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  • Categoria: Vietnam

THE HOT SPOT

Saigon e il Delta del Mekong


La mattina del 30 aprile 1975 avevo pianto di gioia nel vedere i carri armati dell'Esercito di Liberazione entrare a Saigon: finiva la guerra e i vietnamiti diventavano padroni del loro paese. Dieci anni dopo, tornando, avevo pianto di disperazione nel vedere come i comunisti avevano sprecato la loro grande, storica occasione di fare del Vietnam un paese davvero liberato. Ora ero ancora più triste. Il fallimento era dappertutto. Era nella vita di ciascun vincitore.

[ Tiziano Terzani, “Un indovino mi disse” - 1993 ]

Il Vietnam del sud ha due stagioni: quella calda e quella caldissima. Il 31 dicembre, uscendo dall'aeroporto internazionale di HO CHI MINH CITY, vengo accolta dai 32 gradi tipici della stagione invernale, la più secca.

La vecchia Saigon è una metropoli trafficata e rumorosa, e lo è ancor di più in occasione dei festeggiamenti dell’ultimo dell’anno. Nelle vie del centro, tra i grattacieli, sciamano fiumane di pedoni, auto e moto, in alcune piazze sono stati organizzati concerti e djset, sulla facciata del palazzo del Municipio viene proiettato uno spettacolo di luci, per farsi il selfie con la statua di Ho Chi Minh bisogna mettersi in coda, la Cattedrale e il dirimpettaio Palazzo delle Poste risplendono nella notte, la stucchevole canzone “Happy new Year” degli Abba risuona ovunque, e insomma non è più solo il capodanno cinese ad essere festeggiato in grande. 
Il Distretto 1 è pieno di ostelli, bar, ristoranti e negozietti e non mi sembra così diverso dalle aree turistiche di Bangkok; lo sguardo ammiccante delle ragazze fuori dai centri massaggi dimostra che forse Fabrizio era stato un po' ottimista nella sua disamina sul puritano turismo vietnamita.

La notte di Capodanno è impossibile dormire a causa del baccano infernale che arriva dalla strada: alle 4, sconfitta nella mia battaglia con il sonno, sono seduta sul marciapiede a mangiare un riso e pollo accompagnato dall'ennesima Saigon Beer. Ovviamente non sento minimamente la sveglia e apro gli occhi di soprassalto ad un orario in cui, teoricamente, sarebbero già dovuti venire a prenderci per la gita organizzata. Per fortuna la flessibilità degli orari vietnamiti ci permette di aggregarci lo stesso al gruppo assemblato per questo one day trip.

La prima tappa è il CAO DAI HOLY SEE di Tay Ninh, il luogo di culto per eccellenza di questa recente religione che mescola elementi di dottrine religiose orientali e occidentali. Per i caodaisti le manifestazioni del divino (come dire i nostri santi) sono tantissime e disparate: Krishna, Mosè, Buddha, Confucio, Gesù, Maometto, sant'Antonio Abate, ma anche i francesissimi Giovanna d'Arco e Victor Hugo. L’esterno del tempio è coloratissimo ed è praticamente una cattedrale cattolica sotto acido; all’interno l'effetto allucinatorio sincretico ha avvolto le colonne portanti di dragoni verdi, ha dipinto il soffitto con un cielo azzurro pieno di nuvole e stelle e ha posizionato, al posto dell'altare, un gigantesco globo blu con un inquietante occhio divino al centro. In occasione della cerimonia di mezzogiorno il pavimento è ricoperto di fedeli vestiti di bianco ordinatamente seduti a gambe incrociate, mentre gli officianti indossano abiti di colori sgargianti e portano un copricapo anch’esso decorato con l’occhio divino. Durante il rituale le preghiere sono accompagnate dai gong, dalle campane e dai tamburi, mentre un gruppo suona strumenti tradizionali sul palco accanto al quale i turisti scalzi ammirano lo spettacolo (chiedendosi – in particolare quelli che hanno dormito poco – se si tratta di sogno o realtà).

