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Il gioiello nella palude
New Orleans
Già dal primo impatto, il trasporto pubblico di NOLA (nomignolo di New Orleans, la città più grande della Louisiana) non è dei migliori. Nei pressi dell'Union Passenger Terminal aspettiamo a lungo il tram; quando finalmente arriva, scopriamo che per pagare i mezzi sono accettati solo i contanti e non ti danno il resto (l'esistenza dell'app "Le Pass" l'ho scoperta solo in seguito). Lo "streetcar" storico è molto grazioso, ma si ferma in continuazione e comunque non stava andando nella nostra direzione; insomma, schivando i numerosi lavori in corso, siamo arrivati all'ostello con un Lyft (un'app di ride-sharing che ho usato spesso in questo viaggio).
L'ostello è un posto cosy e fricchettone, con un giardino tropicale lussureggiante seppure infestato di zanzare, dove ho trascorso diverse ore liete con alcuni ospiti, tra i quali una giovane e saggia psicologa svedese, un afroamericano che ha lavorato molti anni per una compagnia aerea, una bionda e logorroica settantenne figlia di un cantante d'opera ormai defunto, un ragazzotto texano molto patriottico ma di origine messicana.
Siamo a pochi isolati dall'iconica Frenchmen Street, celebre per la sua scena musicale (come si suol dire: vibrante). Per arrivarci dobbiamo scansare alcune persone senza fissa dimora o sotto effetto di sostanze che giacciono sui marciapiedi o sulle scale degli edifici, oppure deambulano lentamente cercando di non cadere spalmati a terra. La "strada dei francesi" è molto colorata e piena di murales: il mercatino è già chiuso, ma nei numerosi locali sono già iniziati i concerti jazz, gratis come al Bamboula o con una cover di 5 dollari come allo Spotted Cat. I musicisti sono bravissimi, ma è soprattutto emozionante ascoltarli proprio a New Orleans: fu da qui che questo genere musicale, inizialmente suonato per la strada e in occasione di feste e cerimonie funebri, si diffuse in tutto il mondo.
Dopo il tramonto ci spostiamo nella celebre Bourbon Street, che attraversa tutto il quartiere francese, il più antico della città. Ecco qua gli edifici con le ringhiere in ferro battuto e i portici con le sedie a dondolo, tipici dell'architettura del XVIII e XIX secolo, che però rischiano di passare inosservati tra le decine e decine di bar, locali jazz, cartomanti, negozi di souvenir, dj, cucina cajun, oltre naturalmente alla folla di turisti e residenti che la frequenta ogni sera. Un po' più rilassante percorrere le vie parallele e perpendicolari di questo impianto urbano a scacchiera, dove non cammina nessuno.
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Il City Park è uno dei più grandi parchi urbani degli Stati Uniti. Tra le attrazioni figurano un giardino botanico, un minigolf, giostre d'epoca, il museo d'arte della città, un lago con i pedalò e altro ancora. Il parco delle sculture è gratuito ed espone oltre 90 opere di artisti di fama mondiale che dialogano con le querce secolari, le magnolie, i pini, le camelie che costituiscono la flora locale. Nella parte meridionale scorre un bayou naturale, suggestivo e ombroso corso d’acqua popolato da anatre, aironi, tartarughe e altri animali tipici delle zone umide della Louisiana.
Per tornare nel French Quarter, ci incaponiamo a utilizzare il non efficientissimo trasporto pubblico, giungendo in Jackson Square dopo un tempo infinito. Da queste parti ci sono diversi ristoranti consigliati, in uno dei quali ci apprestiamo a conoscere la cucina della Louisiana, rinomata in tutti gli Stati Uniti grazie alle variegate influenze etniche che nel tempo si sono avvicendate in città: i discendenti dei primi coloni francesi e spagnoli, i cajun provenienti dalla Nuova Scozia, gli afroamericani e naturalmente gli indigeni americani. Sia la jambalaya (una specie di paella creola) sia il gumbo (zuppa di pesce e riso con l’okra) non mi hanno entusiasmato, tuttavia sempre meglio della generica gastronomia americana, tra l'altro spesso ultracalorica. Ci tengo comunque a segnalare la bontà delle ostriche grigliate con salsa all'aglio e parmesan, un sapore originale soprattutto per noi che siamo abituati a mangiarle crude.
