IL PAESE DI FRONTE

Tra le montagne dell’Albania

Scutari, la risposta alla mia domanda

Con colpevole ritardo decido di ricambiare la visita ai nostri dirimpettai albanesi, che da più di vent’anni ci sopportano qui in Puglia. Il volo Belle Air Bari-Tirana dura soltanto cinquanta minuti e le procedure di imbarco sono velocissime.
Sull’autobus diretto in città realizzo immediatamente che spostarsi, in Albania, sarà facilissimo: gli altri passeggeri e il conducente trascorrono i venti minuti di viaggio discutendo su dove sia meglio accompagnarmi per farmi prendere un mezzo per Scutari.
A Tirana c’è odore di spezie e kebab, venditori ambulanti di sigarette e banchetti di pomodori, rotonde prive di regole e clacson impazziti. Il furgon per Scutari è già pronto per partire: è libero l’ultimo posto in fondo.
Mi sembra di non essermi allontanata quasi per niente da casa, eppure ho subito la sensazione di essere stata teletrasportata all’altro capo del mondo.

«Dov’è il centro?», mi chiedo appena arrivata a Scutari. Quello che ci si avvicina di più è la Pedonale, una strada piena di bar e ristoranti. Qui consumo il mio primo pasto, scoprendo i pilastri della ristorazione albanese: il pane e il caffè espresso sono squisiti e i prezzi sono così bassi che penso di aver calcolato male il cambio.
Con la bicicletta offerta gratuitamente dalla direzione dell’hotel, parto all’esplorazione della città, che insospettabilmente domina la classifica dei centri europei con più ciclisti – seconda solo a Copenhagen. Scutari gode di una posizione invidiabilissima, stretta tra il lago più grande del Paese e le montagne che segnano il confine con il Montenegro e il Kosovo. Accanto alle chiese ortodosse e cattoliche, numerose moschee si elevano al cielo grazie agli immancabili minareti.
Pedalo in direzione della fortezza di Rozafa, attraverso l’antico ponte e raggiungo la sponda del lago. Non sono l’unica ciclista a frequentare questa strada sconnessa. Se decidessi di proseguire, a un certo punto mi troverei in Montenegro.

Intanto in città è scattata l’ora dello struscio. A parte gli uomini che innaffiano l’asfalto e quelli che lavano le auto, nei giardini e nelle strade abbondano i giocatori di domino seduti per terra su pezzi di cartone, le mamme con i passeggini vicino alla fontana, le amiche che spettegolano e i giovanotti che le guardano sgranocchiando semi di zucca. Salgo all’ultimo piano del Grand Hotel Europa – storico ritrovo di diplomatici e spie ora riciclato per i nuovi ricchi locali -, dove si trova il grandioso Red Bar, un immenso ambiente arredato con divanetti pitonati incastonati di finti preziosi, poltrone damascate rosso cardinale, lampadari in cristallo da salone delle feste di Versailles e austeri tendaggi in lamé. Dalla terrazza si vede tutta Scutari: oltre i dozzinali casermoni, il luccichio del lago e la quinta di montagne sullo sfondo arancione.
Il sole è una palla di fuoco che in poco tempo scompare, permettendo alla sera di inghiottire i ciclisti inseguiti dalle auto nelle temibili rotonde e nei caotici incroci, gli allegri anziani che suonano la fisarmonica e i più giovani alla tastiera, le salsicce alla griglia e la sgraziata statua di Madre Teresa. Non restano che i restorant-piceri all’aperto e i maxischermi sulla pedonale, dove i clienti che bevono la birra o il caffè sono imbambolati davanti ai videoclip.

Theth, un maestoso isolamento

I think no place where human beings live has given me such an impression of majestic isolation from all the world.
Edith Durham

Sono venuta in Albania per trascorrere alcuni giorni sulle Alpi Albanesi, le “montagne maledette” che si estendono fino ai confini di Montenegro e Kosovo. La prima meta è il Parku Kombëtar i Thethit, un parco nazionale che si estende lungo il corso del fiume Theth.
Il furgon parte da Scutari intorno alle sette di mattina, proprio accanto all’improvvisato mercato di pecore e capre. Prima di imboccare la strada, però, gira per tutta la città a raccogliere cose e persone. Anche lungo la via è un continuo stop per fare benzina o caricare provviste: angurie, meloni, sacchi di farina, succhi di frutta e casse di birra.
Le donne con cui viaggio hanno capelli nerissimi che spuntano dal fazzoletto annodato sotto il mento, gonne scure e calze velate. Gli uomini indossano con eleganza camicie immacolate, gilet e coppole. Uno di loro tiene in grembo una radio vetusta che spara musica popolare a volume altissimo per quasi tutto il viaggio, nell’indifferenza generale dei passeggeri.