La seconda tappa è il sito dei CU CHI TUNNELS, una rete di cunicoli che fungevano da rifugio antiaereo, deposito di armi e vie di rifornimento per i Viet Cong durante la guerra. Per anni, migliaia di persone hanno vissuto sottoterra, emergendo solo dopo il tramonto, e vivendo una ben triste esistenza: l'aria era stantia, il cibo e l'acqua scarseggiavano e la malaria si diffondeva rapidamente attraverso gli stretti passaggi infestati da insetti e parassiti.
Per infilarsi nei piccoli ingressi del tunnel, mimetizzati sotto le foglie, si richiedevano doti di contorsionismo, come ci mostrano queste turiste minute che si posizionano sorridenti all’imbocco per la classica foto ricordo. La gran parte dei cunicoli è andata perduta, ma una sezione è stata conservata e, se non si soffre di claustrofobia, si può percorrerla strisciando (e bestemmiando quando il visitatore davanti si ferma per farsi un selfie). 
Per proteggersi dai nemici, nel terreno erano posizionate trappole micidiali costituite da pali di bambù che si conficcavano nelle tenere carni americane. Inoltre se un nemico riusciva a superare queste insidie ​​e entrare nella città sotterranea, i Viet Cong rispondevano con una manciata di scorpioni o con un serpente ben assestato in faccia (esperienza che per fortuna ci viene risparmiata). Le visite si concludono con l'opportunità di sparare in un poligono di tiro, ed ecco spiegato come mai durante tutta la visita la giungla echeggiava sinistramente di colpi di arma da fuoco.

Sia noi sia questi due turisti gallesi (i soli esponenti della vecchia Europa del gruppo, in netta minoranza rispetto ad asiatici ed americani) siamo molto perplessi. È moralmente lecito ridere della tragedia che ha decimato un popolo e intrattenere i turisti con battute così volgari e omofobe? È una trovata divertente allestire un poligono di tiro dentro ad un monumento che dovrebbe ricordare a molti un dramma nemmeno troppo antico? Il quarantenne che fa da guida – il cui padre (filo americano) subito dopo la guerra ha abbandonato il paese per sempre – è stato sempre così o si è assuefatto al livello culturale dei suoi clienti? E perchè continua a ridere dicendo ItaliaMafiaDonCorleone?

In Vietnam è molto semplice prenotare gite organizzate economiche per visitare le attrazioni più significative in uno, due o più giorni. Le agenzie nel Distretto 1 di Saigon sono ad ogni angolo di strada e propongono una vasta gamma di pacchetti. Il secondo tour prescelto è Mekong Delta two days-one night, con la variante “small group”. Anche questa volta vengono a prenderci in hotel, quindi ci fanno marciare per alcuni isolati tra le vie della città fino a raggiungere un autobus a bordo del quale saliamo insieme ad altre decine di persone. Un giovane pimpante dà il benvenuto ai passeggeri e racconta qualche aneddoto condito da un umorismo discutibile: è palese che queste guide turistiche abbiano imparato l'inglese guardando pessimi film americani e si sforzino di scimmiottare lo strascinato accento USA, con la complicazione che sono incapaci di pronunciare diverse consonanti. Finora il gruppo non sembra molto small, ma – dopo essersi scusati per il disguido – al porto di CAI BE ci fanno salire su un tender meno affollato, che ci conduce fino alla prima meta. Dunque ci fanno accomodare su instabili piroghe, guidate da donne col cappello a cono, che scivolano tra i meandri e le mangrovie. Raggiunta dopo poco la terraferma, siamo invitati a seguire gli altri turisti lungo un sentiero fino al Mekong Garden, un bar-ristorante affacciato sul fiume (circondato dalla giungla ma nondimeno dotato di connessione wifi), dove inizia uno spettacolino di musica vietnamita. Ad ogni tavolo vengono serviti dei piattini di frutta tropicale accompagnati da una tazza di tè.

