Albania, ti voglio bene
Sono già due estati che programmo di andare al sud dell’Albania: la prima volta a un certo punto ho cambiato idea e me ne sono andata in Kosovo, mentre la seconda, quattro anni dopo, invece di andare in Albania mi sono dovuta togliere due denti. Questa volta allora, per scaramanzia, ho detto a tutti che andavo solo in Macedonia e Grecia.
Alla stazione di Ioannina salgo su un autobus che in due ore arriva ad Argirocastro. Le procedure alla dogana sono piuttosto snelle: l’unico impedimento appare all’ingresso della città perché un incidente ha causato un blocco stradale e i poliziotti hanno deciso che il nostro autobus è troppo largo per passarci. Alcuni passeggeri hanno un’opinione un tantino diversa e ci tengono molto a farla valere. Insomma, a quanto pare, forziamo il blocco.

Argirocastro, la città d’argento
Era una città ripida, forse la più ripida al mondo, che aveva infranto tutte le leggi dell’architettura e dell’urbanistica. Come conseguenza succedeva che all’altezza del tetto di una casa si trovavano le fondamenta dell’altra, e certamente questo era l’unico posto al mondo dove se ti capitava cadere dal bordo di una strada, non si precipitava nel vuoto, ma sul tetto di una delle case alte. Questo lo sapevano bene gli ubriaconi. Era davvero una città strana.
Ismail Kadare, La città di pietra, 1971
In Albania passo i giorni più belli di tutto il viaggio, e probabilmente dell’intero anno. La proverbiale ospitalità albanese mi investe come un abbraccio. Una passeggera del mio autobus, ad esempio, nel suo impeto collaborativo, mi regala una moneta per prendere un mezzo diretto al centro storico, poiché io non ho ancora prelevato i lek. Il tassista si fa in quattro chiedendo indicazioni a destra e a manca, finché non si materializza un anziano signore sconosciuto: mi porta la valigia fino all’ingresso della guesthouse, in cima a una salita, e poi scompare nel nulla.
Il palazzotto in cui si trova la mia camera è dotato di una terrazza ombrosa affacciata su un delizioso agglomerato di case ottomane, dominato da una fortezza e da una grossa nuvola bianca. Una bambina di otto anni sta mangiando un grappolo d’uva e pensa bene di togliere tutti i semini dagli acini prima di offrirmeli. Cavolo quanto mi era mancata l’Albania.

Argirocastro significa “città d’argento” per via del colore dei tetti ed è la meta più turistica del Paese, ma per fortuna il suo fascino non ne è molto intaccato. Per visitare Argirocastro sono necessari buone gambe e molto fiato, infatti le strade sono un continuo saliscendi. Posso testimoniare che non si tratta di una diceria in quanto proprio il primo posto dove mi arrampico è la fortezza, bellissima e ben conservata, dalla quale posso osservare il panorama illanguidito dal tramonto.
Il bazar è simile a quello di Skopje e di Sarajevo: anche qui a quanto pare c’è chi tenta di espropriare locali commerciali ai legittimi proprietari in nome dell’antico impero ottomano, e questo è solo uno dei metodi della Turchia per estendere la propria influenza sui Balcani a maggioranza musulmana.

Ad Argirocastro si può visitare la casa natale del dittatore Enver Hoxha, che in realtà è una ricostruzione perché l’originale fu distrutta da un incendio. Oggi è stata trasformata in un museo etnografico: che poi, alla fine, sono tutte identiche queste abitazioni ottomane ricostruite disseminate nei Paesi balcanici.
Io già conoscevo la passione di Hoxha per i bunker e figuriamoci se qua non c’era un sistema di ricoveri che in caso di guerra atomica potesse accogliere lui e i suoi collaboratori più fidati. Queste spoglie e umide stanze di cemento si possono visitare accompagnati da una guida che illustra gli oggetti arrugginiti e i libri ammuffiti.