Sembra che poco sia cambiato dai tempi di Edith Durham, viaggiatrice di inizio Novecento affascinata dall’isolamento e dalla bellezza di queste montagne. Dal villaggio di Bogë in poi, infatti, i successivi venticinque chilometri di strada non sono ancora asfaltati: solo potenti jeep, oppure questi indistruttibili furgon carichi di mercanzia, riescono nell’impresa di superare il Passo di Buni i Thores.

A Theth alloggio a casa di Gjon. Costui in realtà non si vede quasi mai, perché è più dedito a fare il giro dei bar della zona che a occuparsi delle faccende domestiche. E anche quando c’è, la sua occupazione principale è bere caffè e acquavite locale, spaparanzato sotto i susini selvatici. Le sorti di questa casona, fatta di pietra e legno di pino, sono interamente nelle mani delle donne. Anche le bambine aiutano nelle pulizie, mentre i fratelli e i cugini maschi giocano all’aperto. I pasti tradizionali sono preparati con prodotti locali a chilometro zero o arrivano direttamente da Scutari, come i meloni e le angurie caricati sul furgon.

Anche questa casa ha goduto degli sforzi compiuti dall’organizzazione tedesca GTZ per adeguarla agli standard internazionali, in nome del turismo ecosostenibile alla base del progetto del “Parco della pace dei Balcani”. Io comunque consiglierei a Gjon di mettere le chiavi alle porte delle camere per evitare che qualcuno, tipo il suo losco fratello, entri mentre sono nuda.
Grazie alla stessa agenzia di sviluppo, sono stati marcati i sentieri per il trekking ed è stata realizzata una guida turistica, che tuttavia non sono riuscita a procurarmi. Soltanto quando finalmente scendo in paese scopro che il centro si trova cinque chilometri di strada sterrata più in basso. La valle è una conca chiusa, circondata praticamente dalle Dolomiti. Alcuni piccoli dettagli, però, ricordano che la distanza dal Trentino è siderale: un edificio diroccato, una ruspa che drena il fiume, un cumulo di rifiuti, intorno la desolazione e un caldo da impazzire. Sono sfinita e demoralizzata: il paese non esiste e qui non sanno nemmeno cosa significhi la parola “trekking”.

Le attrazioni della vallata si rivelano accessibili solo a costo di grande fatica nei giorni successivi: le cascate di Grunas, un laghetto dalle acque gelide e dal colore azzurro acceso chiamato l’Occhio Blu di Theth e la kulla, una torre usata come rifugio per scampare alla barbarica usanza della vendetta di sangue. Per il resto il paesaggio offre campi di mais, boschi di conifere, picchi dolomitici e pascoli dove ancora si incontrano famiglie che si dissetano con l’acqua dei ghiacciai e producono formaggio.

Chiedo alla cognata di Gjon cosa aspettino a fare il sito web della guesthouse: lei dondola la testa senza rispondere. Le domando anche come mai non vendano direttamente lì quella guida realizzata dai tedeschi con i sentieri del trekking: sarebbe stata molto utile a me e ai turisti francesi. Un po’ imbarazzata, scuote nuovamente la testa, ma alla fine confessa: Gjon non mi dà alcun compenso per il mio lavoro con gli ospiti, e nemmeno a Marie che si occupa dei pasti. Mio marito lo giustifica perché è disoccupato: secondo lui è giusto che tutti i guadagni vadano a lui». 
Di ribellarsi nemmeno a parlarne – stiamo pur sempre parlando di una donna che ha fatto un matrimonio combinato dalle famiglie. Questo quadro per il momento chiude la bella narrazione dei parchi transfrontalieri, del turismo ecosostenibile e della lotta allo spopolamento delle aree montane.

Una gita indimenticabile sul lago di Koman

Il Parco Nazionale di Valbonë è adiacente a quello di Theth ed è più giovane di trent’anni, essendo stato istituito solo nel 1996. Per andare dall’uno all’altro c’è chi carica i bagagli su un cavallo e, scortato da una guida, si inerpica fino ai milleottocento metri del passo. C’è chi invece, come me, torna a Scutari e lo raggiunge attraverso Koman e Bajram Curri, approfittando dell’occasione per compiere la mitica gita nella gola del Lago di Koman, il piatto forte del turismo nord-albanese.
Fino a poco tempo fa, questo percorso in traghetto rappresentava l’unico modo per raggiungere Bajram Curri da Scutari. Adesso, invece, è stata costruita una nuova strada e il traghetto ha ceduto il posto a un’imbarcazione più snella e creativa – costituita dalla parte superiore di un autobus saldata a una barca -, che carica solo persone e biciclette.