Le tappe successive le raggiungiamo sempre in barca: un coloratissimo mercato e un laboratorio dove si producono rice paper e dolcetti al cocco. A pranzo veniamo condotti in un altro ristorante lungo il fiume dove ci viene servito, tra l’altro, un pesce tanto scenografico quanto insipido e poi ci danno una bicicletta con cui pedaliamo nella rigogliosa vegetazione tropicale. Di nuovo in barca il gruppo viene separato: per quelli che hanno prenotato il tour di un solo giorno l’esperienza finisce miseramente qui (bye bye, have a good trip!), gli altri vengono a loro volta divisi tra chi dorme in hotel a Cai Be e chi dorme nella più spartana homestay in campagna. Qui ci viene assegnato un posto letto e dunque partecipiamo alla onnipresente cooking class, per cui i vietnamiti hanno un vero e proprio culto, ossia impariamo nuovamente ad avvolgere frattaglie varie dentro alla rice paper e poi attendiamo che il prodotto sia fritto prima di mangiarlo.

Il sogno di diventare una guida appartiene a questi due giovanissimi e mestissimi studenti alla facoltà di inglese dell'università di Ho Chi Minh City. Non sembrano molto soddisfatti del livello dei loro corsi – profumatamente pagati dai loro genitori – poiché di grammatica e scrittura ne fanno, ma di conversazione zero. Per stasera dunque le loro cavie saremo noi: due italiane e quattro svedesi. Stremate dalla fatica immane impiegata per decifrare le frasi pronunciate dagli studenti ce ne andiamo a letto.

Il Delta del Mekong resta ancora oggi uno dei luoghi più poveri del paese, ma le cose stanno cambiando anche qui. Uno dopo l'altro i traghetti che collegano le due rive dei corsi d’acqua stanno scomparendo, sostituiti da ben più comodi ponti. Ancora qualche anno e anche i mercati galleggianti non avranno più ragione di esistere: già quello di Cai Be, che visitiamo di prima mattina, è piuttosto deludente.

Segue la visita alla noodles factory e quindi un’altra merenda a base di frutta tropicale e tè, dove continuiamo a familiarizzare con i membri del gruppo, composto da malesi, una messicana fidanzata con un olandese, uno spagnolo accompagnato da una filippina, una famiglia vietnamita emigrata a Montreal, altri quebecchesi di chissà quale origine eccetera. A quel punto siamo liberi di scegliere se affittare la bici oppure passeggiare tra le rigogliose specie vegetali e le anse del ramo del Mekong. Verso le 11, nell’attesa della ricomposizione del gruppo, mi ritrovo ad un tavolo in compagnia di alcuni milanesi che hanno ordinato una grigliata mista di ratto, serpente, rana e un imprecisato volatile; la mia scelta cade su un saporito boccone di topo al barbecue, annaffiato da un bicchiere di rice wine che mi viene gentilmente versato da quel tour leader già conosciuto ai Cu Chi Tunnels, il quale – con la sua ben nota goliardia – lo definisce happy water.

All’ora di pranzo siamo a CAN THO: leggendo il menu di un ristorantino sono fortemente tentata di ordinare un altro po’ di ratto, che tanto mi era piaciuto nella giungla, ma temendo di trovarlo un po’ indigesto (qui lo fanno fritto con cipolle) propendo per un più leggero riso alle verdure. Non abbiamo molto tempo per visitare questa grande città, solo quattro passi sul lungofiume tra le donne che si spidocchiano, senza nemmeno la possibilità di visitare casa Duong, l’elegante dimora resa celebre dal film “L’Amante”.

Per il ritorno ci fanno salire su un piccolo van illudendoci che sia finalmente giunto il momento di far parte di un reale small group, ma è solo una breve parentesi; infatti, dopo aver visitato l’incantevole mercato di VINH LONG, siamo destinati ad un altro autobus, ancora più grande di quello di prima, col quale facciamo ritorno a Saigon.