A volte capitano dei momenti così pieni di significati tutti insieme che ti prende come una vertigine. In un bar ristorante di Argirocastro un gruppo di musicisti bravi e belli suona dal vivo pezzi tradizionali albanesi e anche brani italiani come “Storia d’amore” di Celentano, ma l’epifania si compie definitivamente quando intonano “Ederlezi”, la canzone popolare dei Rom dei Balcani portata poi al successo da Bregovic. Come accade in questi casi, mi sembra di volere bene a tutti e sono certa che gli albanesi siano il popolo più adorabile del mondo.

Per andare da Argirocastro all’Occhio blu senza avere un’automobile basta prendere un autobus per Saranda e scendere a un certo punto in mezzo a una strada. Da lì bisogna camminare qualche minuto fino a una sbarra presidiata da due guardiani, chiedere loro il favore di tenerti il bagaglio e continuare a camminare ancora per due chilometri ma senza bagaglio.
L’Occhio blu è una sorgente carsica dal colore incredibile e dalla temperatura gelida: anche se il sito ufficialmente non è balneabile, è organizzato in modo che i turisti salgano su una pedana di legno e da lì si tuffino, alcuni dopo così tanti minuti di titubanza da farti pensare che mica gliel’ha ordinato il dottore. Gli altri stanno tutti intorno a guardare e a sfottere vigliaccamente i tuffatori, o al massimo provano a immergersi piano piano perdendo subito la sensibilità dei piedi, poi delle gambe e poi di tutto il resto.
In agosto all’Occhio blu di Saranda si svolge una gara senza esclusione di colpi tra comitive di baresi e di napoletani: grassi, sguaiati, inguardabili. In confronto gli albanesi appaiono maestri di gusto ed eleganza. Oserei dire principeschi.

La promenade di Saranda
Saranda è la città albanese più strutturata dal punto di vista del turismo estivo: offre servizi ed attrazioni rivolti soprattutto alle famiglie meridionali con pochi soldi, molti chili di troppo, bambini rompicoglioni e magliette elasticizzate con scritte dorate.
La passeggiata, meglio nota con l’esotico nome di promenade, è un carnaio durante le serate di agosto. Le alternative, comunque, non è che siano tanto meglio. Per esempio c’è il locale del genere terrazza tutta bianca con musicadimmerda. Oppure il club buio e sordido con le Heineken a quattro euro e le ragazze che si contendono i clienti, a volte arrivando alle mani.

A Saranda provo a prelevare i lek in tutti gli sportelli ATM di tutte le banche, conosciute e non, senza alcun successo. Nemmeno ad Argirocastro ci sono riuscita, ma là ne ho provati solo tre; comunque non mi rassegno, visto che entrambe le mie carte hanno funzionato perfettamente in Bulgaria, Grecia e Macedonia del Nord. Per fortuna l’hotel di Saranda accetta i pagamenti elettronici, ma spostarmi a Himarë o addirittura Dhërmi senza un soldo mi sembra azzardato, vista la scarsità di esercizi commerciali con il POS.
A questo punto del viaggio fa la sua apparizione Cris, il manager dell’hotel in cui alloggio, che parla un italiano decente. Siccome gli racconto il mio problema con i contanti, mi propone di prendere in affitto uno dei suoi appartamenti pagando direttamente tramite l’albergo. Risolto velocemente l’affare, mi chiede se voglio andare con lui al sito di Butrinto e poi al mare, visto che è domenica e non deve lavorare. Io non sono certo una che si lascia sfuggire un’occasione del genere.

Cris sta un po’ sbattuto, ma per una ragione molto valida: ha passato la notte in prigione. Ieri infatti ha preso a pugni il cuoco – che comunque se l’era proprio cercata, visto che lo aveva insultato e addirittura gli aveva sputato in faccia. Oltre all’umiliazione di essere finito dietro le sbarre per la prima volta, il problema è che senza cuoco stasera non può aprire il ristorante; inoltre, anche due cameriere se ne sono andate, e quelle chiamate all’ultimo momento sono delle incapaci. Nel tragitto in macchina fino a Butrinto, capisco che Cris ha tanti pensieri, eppure mi sembra abbastanza di buonumore.
Questo sito archeologico – il più importante di tutta l’Albania – risale a più di otto secoli prima di Cristo, quando qui c’era la regione storica dell’Epiro. Cris non è la prima volta che ci viene e conosce bene la zona, anche perché pure lui è di origine epirota. Mi riferisce che Butrinto era una città romana poi distrutta da un terremoto, in seguito ospitò una basilica paleocristiana e subì un’infinità di alti e bassi, finché non entrò a far parte dello Stato albanese nel 1912. I primi scavi cominciarono nel 1928 ad opera del governo fascista: a quell’epoca, infatti, Saranda si chiamava Porto Edda in onore della primogenita di Mussolini.
Quando andiamo a pranzo apprendo che suo fratello si è convertito alla religione islamica e da un po’ è diventato piuttosto fanatico, perché in un periodo di profonda crisi esistenziale era entrato in contatto con un’associazione di musulmani fondamentalisti.

