On the road in Benin
Eccoci nel bel mezzo del nulla. Qualcuno un giorno ha deciso che qui finisce il Togo e inizia il Benin. Sotto una grande acacia ci sono una panchetta di legno e due sedie di plastica; intorno alcuni bambini giocano a rincorrersi. Questo è il posto di frontiera di uscita dal Togo.
La procedura prevede che uno dei due doganieri in divisa mimetica prenda un passaporto alla volta e ricopi lentamente i dati su un registro gigantesco. Ciascuno quindi è invitato a dichiarare la propria profession. Quando mancano ancora alcuni membri del gruppo la penna si scarica e l’uomo, con un gesto di stizza, chiude platealmente il quaderno − nonostante gli venga offerta un’altra penna −, con il risultato che qualcuno di noi non risulterà mai passato da questo confine. Apposto il timbro su tutti i passaporti, ci lasciano andare.

I somba dell’Atakora
In Benin entriamo clandestinamente: al posto di frontiera c’è solo un custode che ci domanda come ci è venuto in mente di passare il confine di domenica. Avremmo potuto espletare le procedure alla caserma di Bokoumbé, peccato che i poliziotti l’abbiano chiusa per timore di ritorsioni da parte della popolazione, dopo aver ucciso uno studente togolese a un posto di blocco. Quando arriviamo a Natitingou si è fatto tardi, perciò dobbiamo rimandare a domani il timbro sui documenti.
Anche in questo albergo un’imponente maman ci accoglie con l’abusato “bien arrivé” sotto una cascata di bougainville, ma c’è poco tempo per i convenevoli poiché il museo regionale di Natitingou sta chiudendo. In giro per la città si notano alcuni cinesi a passeggio: sono medici che lavorano negli ospedali, insegnando il mestiere ai locali.

Ci troviamo in Atakora, la regione più montagnosa di questo Paese a forma di fiaccola. Da queste parti c’è addirittura un aeroporto internazionale poiché vi nacque il presidente nonché dittatore marxista Mathieu Kérékou, morto due mesi fa e celebrato in grandi manifesti. Il cielo è pulito e non c’è traccia di vento harmattan.
Anche se gli operatori turistici li chiamano così, i villaggi dei Somba non sono altro che i Batammariba del Togo – il termine “somba” nasce infatti come appellativo peggiorativo. Le dimore tradizionali presentano le stesse caratteristiche già abbondantemente sviscerate, qui però abbiamo delle relazioni umane vere e proprie. A differenza del sito togolese, dove i proventi del biglietto finanziano infrastrutture per la comunità, in Benin una parte della tariffa pagata alla guida va nelle tasche dei residenti; forse per questo si fanno fotografare senza opporre resistenza. A me mette comunque un certo imbarazzo far parte mio malgrado di questo manipolo armato di fotocamere.
La prima famiglia ci offre una specie di polenta insipida avvolta in una foglia. Il patriarca indossa una ex elegante giacca di lino troppo grande, senza niente sotto, mentre le due donne sono le sue consorti. Più difficile è capire quali figli appartengano a una madre e quali all’altra, o chi sia addirittura nipote della più anziana; fatto sta che due di loro sono minuscoli gemelli di cioccolata.
Come al solito le donne sono quelle che si danno più da fare nella vita quotidiana: vanno a prendere l’acqua, raccolgono la terra e il letame necessari per impermeabilizzare le pareti dell’edificio, lavorano nei campi insieme agli uomini.


