più di vent'anni fa e non a un secolo o due. Il treno all'epoca era lentissimo, “sporco, povero, primitivo” e privo di acqua nei gabinetti, i finestrini erano muniti di inferriate per difendersi dai banditi, i sedili di legno erano ricoperti da una stuoia di paglia. Quello che ho preso io invece (prenotato su internet), non è molto diverso dai treni italiani, ha bagni dotati di acqua corrente e normali gabinetti, un livello di pulizia standard. Ad ogni fermata non mi è sembrato di notare l'assalto delle folle urlanti di donne, bambini, venditori, mendicanti e mutilati (che, anche se dormivo, sicuramente mi avrebbero svegliato), nessuna bigliettaia è arrivata “con un pentolone per distribuire ramaiolate di minestra in untuose ciotole di alluminio” e alla fermata non è giunto nessun ometto con una bacinella d'acqua che funge da lavandino portatile. Fuori dal finestrino non scorrono i poveri villaggi e le capanne (“miseri tetti di paglia sorretti da quattro pali di bambù”), la gente non è vestita di stracci e i bambini non sono scalzi. E anche la stazione di Hanoi non ha affatto un “soffocante odore di latrina”, non ci sono centinaia di passeggeri ad aspettare il treno “bivaccando sulle scalinate, nei corridoi e lungo i binari” e a differenza di Terzani abbiamo trovato facilmente il treno giusto.

L'unica cosa in comune tra questo treno e quello di cui raccontava Terzani è la canzone patriottica che hanno diffuso in tutti i vagoni verso le 7, seguita dalla comunicazione di servizio proferita dalla “voce melliflua di una donna”.

Nonostante la fissazione per i luoghi rimasti arcaici e arretrati pervada la fantasia dei viaggiatori, in molti Paesi del mondo tante cose sono profondamente mutate negli ultimi vent'anni e bisogna farsene una ragione. Se nel 1995 il Vietnam aveva un tasso di disoccupazione del 25%, oggi è sceso all'1,3% e solo l'11% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. In pratica, anche se gli stipendi sono bassissimi, quasi tutti lavorano, hanno un cellulare e mezzo a cranio, il 90% della popolazione ha accesso al sistema sanitario nazionale e l'elemosina non è una pratica più comune che in Italia.

La baia di Ha Long

Secondo i dati forniti dal governo, circa dieci milioni di turisti stranieri hanno visitato il Vietnam nel 2016, oltre il 25% in più rispetto all’anno precedente. La classica crociera nella BAIA DI HA LONG è una delle attività più gettonate: non a caso, quando abbiamo cercato di prenotarla era tutto fully booked e abbiamo potuto ottenere una cabina solo perché una coppia poco dopo ha disdetto.
L’organizzazione dell’escursione segue uno schema standard. Noi abbiamo trascorso circa 24 ore in un elegante galeone insieme a turisti non solo del Nord del mondo come un tempo, ma anche dei Paesi emergenti (Malesia, Thailandia, Brasile, Europa dell’Est), mangiando elaborati piatti di pesce accompagnati da birra Ha Long e caffè vietnamita, navigando tra le stupefacenti isolette che spuntano nella baia.

Le attività hanno una scansione vagamente militaresca. 12:30: check-in. 13:00: specially prepared lunch. 15:30: si pagaia in kayak tra i faraglioni, in decine di coppie dotate di giubbotti di colore diverso a seconda del gruppo a cui si appartiene. 16:30: swimming time (ma ormai il sole è quasi scomparso e fa troppo freddo). 18:00: sunset party on the sundeck in warm and romantic atmosphere (in pratica un bicchiere di pessimo vino di Dalat bevuto sul ponte, dove spira una brezza sostenuta). 19:00: cooking class (come avvolgere verdure e pesce dentro a un foglio di carta di riso). 19:30: special dinner. 20:00: relax singing karaoke (dove ho dovuto cantare “Careless whispers” al karaoke per omaggiare George Michael, una delle mie icone adolescenziali, scomparso proprio quel giorno) or squid fishing (ci hanno dato gli strumenti per pescare ma lo spirito ecologista ha fatto sì che l'unico calamaro che abbia abboccato sia stato ributtato in mare - tra l'altro già morto - dal mio vicino di cabina norvegese).

Alle sei e mezza di mattina una voce baldanzosa ci ha svegliato urlando alcune frasi corroboranti alla filodiffusione della barca. Dopo la colazione ci hanno portato alla surprise cave, dove c'è un casino indescrivibile di gente incolonnata, tutti appena scesi come noi da una delle centinaia di barche più o meno di lusso che affollano la baia. Ammirate le concrezioni e stalattiti a forma di coccodrillo o di dito medio, segue la visita alla Pearl farm dove abbiamo assistito alle operazioni necessarie per coltivare le ostriche e produrre le perle (in vendita nello shop attiguo).

E infine altre 4 ore di autobus per tornare ad Hanoi, con un'unica sosta anche questa volta in uno di quei negozi enormi sulla strada, circondati da un cortile pieno zeppo di statue a forma di lady Buddha o di delfino. Qui si può utilizzare la toilette, farsi un caffè o acquistare souvenir o snack a prezzi europei: la maggior parte dei clienti è costituita dai turisti stranieri che compiono l'itinerario Hanoi-Ha Long i quali apparentemente non mostrano alcun disagio a spendere 4 euro per un pacco di biscotti. D'altra parte stiamo parlando di gente che  - come me, d'altra parte - aveva sborsato la bellezza di 130 dollari per una gita in barca di un giorno e mezzo (senza contare l'esoso costo delle bevande extra).

Dal finestrino, oltre alla gente che lavora nelle risaie lungo la strada, si possono notare i capannoni industriali, come quello della Canon, nel cui cortile sono parcheggiati migliaia di scooter.

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