I passeggeri si dividono fondamentalmente in due tipologie. Da un lato noi visitatori stranieri che non ci siamo fatti convincere a prendere una barca turistica; dall’altro gli sparuti abitanti di paeselli sperduti ai quali si accede soltanto dalle sponde del bacino artificiale. Costoro scendono dalla barca e si incamminano in salita, talvolta accompagnati da un asino adibito al trasporto delle loro masserizie.
Il paesaggio della gola montuosa attraversata dallo stretto lago è notevole e la traversata scorre piacevole. Passo il tempo conversando con altri turisti e con alcuni ingegneri di Valona che stanno effettuando un controllo di qualità del mezzo – anche se a me sembra che, più che lavorare, si stiano godendo alla grande la gita. Grazie a loro, comunque, riesco a farmi prenotare un hotel a Valbonë: una camera per me ed una per Uwe, questo simpatico spilungone tedesco conosciuto sul furgon che non fa altro che ripetere che questa escursione è una delle esperienze più significative della sua vita.

Valbonë, la festa di Bajram

Valbonë non è altro che una strada di alcuni chilometri, asfaltata da poco e circondata da montagne imponenti. Lungo la via, a una discreta distanza l’uno dall’altro, sorgono recenti hotel di legno prefabbricati dai tetti molto spioventi, tutti identici. Poiché è più agevole da raggiungere rispetto a Theth, è una meta più battuta dal turismo locale, persino per le gite di un solo giorno.
La giornata del mio arrivo a Valbonë è stata piuttosto intensa. Dopo una notte pessima nella fornace di Scutari, alle sei ero già alla ricerca del furgon per Koman. Alle otto e mezza mi trovavo all’imbarcadero, ho consumato la pausa pranzo a Bajram Curri dove si crepava di caldo, e infine ho macinato alcuni chilometri sulla famosa e unica strada della vallata alla ricerca dell’ufficio del turismo.
Finalmente mi siedo al ristorante e ordino carne di capretto e agnello: la scelta non è molto vasta.

Alla fine della cena arriva Uwe, ringalluzzito da una tonificante serata nella guesthouse dall’altra parte della strada, di proprietà di una signora tedesca. Il suo entusiasmo dura poco: deve assistere all’ennesimo incontro tra me e un albanese emigrato in Italia, con cui finiamo la serata. Questo verboso avventore, seduto al tavolo accanto al mio, parla italiano con un marcato accento toscano e mi intrattiene con una serie di aneddoti sulla sua fanciullezza ai tempi di Hoxha. Il momento più emozionante è quando recita il discorso che, in veste di “pioniere della rivoluzione”, doveva pronunciare ogni mattina prima dell’inizio delle lezioni: «Ero il più bravo della scuola e invitavo i miei compagni a studiare e impegnarsi» spiega in uno scoppiettante alternarsi di “c” aspirate toscane e di “r” impastate della regione di Tropojë. Sono passati quarant’anni e adesso vive un’altra vita, ma ricorda ancora come un incubo due divieti dell’epoca: portare pantaloni con le tasche e mettere le serrande alle finestre.

La mattina dopo, Uwe parte per un’escursione diretta sulla vetta del Maja e Rosit, mentre io mi incammino nella direzione opposta, dove non rischio di incontrare grossi dislivelli. Al ritorno in hotel, incontro nuovamente suor Cristina e suor Laura, già incrociate a colazione. In vent’anni di permanenza in Albania non posso nemmeno immaginare a quanti cambiamenti abbiano assistito. «Qui per esempio» mi hanno detto stamattina davanti al cappuccino «tre anni fa c’era solo questo albergo, ed era anche più piccolo». Adesso hanno appena finito di pranzare e mi offrono una fetta di anguria. «Oggi è Bajram, la festa del sacrificio» mi annunciano «e si prevede grande affluenza di turisti». Infatti molti tavoli sono occupati da famiglie alle prese con ossa di capretto e agnello da spolpare.
«Noi ci siamo tolte il velo e loro se lo mettono» sussurrano divertite osservando alcune donne e ragazze con un fazzoletto in testa. «La religione in Albania è stata crudelmente schiacciata» mi spiegano pazientemente «e gli albanesi erano terrorizzati: il regime è stato il più feroce di tutto l’est. Era vietata la propaganda religiosa, gli edifici di culto furono confiscati e usati per altri scopi, addirittura i villaggi con nomi di santi furono rinominati. Tutti avevano paura, per una parola di troppo si finiva ai lavori forzati nelle paludi vicino a Valona. E se uno scappava, tutta la famiglia pagava».
Anche il mio vicino di tavolo ieri sera aveva evocato la crudeltà di Hoxha, che fece ammazzare persino i dirigenti di partito e i membri del suo stesso governo. «Finalmente il dittatore morì di leucemia» aveva aggiunto. «Il suo delfino, Ramiz Alia, propose prudentemente delle riforme, che però non bastarono a scongiurare la catastrofe».