Giunti alla seconda abitazione, facciamo conoscenza con il vecchio guaritore, abbigliato con un vezzoso giubbottino impermeabile di un rosa ricoperto da molti strati di terra rossa – d’altra parte anche noi siamo impolveratissimi, e nei villaggi ci abbiamo passato solo poche ore. Poiché non ricorda esattamente la sua età, ci mostra due documenti ufficiali: secondo il certificato di Specialista in medicina tradizionale sarebbe nato “verso il 1920”, secondo la carta d’identità “verso il 1933”. L’attestato informa che il guaritore è esperto dei seguenti disturbi: morsi e sputi di serpente, singhiozzo, dolore addominale della donna, avvelenamento, sortilegi e dolore generalizzato.
Fuori dall’ingresso si ergono i classici feticci a forma fallica. Appesi al muro ci sono crani e ossa di animali a mo’ di amuleti protettivi; gli altari, costituiti da contenitori panciuti di terracotta, presentano resti di piume di volatili da cortile, sacrificati per onorare gli spiriti degli antenati o per coadiuvare le pratiche di guarigione. In un angolo si nota l’immancabile mortaio per pestare i cereali; per terra giacciono residui di fuochi, pentole e fascine di legna.


A questo punto andiamo a conoscere un’esperta scarificatrice con tanto di riconoscimento statale, grazie al quale è l’unica nella zona ad avere ottenuto l’allaccio all’energia elettrica. La scarificazione si pratica largamente da queste parti: le cicatrici sulla pelle sono di diversa foggia e servono in genere a comunicare le proprie origini. Quelle sul volto di solito si fanno da bambini, mentre alcuni se le fanno realizzare su ventre e schiena come prova di coraggio al tempo dell’iniziazione all’età adulta.
Il giovane che ci fa da guida si offre volontario: si sdraia per terra e un’anziana donna gli si siede a cavalcioni, mentre l’altra tira fuori un coltellino e fa finta di incidergli le guance. Questi popoli praticano inoltre la circoncisione – come si nota osservando i bambini nudi – e credo anche, in taluni casi, l’escissione femminile, anche se la legge la vieta – e comunque sul tema glissano elegantemente.
Kounta mi racconta che il numero dei viaggiatori è in sensibile calo: la maggior parte dei visitatori proviene dalla Francia, ma dopo l’attentato di Parigi ritengono questa zona pericolosa. D’altra parte, nonostante le belle parole dei politici, il Benin sembra fare di tutto per scoraggiare gli arrivi: per chiedere il visto d’ingresso è necessario un invito che nessuno ti vuole concedere se non in cambio di denaro. Non se la passa tanto bene Kounta, guida turistica e chauffeur, tanto più che la moglie lo ha lasciato da poco. E comunque ha ragione lui: avremmo dovuto dormirci almeno una notte nella “tata Somba”, perché così non abbiamo visto niente quasi nulla.


Piccoli antropologi crescono
Ci dirigiamo verso meridione e parcheggiamo l’autobus nei pressi di Birni, raggiungendo a piedi un miserrimo villaggio di capanne circolari. Qui ci abitano i Fulani – o Peul -, un popolo costituito da milioni di persone disseminate per tutta l’Africa occidentale.
Subito vari obiettivi vengono puntati senza tanti complimenti sulla più bella del villaggio, a seno nudo mentre allatta il figlio. Oltre ad essere stupenda e dolcissima, la donna sorride in posa da consumata modella: prende in mano una coppetta piena di limoni verdi e si mette una grossa calebasse sulla testa, garantendo così al turista la foto dei suoi sogni. Non a caso i Fulani hanno fama di essere molto affascinanti. Le altre donne non mostrano la stessa bellezza, ma curano molto il look: indossano abiti colorati, braccialetti, collane, orecchini, ornamenti intrecciati ai capelli, sfoggiano tatuaggi sul viso e hanno denti bianchissimi. A quanto pare anche gli uomini sono vanitosi e si truccano perfino più delle compagne, ma al nostro arrivo sono tutti assenti.
Questa gente è dedita all’allevamento e spesso pratica il nomadismo; sono islamici, ma non poligami, e possono divorziare quante volte desiderano. Un pupazzetto di Winnie the Pooh buttato nell’angolo di una capanna denota che non siamo i primi visitatori. In ogni caso, dopo i classici convenevoli e le carezze ai bambini, un gruppetto ci accompagna all’autobus con il consueto sottofondo cantilenante di yovò bidon e yovò cadeau, rimediando un petit savon rubato in albergo.