Dopo aver visitato, pochi istanti prima della sua chiusura, la cattedrale di Saint Louis, ci dirigiamo al molo da cui partono le crociere sul fiume Mississippi. Verso le cinque rifiutiamo le avances del fotografo ufficiale che pretenderebbe di immortalarci, e saliamo a bordo del Natchez, un battello storico con la ruota a pale ancora funzionante. La nave ha tre piani, su uno dei ponti suona indefessamente una graziosa orchestrina jazz, all'interno è allestito il pasto per chi ha acquistato anche il supplemento per la cena. In ascensore incontriamo la classica coppia attempata ubriaca che, stupita e affascinata dalla nostra provenienza, ci comunica con orgoglio che sono stati a Barcellona l'estate scorsa. La navigazione dura circa due ore, una voce dagli altoparlanti descrive tutto ciò che si vede lungo il corso del fiume: le immagini più suggestive sono quelle del ritorno, quando le luci si sono accese e lo skyline di New Orleans acquista un discreto fascino. Le foto scattate prima della partenza sono state nel frattempo stampate e messe in vendita a cifre astronomiche dal personale che gira tra i passeggeri.
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Un'esperienza da non perdere quando si visita New Orleans è l'escursione nelle lagune (swamp) a sud della città, che abbiamo effettuato grazie a un tour guidato con prelievo in albergo. Noi abbiamo scelto un'imbarcazione lenta, ma esistono anche gli airboat: avendoli incrociati durante l'escursione, posso testimoniare che fanno un baccano infernale, infatti i passeggeri indossavano delle cuffie. La nostra navigazione procede silenziosamente nei bayou che serpeggiano tra paludi e foreste di cipressi calvi — che già avevo visto dal finestrino del treno che mi portava a New Orleans. Come sostengono nei depliant, l'ecosistema è unico e la natura primordiale, ricca di fascino e mistero. Tuttavia trovo strano il fatto che, per attrarre gli alligatori e i procioni, il capitano utilizzi interi pacchi di marshmallows, di cui questi animali sono molto ghiotti. Il Nostro si protende spesso e volentieri nel fiume, accarezza e sbaciucchia addirittura l'alligatore e infine ci fa tenere in mano un cucciolo di rettile. E comunque ci tiene a precisare che il cibo zuccheroso che dà agli animali non gli fa male, in quanto viene digerito senza essere assimilato.
Sulla via del ritorno facciamo fermare l'autobus in mezzo alla strada e raggiungiamo a piedi il ristorante Perino's, consigliato dal capitano. La frittura di pescegatto e alligatore non è male, ma non saprei dire esattamente che sapore abbiano.
Nel quartiere Tremé, limitrofo al French Quarter, si trova un parco dedicato al leggendario Louis Armstrong, che nacque qui a New Orleans e diede uno dei più grandi contributi nella crescita della musica jazz. Parte integrante dell’area verde è Congo Square, una famosa piazza dove gli schiavi afroamericani si incontravano per commerciare, suonare i tamburi, danzare e cantare. Intanto ha cominciato a piovere e il diluvio proseguirà per molte ore mentre entriamo e usciamo dai locali di Frenchmen Street. Comunque non me ne stupisco perché già avevo letto che New Orleans ha un clima subtropicale umido, soggetto a costanti precipitazioni soprattutto in estate.
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L'ultimo giorno me lo sono lasciato libero per visitare con molta comodità il National WWII Museum. Quando mi sono chiesta che ci facesse a New Orleans il più grande museo americano della seconda guerra mondiale, ho scoperto che qui all'epoca aveva sede un'azienda leader nella produzione di imbarcazioni anfibie (le “Higgins boats”, una delle quali è esposta nella grande sala di accoglienza). Infatti originariamente il museo doveva essere dedicato allo sbarco in Normandia, ma poi si è ampliato a dismisura. Prima ancora di entrare notiamo alcune statue di fronte all'ingresso, tra le quali riconosco Franklin D. Roosevelt seduto su una panchina e Anne Frank che ci invita a ricordare le vittime dell’Olocausto.
Dopo aver acquistato il biglietto, ci fanno entrare in un treno passeggeri ricostruito, come se fossimo anche noi delle reclute in partenza. Teoricamente in questo museo dovremmo poter sperimentare la "Dog Tag Experience", un’esperienza interattiva che ci dovrebbe far ripercorrere i passi di una persona coinvolta in prima persona negli eventi. A questo fine ci viene fornita una “dog tag” digitale, che ricorda le piastrine di riconoscimento che indossavano i soldati, ma poi non sono riuscita a capire esattamente come funziona l'esperienza.