HCMC
Stenderemo il tappeto rosso davanti a voi perché abbandoniate il Vietnam. Poi quando avremo finito di combattere sarete di nuovo i benvenuti qui, perché avremo bisogno della vostra tecnologia e dei vostri aiuti.
[ Ho Chi Minh, messaggio agli americani - Anni Sessanta ]

Il popolo vietnamita a quanto pare è composto da creature metà umane e metà ruote: la maggioranza delle persone sullo scooter indossa caschetti giocattolo minuscoli e in genere una mascherina che può essere di svariate fogge, da quella prettamente medica color verdolino fino ad arrivare praticamente al passamontagna imbottito. Poiché l'auto la possiedono soltanto i ricchi, non è infrequente che sullo scooter siano legati carichi di una certa rilevanza come lavatrici, galline o maiali vivi, scale o alberi alti anche due metri e naturalmente vari generi alimentari. I mezzi a due ruote, quando non vengono utilizzati, sono parcheggiati veramente ovunque: non solo sulla carreggiata e sui marciapiedi, ma anche su scale, terrazzi, cortili, bar, negozi.

Essere pedone a Saigon è un mestiere pericoloso, soprattutto se si ha l’insana idea di attraversare la strada. Inizialmente il neoarrivato pensa che non ce la farà mai, aspetta che arrivi qualche indigeno e si appiccica a lui. Dopo qualche ora però diventa più fiducioso: osa un passo, poi un altro; e alla fine acquista sicurezza quando scopre che i motorini, avvezzi all'attraversamento alla cazzo, lo schivano con leggerezza e grazia.

Per andare alla PAGODA DELL’IMPERATORE DI GIADA proviamo anche noi l’ebbrezza di salire in 3 su uno scooter; l’autista però, al momento di farci pagare la corsa, non si rivela così simpatico come sembrava inizialmente.
Le altre attrazioni classiche di Saigon sono tutte vicine e raggiungibili a piedi. Il delizioso PALAZZO DELLE POSTE, progettato a inizio Novecento da Eiffel, è ancora operativo e agli sportelli si lavora alacremente tra le carte geografiche e le cabine telefoniche d’epoca, sorvegliati da un grande ritratto del vecchio zio Ho. La CATTEDRALE DI NOTRE DAME è una specie di copia in dimensioni ridotte di quella di Parigi ma è rivestita di mattoni rossi. L’elegante via dello shopping DONG KHOI, nota in epoca francese come Rue Catinat, è quella che fa da sfondo alle vicende raccontate da Graham Greene nel romanzo L’americano tranquillo.

Il PALAZZO DELL’INDIPENDENZA (O DELLA RIUNIFICAZIONE) fu costruito nella seconda metà dell’Ottocento per volere del Governatore francese dell'Indocina ed è rimasto esattamente com’era nel 1975, quando un carro armato (ora parcheggiato nel parco) dell'esercito di liberazione sfondò il cancello di ingresso, segnando la fine del governo filo-americano e la riunificazione del Vietnam. La visita permette di osservare tutte le sale dei quattro piani (di rappresentanza e uffici) e di attraversare le stanze al piano interrato dove sono presenti cartine geografiche, apparecchi di telefonia e radio d'epoca originali.

Il WAR REMNANTS MUSEUM è dedicato a quella che noi abbiamo sempre chiamato Guerra del Vietnam, ma che qua è definita ovviamente “guerra americana”. Subito nel cortile ci si imbatte in una ghigliottina (simpatico souvenir dei francesi), in altri strumenti di tortura e in una cella ricostruita, con tanto di statua di prigioniero in catene; i pannelli danno informazioni in merito alle carceri vietnamite (come quella dell'isola di Phu Quoc) usate per imprigionare i “soldati patrioti”, i quali “resistettero eroicamente per la libertà del paese”.