Poco più avanti, all’altezza di Copargo, imbocchiamo una stradina dissestata verso i villaggi Taneka. Qui facciamo conoscenza con i Tangba, la popolazione studiata dall’antropologo Marco Aime – vero nume tutelare di ogni gruppo di turisti responsabili in Africa occidentale. È il terzo e ultimo popolo per oggi, in questo Paese dalla composizione etnica variegata, e ho le idee parecchio confuse.
Nell’attesa dell’accompagnatore entriamo nella scuola, chiusa per le vacanze di Natale. Compare un ignaro ragazzino, immediatamente sfruttato per rendere più credibili le foto: lo facciamo sedere composto a un banco di legno e lo interroghiamo per finta alla lavagna.
Ci avviamo poi a piedi verso gli abitati, percorrendo un sentiero ornato da bellissimi fromager rossi. Come altri popoli dell’Atakora, anche i Tangba si rifugiarono nelle grotte e negli anfratti di queste colline per sfuggire alle razzie di schiavi; il miscuglio di etnie di diversa origine ha dato vita a una cultura complessa e legata alle tradizioni.
I villaggi sorgono nella zona pianeggiante, vicina ai campi di igname, e sono costituiti da capanne rotonde. Ogni quartiere è governato da un re, che si occupa delle relazioni esterne e delle controversie locali. Tinga sawa – il re di Pendolou -, dopo averci fatto fare l’anticamera, ci accoglie nella capanna di rappresentanza. Indossa una raffinata veste chiara con una sciarpa sulla spalla, un ventaglio variopinto, un cappellino tipo fez e un elaborato scettro di legno in cui sono intagliati un leone, un elefante e delle figure umane. Gli vengono poste domande molto paludate e infine ci concede il privilegio di farci dei selfie con lui.


Ci spostiamo nella zona collinosa dove vivono gli specialisti rituali, detti boro-te, che si occupano delle faccende religiose. Due di loro stanno seduti sulle pietre sotto un grande albero, completamente nudi a eccezione di una striscia di pelle sui fianchi e un cappello rotondo di rafia. L’immancabile pipa è spenta perché sfortunatamente hanno finito il tabacco, per questo accettano con entusiasmo un po’ del nostro ben poco rituale Camel light.
Il sentiero di ritorno lo percorro mano nella mano – sudatissima – con una bambina dalle treccine e la maglietta sbrindellata. All’autobus compio l’imperdonabile errore di cedere alle sue insistenze e regalarle una bottiglia di plastica vuota, scatenando un putiferio tra gli altri ragazzini, desiderosi anch’essi del loro preziosissimo bidon.


A fine giornata, in questo hotel di Djougou pretenzioso e moquettato, i divani sono bollenti. Alla TV politici beninesi parlano alle folle, la connessione internet va e viene, e la preparazione della cena richiede una quantità di tempo che gli yovò non riescono a comprendere.
Terminato il classico piatto di pesce tilapia con riso, sorseggio un bicchierino di rum e chiacchiero con un vicino di tavolo congolese che vive a Montréal e lavora per l’immigrazione canadese in Africa Occidentale; è qui in vacanza ed è ossessionato dal pensiero di essere aggredito e rapinato. Per domani ha preso in affitto un’auto con conducente e mi chiede consigli sugli itinerari più sicuri.
Incontro ufficiale con il re di Djougou
Grandissimo entusiasmo questa mattina per il nostro gruppo di mosche bianche: il re di Djougou – Issifou Kpetoni Koda VI, ben più importante di Tingassawa e anzi in un certo senso suo superiore -, ci ha accordato un’udienza.
Lo spettacolo più sconcertante però avviene prima, fuori dalle mura del palazzo reale. Mentre in un anfratto un uomo scuoia una capra, una donna lava il neonato con una sostanza oleosa; a un certo puntolo prende in braccio, si avvicina e ce lo mostra: il viso e l’addome sono rigati da lunghi tagli rosso vivo ancora aperti. Ci dicono si tratti di una delle nipotine del re; guardando bene si capisce infatti che è una bambina: su ogni guancia ha quattro tagli – come tutte le femmine -, mentre ai maschi spettano tre cicatrici soltanto.
Anche se agli occidentali sembra una barbarie, secondo l’opinione di molti africani non c’è niente di sbagliato nel sottoporre un bambino appena nato a una scarificazione; la pratica serve anzi a prepararlo da subito alla vita, informandolo che non sarà per niente facile. «D’altra parte» mi dice qualcuno, «voi chiedete un parere a un neonato prima di battezzarlo o di vaccinarlo?»