Cris lavora al Comune la mattina, in albergo il pomeriggio, più la faccenda degli appartamenti. Insomma, sgobba come un matto per guadagnare, perché gli stipendi albanesi sono da fame mentre lui vuole fare la bella vita. Quando andiamo in spiaggia scopro che i suoi guai non sono finiti: la moglie se n’è andata di casa due settimane fa. Cris, esausto da tutte queste storie che mi ha raccontato, si addormenta sul lettino.
Più tardi andiamo a prendere un caffè in uno di quei bar con terrazza bianca di Saranda, da dove si vedono bene il cemento, l’abusivismo edilizio e la bruttezza di questa città. Cris ha l’aspirazione di diventare assessore al turismo e condivide con me alcune delle sue molte idee: dipingere le facciate dei palazzi con disegni colorati, piantare alberi di una specie cinese a crescita rapida, organizzare viaggi per gli operatori turistici in luoghi tipo Bali, dove sanno come si fa l’hôtellerie.
La sera saliamo al castello di Lëkurësit, antica fortezza ottomana oggi adibita a capiente ristorante pizzeria. C’è un gruppo che esegue brani tradizionali albanesi, ci sono tantissimi che ballano in cerchio tenendosi per mano e anch’io vado a ballare con Cris – che, tra le tante cose, ha trovato pure il tempo di fare il corso di danze popolari.

Il giorno dopo, su consiglio di Cris, cerco una barca che mi porti alla spiaggia di Krorëz, pur avendo sempre quel problema dei contanti. Quando arrivo al porto, le gite sono tutte già iniziate. Il responsabile dell’agenzia mi assicura che c’è una barca che sta rientrando e che in una mezz’oretta potrò partire; in realtà ciò avviene almeno un’ora e due birre dopo. In merito alla mia questione finanziaria, l’uomo mi fa uno sconto. Il mare ha un colore mozzafiato e la spiaggia non è male, sebbene sia infestata dalle vespe – infatti un gruppo di napoletani, la sera, solleva un putiferio contro l’organizzatore delle escursioni proprio a causa loro.
Il gestore dell’attività si chiama Andi e anche lui, inutile dirlo, dopo pochi minuti di conversazione mi racconta la sua storia. Andando a convivere con la sua ex, soprattutto dopo la nascita della bambina, si è reso conto che le persone cambiano quando ci abiti insieme gomito a gomito: lei ha cominciato a diventare sempre più nervosa e irritabile, finché si sono lasciati. La bambina però lui la vede spesso e me la mostra nelle foto sul cellulare, per esempio com’era vestita all’ultima festa di compleanno.
Comunque, la cosa positiva di aver conosciuto Andi è che lui di mestiere fa il pescatore. Al rientro dalla gita mi accompagna al mercato del pesce e poi al ristorante lì vicino, dove ci ingozziamo di gamberi e alici appena pescati.

Per tornare in Italia devo prendere un aliscafo per Corfù e poi un traghetto notturno. Sulla nave non funziona il POS: per avere un caffè gratis devo impietosire il cameriere, che però è greco e non albanese, quindi ci metto un po’ più di tempo a convincerlo.
E alla fine di questo viaggio di tre settimane nei Balcani meridionali, quando sorge il sole sull’Adriatico, mi viene in mente che la cosa bella, ma allo stesso tempo amara, di parlare con persone che non incontrerai mai più, è che non saprai mai quante bugie ti hanno raccontato.






