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  • Categoria: Vietnam

POVERO VIETNAM

La baia di Ha Long


Povero Vietnam! L'unica modernità che questo paese sembra aver conosciuto è quella della guerra: le armi, gli aerei, i missili sono cose di questo secolo; tutto il resto appartiene ancora al passato.

[ Tiziano Terzani, “Un indovino mi disse” - 1993 ]

Secondo i dati forniti dal governo, circa dieci milioni di turisti stranieri hanno visitato il Vietnam nel 2016, oltre il 25% in più rispetto all’anno precedente. La classica crociera nella BAIA DI HA LONG è una delle attività più gettonate: non a caso, quando abbiamo cercato di prenotarla era tutto fully booked e abbiamo ottenuto una cabina solo perché una coppia poco dopo ha disdetto. 
Abbiamo trascorso circa 24 ore in un elegante galeone, mangiando elaborati piatti di pesce e navigando tra le stupefacenti isolette che spuntano nella baia, in compagnia di turisti non solo del Nord del mondo come un tempo, ma anche dei Paesi emergenti (Malesia, Thailandia, Brasile, Europa dell’Est).

L’organizzazione dell’escursione segue uno schema standard e le attività hanno una scansione vagamente militaresca. 12:30: check-in. 13:00: specially prepared lunch. 15:30: escursione in kayak tra i faraglioni. 16:30: swimming time (ma ormai il sole è quasi scomparso e fa troppo freddo). 18:00: sunset party on the sundeck in warm and romantic atmosphere (in pratica un bicchiere di pessimo vino di Dalat bevuto sul ponte, dove spira una brezza sostenuta). 19:00: cooking class (come avvolgere verdure e pesce dentro a un foglio di carta di riso). 19:30: special dinner. 20:00: relax singing karaoke (dove ho dovuto cantare “Careless whispers” al karaoke per omaggiare George Michael, una delle mie icone adolescenziali, scomparso proprio quel giorno) or squid fishing (ci hanno dato gli strumenti per pescare ma lo spirito ecologista ha fatto sì che l'unico calamaro che abbia abboccato sia stato ributtato in mare ‒ tra l'altro già morto ‒ dal mio vicino di cabina norvegese).

Alle sei e mezza di mattina una voce baldanzosa ci ha svegliato urlando alcune frasi corroboranti alla filodiffusione della barca. Dopo la colazione ci hanno portato alla SURPRISE CAVE, dove c'è una massa indescrivibile di gente incolonnata, tutti appena scesi come noi da una delle centinaia di barche più o meno di lusso che affollano la baia. Ammirate le concrezioni e stalattiti a forma di coccodrillo o di dito medio, segue la visita alla Pearl farm dove abbiamo assistito alle operazioni necessarie per coltivare le ostriche e produrre le perle (in vendita nel negozio attiguo).

E infine altre 4 ore di autobus per tornare ad HANOI, con un'unica sosta anche questa volta in uno di quei magazzini enormi sulla strada, circondati da un cortile pieno zeppo di statue a forma di lady Buddha o di delfino. Qui si può utilizzare la toilette, farsi un caffè o acquistare souvenir o snack a prezzi europei: la maggior parte dei clienti è costituita dai turisti stranieri che compiono l'itinerario Hanoi-Ha Long i quali apparentemente non mostrano alcun disagio a spendere 4 euro per un pacco di biscotti. D'altra parte stiamo parlando di gente che – come me, d'altra parte – aveva sborsato la bellezza di 130 dollari per una gita di un giorno e mezzo (senza contare l'esoso costo delle bevande extra).

Durante il tragitto appare evidente quanto le risaie stiano cedendo il passo sempre di più ai parchi industriali. Impressionante la quantità di scooter nei parcheggi degli stabilimenti Samsung e Canon di Bac Ninh.

Alle 8 di sera ho preso il treno ad HANOI e ne sono scesa a HUÈ dopo 14 ore (la maggior parte delle quali trascorse beatamente a dormire in una comoda cuccetta). 
Rileggendo le descrizioni che Tiziano Terzani riportava dal suo viaggio in un treno vietnamita non ho riconosciuto nulla, e pensare che risalgono a poco più di vent'anni fa e non a un secolo o due. Intanto la stazione di Hanoi non ha affatto un “soffocante odore di latrina”, non ci sono centinaia di passeggeri ad aspettare il treno “bivaccando sulle scalinate, nei corridoi e lungo i binari” e a differenza di Terzani abbiamo trovato facilmente il nostro vagone. Il treno all'epoca era lentissimo, “sporco, povero, primitivo” e privo di acqua nei gabinetti, i finestrini erano muniti di inferriate per difendersi dai banditi, i sedili di legno erano ricoperti da una stuoia di paglia.
Quello che ho preso io invece (prenotato su internet), non è molto diverso dai treni italiani, ha bagni dotati di acqua corrente e un livello di pulizia standard. Ad ogni fermata non mi è sembrato di notare l'assalto delle folle urlanti di donne, bambini, venditori, mendicanti e mutilati (che, anche se dormivo, sicuramente mi avrebbero svegliato), nessuna bigliettaia è arrivata “con un pentolone per distribuire ramaiolate di minestra in untuose ciotole di alluminio” e alla fermata non è giunto nessun ometto con una bacinella d'acqua che funge da lavandino portatile. Fuori dal finestrino non scorrono poveri villaggi e capanne (“miseri tetti di paglia sorretti da quattro pali di bambù”), la gente non è vestita di stracci e i bambini non sono scalzi.

L'unica cosa in comune tra questo treno e quello di cui raccontava Terzani è la canzone patriottica che hanno diffuso in tutti i vagoni verso le 7, seguita dalla comunicazione di servizio proferita dalla “voce melliflua di una donna”.

Benché la fissazione per i luoghi rimasti arcaici e arretrati pervada la fantasia dei viaggiatori, in molti Paesi del mondo tante cose sono profondamente mutate negli ultimi vent'anni e bisogna farsene una ragione. Se nel 1995 il Vietnam aveva un tasso di disoccupazione del 25%, oggi è sceso all'1,3%. Certo, in molte fabbriche le condizioni di lavoro sono inaccettabili e gli stipendi medi equivalgono addirittura a meno della metà di quelli cinesi, ma d'altra parte è proprio questo il motivo per cui tante multinazionali hanno spostato qui la produzione. Fatto sta che la percentuale di popolazione che vive sotto la soglia di povertà è scesa all'11% e in media i vietnamiti hanno un cellulare e mezzo a cranio.