Entrati nel comprensorio del palazzo ci togliamo le scarpe e, superate alcune tombe e pantere dipinte sui muri, veniamo introdotti in una specie di terrazza con le pareti azzurre e verdi. Una sedia a sdraio – imbottita ma ben poco regale – viene presto occupata dal sovrano in persona; noi intanto sediamo sulle stuoie. L’autista, Rafiu, è talmente emozionato che appena entra il sire si inginocchia davanti a lui balbettando.
Kpétoni Koda indossa una sobria palandrana a righe verticali e un cappellino coordinato; l’espressione dietro gli occhiali è seria ma non altera, mentre gli altri dignitari di corte si accosciano al suo fianco. Gli poniamo diverse domande in francese, scoprendo che la carica regia ruota fra tre diverse famiglie e che il sovrano si occupa di controversie minori, lasciando i reati gravi alla polizia. Il re – che possiede numerose mogli e una sfilza spropositata di figli e nipoti – ci parla della gratuità delle scuole per le ragazze, per contrastare l’analfabetismo femminile, e del suo ruolo di mediazione politica e religiosa.
L’altro ieri ha partecipato qui a Djougou alla ventiduesima edizione della tradizionale festa della Gaani, dove ha incontrato il Presidente del Consiglio del Benin. L’elicottero che trasportava alcuni pezzi grossi del governo, durante l’atterraggio allo stadio municipale, si è fracassato al suolo; per fortuna tutti i passeggeri sono rimasti illesi, compreso il primo ministro, il quale appena giunto nel luogo delle celebrazioni ha ringraziato le anime dei suoi antenati per il miracolo.




Al feticcio Dankoli di Savalou – uno dei più importanti santuari del Benin – si recano persone da tutto il Paese o dall’estero.
L’inquietante rituale vudù prevede che si conficchino con un martello dei pioli in un monticello, versandoci sopra dell’olio di palma o sputandoci platealmente qualche superalcolico. Nel frattempo alcuni uomini sono impegnati a lanciare monetine urlandosi addosso, un povero pollo viene sgozzato sotto i miei occhi con un grosso coltello e altri pennuti vengono denudati da donne e bambini. Il risultato finale consiste in nauseabondi ammassi di tronchi d’albero ricoperti di grasso, alcol, sangue e piume, che emanano un fetore putrido.
Mentre torno abbastanza schifata verso l’autobus, mi informano che i presenti chiedevano la guarigione per uno di loro; se i desideri si realizzano, sono obbligati a tornare per un altro sacrificio.
L’ultimo tratto verso Abomey è pieno zeppo di banchetti che vendono farina di manioca in buste di plastica trasparenti, ma è anche il momento di provare gli irresistibili grissini alle arachidi, piccanti.