Entrando nell’edificio apprendiamo che la guerra di aggressione americana è finita da più 40 anni ma gli effetti rimangono ancora oggi, infatti essa non solo ha causato, nei 30 anni di svolgimento, milioni di morti e feriti, ma non bisogna dimenticare le decine di migliaia di persone colpite da mine e altro materiale esplosivo dopo il 1975. I vietnamiti, si sottolinea, nonostante tutti gli ostacoli, non hanno mai mollato e continuano a combattere per superare le difficoltà e vivere la loro vita con ottimismo, cercando di essere membri produttivi della società, tanto che sono diventati degli esempi positivi anche fuori dal paese. Attraverso le storie delle vittime della guerra - concludono - il museo vuole mostrare che il Vietnam e i suoi abitanti nel periodo postbellico hanno ricostruito una nuova e bellissima nazione. Tutti tranne i milioni di cittadini del sud che dopo la riunificazione furono considerati collaboratori e traditori e finirono nei campi di rieducazione o furono deportati nelle campagne oppure fuggirono all'estero. Ma questo naturalmente non viene scritto sui pannelli del museo.

Nelle sale molto materiale testimonia il supporto di tutti i paesi del mondo al Vietnam brutalmente aggredito, compresa l’Italia. Anche tanti americani hanno protestato contro la guerra e proprio a loro Ho Chi Minh indirizzò un telegramma in occasione del Capodanno 1968, ribadendo che il governo americano non soltanto stava distruggendo il Vietnam, ma allo stesso tempo mandava a morire i suoi giovani soldati e dilapidava insensatamente miliardi di dollari. Un cartellone molto ironico presenta in inglese e vietnamita la frase tratta dalla Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, in cui si sostiene che tutti sono uguali e tutti hanno diritto alla vita, alla libertà e al conseguimento della felicità. E arrivando ai giorni nostri, una foto rappresenta l’incontro di Obama con il segretario del partito comunista vietnamita, avvenuto nel 2015. Molte altre immagini di fotografi famosi sono appese alle pareti, fra cui la celebre “Napalm girl”, scattata non lontano dal tempio Cao Dai, mentre lunghi elenchi e cartine tengono il conto dei danni arrecati dagli americani a cose e persone. La cosa curiosa è che il materiale sembra provenire quasi tutto da fuori (soprattutto da riviste e agenzie americane). La sala dedicata alle armi chimiche, e in particolare all’utilizzo spropositato dell’agente orange, è adatta solo agli stomaci forti. Alle 12 suona una specie di allarme e tutti se ne vanno: uno dei guardiani mima l’ora di pranzo.

Fuori dal museo, gli abitanti della metropoli conducono la solita vita di sempre: praticano tai chi e arti marziali nei parchi, giocano a badminton con o senza racchetta, seduti sulle loro minuscole sedioline si ingozzano di pho presso i baracchini. E forse, ipnotizzati dal loro smartphone, non si chiedono più in nome di cosa sono morti tutti quei loro antenati (anche perché la maggior parte dei vietnamiti di oggi sono nati dopo il 1975 e per loro sono fatti davvero lontani). Intanto, ai lati delle strade, migliaia di coloratissimi manifesti di propaganda celebrano “calorosamente”la festa nazionale della Repubblica socialista del Vietnam, l'86° anniversario della rivoluzione vietnamita o il 55° anniversario della tradizionale giornata della polizia antincendio. Le parole governative invitano gli scolari a studiare e i membri del partito a competere per ottenere risultati eccellenti. I giovani col caschetto antinfortunistico, i soldati col fucile, i marinai col binocolo, gli scolari e le maestre davanti alla lavagna, tutti questi personaggi disegnati sui cartelloni svolgono il loro compito con convinzione, circondati da falci e martelli, stelle gialle, campi di girasoli, tralicci della corrente. E in alto, dentro a un fiore di loto, campeggia la faccia da tenero nonnino di Ho Chi Minh.