Nella sezione "A House Divided" ci spiegano che nel gennaio 1940 l’88% degli elettori americani era contrario a un intervento militare contro la Germania nazista. Il presidente Roosevelt dunque, mentre si sforzava di sostenere lo sforzo bellico inglese, doveva aver cura di non scontentare troppo l’opinione pubblica interna. Ci si metteva pure l'America First Committee, un gruppo di pressione isolazionista americano contro l'entrata in guerra degli Stati Uniti: lanciato nel settembre 1940, al suo apice superò gli 800.000 membri. Il suo portavoce era il famoso aviatore Charles Lindbergh. È stata una coincidenza incredibile il fatto che durante il viaggio io abbia iniziato a leggere "Il complotto contro l'America", un romanzo fantapolitico in cui Philip Roth immagina una storia alternativa in cui Lindbergh vince le elezioni presidenziali del 1940, portando gli Stati Uniti d'America ad allearsi con la Germania nazista. Comunque dopo Pearl Harbor l'opinione pubblica cambiò idea, la commissione si sciolse e Roosevelt pronunciò il discorso in cui annunciava l'entrata in guerra, che nel museo viene proiettato su una grande parete.
Proseguendo il percorso, una ricca serie di manifesti, poster e giornali dell’epoca illustra l’attività propagandistica che si mette in moto per sostenere lo sforzo bellico degli Stati Uniti e poi entriamo all’interno di una tipica casa americana dell’epoca per scoprire come "la guerra colpisce ogni famiglia". Il tema della segregazione razziale ("United but unequal") all’interno dell’esercito lo avevo già abbondantemente approfondito nel museo di diritti civili di Memphis, mentre sapevo poco dei campi dove vennero internati i cittadini nippo-americani dopo l’attacco a Pearl Harbor. Poi possiamo vedere come gli Stati Uniti in poco tempo hanno addestrato e mobilitato milioni di cittadini e capiamo come l’apparato industriale americano sia riuscito a riconvertirsi rapidamente per rifornire l’esercito.
Al terzo piano si trova il motivo originario per il quale si era costruito il museo, ossia l'interessante e dettagliatissima mostra dedicata allo Sbarco in Normandia. Con un biglietto supplementare che mi sono pentita di aver comprato, ho assistito all’esperienza in 4D di Beyond All Boundaries, un documentario prodotto da Tom Hanks che viene proiettato nel Solomon Victory Theater. Il padiglione più spettacolare è dedicato alle gesta delle truppe Alleate in Europa e nel Pacifico: nell'attraversarlo passiamo per lussureggianti foreste, torridi deserti, strade innevate, ma costeggiamo anche edifici in macerie e scorci di città italiane.
Nel "Liberation Pavilion" si tirano le somme: la seconda guerra mondiale è costata agli Stati Uniti più di tutte le guerre precedenti messe insieme e più di 400mila soldati sono morti (una parete tutta ricoperta di piastrine ricorda i milioni di americani che prestarono servizio durante il conflitto). La ricostruzione dell’alloggio segreto di Anne Frank e i dormitori dei campi di concentramento ci rammentano la vicenda dell’Olocausto. Una delle mostre più significative è dedicata al lavoro dei Monuments Men and Women per salvare le opere d’arte trafugate dai nazisti. Prima di andarcene riflettiamo sugli sforzi compiuti dagli USA per ricostruire l’Europa martoriata, sui processi per crimini di guerra ai nazisti e sulle nuove sfide degli Stati Uniti diventati ormai una superpotenza.
Dopo molte ore nel museo, mangiamo un pasticcio di maccheroni e ci apprestiamo a prendere un autobus che ci porti al Garden District, piazzandoci fiduciosi alla fermata. Nell'attesa ci dedichiamo a un'indagine statistica sulle auto più diffuse (vincono di gran lunga le giapponesi), ma nessun autobus si palesa: siamo costretti ad andare a piedi. In questo quartiere residenziale verde e tranquillo ci sono grandi ville sfarzose realizzate dagli americani arrivati a New Orleans nel diciannovesimo secolo, comprese a quanto pare le residenze di famosi attori come John Goodman e Sandra Bullock.
L'indomani mattina lasciamo la città con un volo diretto a Fort Worth-Dallas che parte dall'aeroporto "Louis Armstrong" di New Orleans. Mentre ci dirigiamo al gate, nell'aria risuona "What a wonderful world".