Il regno di Dahomey
Dopo cena, nel suo immenso giardino popolato da statue incantevoli, Monique mi offre un bicchierino di liquore colmo di erbe dagli effetti curativi. Tornata in camera, mentre le pale del ventilatore girano veloci, tutte le immagini di Abomey che mi vengono in mente sembrano troppo sature e fasulle, come quelle di un film: mura impastate di sangue umano e teschi che sorreggono un trono di legno, donne guerriere che si affilano i denti e covoni di paglia che ballano, ratti e cani in gabbia e scimmie alla catena, litanie di un guaritore tradizionale e vino di palma bevuto in un solo sorso, ernie ombelicali e bassorilievi a forma di coccodrillo, uomini inseguiti da maschere colorate e lucertoloni nella polvere, percussionisti e venditori che gridano come degli ossessi all’indirizzo di una macchina fotografica.
L’a giornata inizia presso i palazzi reali, fatti edificare e abitati dai dodici re che si sono succeduti alla guida del mitico regno del Dahomey. Questi governanti sanguinari, al termine di ogni conflitto, catturavano caterve di prigionieri, vendendone una parte a portoghesi, francesi e inglesi in cambio di oro, armi, rum e tabacco; contribuirono così in maniera determinante alla tratta di merce umana destinata al continente americano. La guida ci parla delle amazzoni – le donne-guerriero al servizio del Re Ghezo -, allenate sin da bambine alla pratica bellica. Se promettevano di portare al sovrano due teste del nemico ma al ritorno, malauguratamente, ne consegnavano una soltanto, l’altra testa mozzata era la loro; lo stesso trattamento era riservato al boia se svolgeva il suo compito maldestramente, e a chissà quanti altri sudditi.
Qui purtroppo non si presenta l’opportunità di essere ricevuti da sua altezza reale – e se tanto mi dà tanto, meglio così -, ma dobbiamo accontentarci di osservare gli oggetti rituali appartenuti alla schiera di re defunti. Nelle sale del museo storico sono esposti arazzi, costumi, armi, gioielli, altari portatili di metallo, strumenti realizzati usando crani umani e parasole reali che un addetto aveva il ruolo di far roteare senza tregua. Prima di andare via osserviamo gli ambienti funerari nel cortile, ottenuti mischiando fango, conchiglie e sangue dei prigionieri uccisi, e infine, come se niente fosse, facciamo acquisti nel mercatino artigianale.


Veniamo condotti nel mezzo di niente. Un gruppo di percussionisti ha già dato il via al tambureggiare ossessivo e i bambini hanno già preso posto. Quando li raggiungiamo, in uno spiazzo di terra battuta, compaiono grossi covoni di paglia che roteano come matti, si alzano e si abbassano, sollevando nuvole di polvere, guidati da uomini dotati di bastone. Da uno di essi ogni tanto viene lanciato qualche oggetto: un lucertolone vivo, un sacchetto pieno di monete, una bambolina di legno con un vestito rosso da cui sbuca un pene sproporzionato. Ogni tanto il covone si butta a terra mostrando l’interno apparentemente vuoto, per dimostrare che sotto il costume non ci sono uomini, ma sono gli spiriti a muoverli.
Grazie allo stato di trance i corpi posseduti acquistano dei superpoteri che gli permettono di visualizzare le cattive azioni della gente. Si tratta degli Zangbeto, i guardiani notturni nella tradizione del popolo Fon: essi pattugliano le strade proteggendo la popolazione e scovando i criminali, che eventualmente poi vengono condotti davanti alla comunità − o direttamente in caserma − per la punizione. Prima di andarcene ci comunicano che per questa cerimonia in nostro onore sono stati sacrificati un montone e quattro polli, ma non si può mai sapere se quello che viene detto ai turisti sia vero oppure serva solo per fare effetto.




La tappa successiva è il mercato dei feticci Gbedagba, dove oltre alle consuete carcasse figurano numerosi animali vivi – come gatti, ratti, cani, galline in gabbia e persino una scimmia. Qui siamo protagonisti di un altro caso diplomatico: l’ennesimo bancarellaro iconoclasta inveisce al nostro indirizzo chiamando in causa tutte le generazioni di spiriti degli antenati e tutte le divinità vudù a lui note, costringendoci a riporre le macchine fotografiche.