Penso che oggi è l’otto agosto e che, esattamente ventidue anni fa, circa ventimila loro connazionali sbarcarono al porto di Bari con la speranza di cambiare vita. La nave requisita dai disperati tornava da Cuba e non c’era stato il tempo di scaricare tutto lo zucchero che trasportava: per molti quel sapore dolce tenne viva l’illusione durante la traversata. La scena della nave carica come un formicaio rimane indelebile, un evento emblematico che ha trasformato l’Italia da Paese di emigranti a terra promessa per i migranti. Da allora, a Bari si usa dire: «Vai vestito come un albanese».

La leggenda di Berat

Come ultima tappa albanese scelgo Berat – per i turisti la “città dalle mille finestre”, a causa di un grossolano errore di traduzione. Già in viaggio ho cominciato a pentirmi: la strada da Tirana si rivela un calvario, il tragitto è lunghissimo e il paesaggio monotono.

Berat si compone di tre agglomerati di case ottomane sovrastati da una fortezza medievale. La cittadina è schiacciata tra il monte Tomor e il monte Shpirag, i due leggendari fratelli che si ammazzano di botte per amore di una fanciulla di nome Berat. Le lacrime di costei hanno poi dato vita al fiume Osum, che ancora oggi taglia in due l’abitato – una leggenda che mi ricorda quella meno truculenta dei due vulcani al centro del Messico.

Solo quando le temperature diventano più clementi trovo il coraggio di visitare il quartiere di Gorica, al di là del fiume. Al calare delle tenebre ho la malsana idea di cenare in un ristorante situato dentro la fortezza. La salita è buia, accidentata e scivolosa, l’umidità spaventosa e arrivo al locale in un bagno di sudore. Inoltre si mangia da schifo e il proprietario è più untuoso delle sue portate riscaldate. Per chiudere il quadro, il cameriere si mostra livoroso nei confronti degli albanesi del nord, i quali non solo parlano come se avessero una scarpa in bocca, non solo sono così rissosi che arrivano alle mani soltanto se uno li guarda, ma oltretutto sono retrogradi e primitivi: «Basta pensare alle faide, che ancora oggi sono il loro pane quotidiano, e a quella barbara legge del Kanun».

Alle nove di mattina bevo l’ultimo caffè, con i bagagli già sistemati sull’autobus che tra mezz’ora parte per Tirana. Il caldo e l’umidità sono già insopportabili, pure all’ombra. Non vedo l’ora di andarmene. Quando scorgo un cappellino ballonzolante a quasi due metri di altezza, sotto il quale luccicano degli occhiali, inizialmente penso a un’allucinazione. Poco più in basso, però, appare la nota camicia scozzese, seguita dai soliti calzoncini beige con le tasche e dagli enormi scarponi da trekking. È proprio Uwe, salutato qualche giorno prima alla stazione di Gjakova. Stento a credere che ci siamo ritrovati proprio qui. Non solo: Uwe ha in mano il biglietto per il mio stesso autobus.
Come al solito si mostra entusiasta di questa località da cui io sto scappando prima del tempo: ha visitato tutte le chiese, i monumenti e la fortezza. Ha pure trascorso una piacevole giornata in montagna e ha conosciuto delle persone interessantissime. Nonostante i suoi problemi intestinali acuiti dal clima torrido, non vede l’ora di mettermi a parte di una serie di considerazioni antropologiche e riflessioni socio-economiche, le quali – alla fine – danno un senso anche a quest’ultima tappa.

Mi accompagna all’aeroporto di Tirana il nipote del receptionist dell’hotel. È l’alba e sono ancora assonnata. Si stupisce quando scopre che parlo italiano, come se l’italiano fosse lui e non io. E in effetti lui si sente italiano: vive a Cremona da vent’anni. Racconta che è qui di passaggio, e non certo per svago: suo padre ha avuto un infarto ed è stato operato giusto il giorno prima. Per fortuna la famiglia ha potuto pagare i settemila euro necessari per l’intervento all’ospedale tedesco.
Quando mi saluta lo immagino mentre guida velocissimo il finto taxi, in questa brumosa alba di agosto, in direzione della clinica. Avrei voluto chiedergli il numero di telefono e chiamarlo, una volta arrivata in Italia, per sapere se l’operazione fosse andata a buon fine, se settemila euro avessero salvato suo padre. Non lo faccio, ma ripeto mentalmente molte volte le sue parole: «Qua è peggio dell’America. Se non hai i soldi muori».


ALTRI BALCANI

Torna in alto