Nell’afa del pomeriggio ci dirigiamo a Detohou per conoscere Monsieur Salanon, di professione guérisseur traditionnel . Il vegliardo ci accoglie in una stanzetta facendoci accomodare per terra. Gli abbiamo portato una bottiglia di liquore all’ananas, ma l’uomo desidera offrirci un suo potente vino di palma in piccoli bicchieri da vuotare tutto d’un fiato – non prima di averne versato qualche goccia per terra come ringraziamento.
Mentre l’alcol brucia l’apparato digerente, Salanon solleva il coperchio di una teglia di spezzatino rituale, intinge il dito indice nel sugo e lo inserisce dentro l’ombelico. A quel punto entra in trance, cominciando a proferire lamentose litanie accompagnato dalla tipica maraca beninese. Ci spostiamo poi nel suo studio vero e proprio, dove si mette ad armeggiare con conchiglioni, corni, polvere magica e campanelli, osservato da una grande vipera disegnata sulla parete.
Mi pare che Salanon non conduca una brutta esistenza: oltre a tracannare un discreto numero di drink, possiede una serie spropositata di mogli, ognuna delle quali a turno dedica un’intera giornata a servirlo.



Per partecipare alla seconda danza tradizionale – l’Egungun – raggiungiamo un villaggio dalle parti di Bohicon, dove già la popolazione si schiera attorno a uno spiazzo. Uno dei tamburellisti – non so se in stato di ubriachezza molesta o per la ben nota mania persecutoria – comincia ad adirarsi pretendendo che non scattiamo fotografie; si offende ostentatamente e si rifiuta di suonare.
Quando riescono a sedarlo e a fargli riprendere posto, appaiono le maschere: le due principali indossano ingombranti vesti sui toni del rosso, decorate con motivi patchwork, conchiglie, paillette, nappe e amuleti ripieni di preparati protettivi; gli strati di tessuto svolazzano durante le giravolte, creando la cosiddetta brezza benedetta.
Anche il compito degli Egungun – posseduti dagli spiriti degli antenati – consiste nel liberare la comunità dai mascalzoni, indirizzando i vivi sulla retta via. Per questo si divertono ad inseguire gli spettatori, che scappano velocemente per evitare il contatto: in questa sorta di acchiapparello africano, infatti, essere sfiorati dall’Egun significa cadere in catalessi. Con il passare del tempo la danza diventa più vorticosa, i tamburi più ossessivi, le richieste di banconote più insistenti, le nostre trachee più intasate di terra e le bottiglie di superalcolici che girano tra gli spalti più vuote. Un paio di inseguiti, toccati dall’Egun, crollano al suolo e vengono portati via a braccia. Prima che accada qualche imprevisto ci dirigiamo rapidamente verso l’autobus, inseguiti a nostra volta da persone che pretendono un cadeau.




Capodanno ad Abomey
Dimenticati gli antichi fasti sanguinari del Dahomey e le tetre pratiche dei féticheurs, il giorno dopo Abomey mostra la sua faccia più variopinta e festosa. Sulle insegne fatte a mano spiccano scritte come “Palais de beauté” o “The Best Coiffure & Trèsse” accanto a disegni di teste acconciate e rasoi elettrici. Tazze di caffè illustrano l’offerta merceologica delle cafetariat, macchine fotografiche attirano l’attenzione sugli “studio photo“, mentre donne intente a rimestare in pentoloni avvisano della presenza di un maquis – piccolo ristorante.
A volte sui cartelli appare il volto del negoziante, come nel caso di Zola − contemporaneamente venditore di congas e parrucchiere, il quale nel listino propone il taglio “Karl-Lewis” a quattrocento CFA. Molti esercizi commerciali per il naming attingono al vocabolario introdotto dai missionari, come testimoniano il maquis “La gloire de dieu”, i minimarket “La grace divine” e “Dieu est grand”, o il barbiere “Jesus is winner”.
C’è molta confusione nelle vie e nei mercati: è l’ultimo dell’anno e bisogna solennizzarlo. Nelle botteghe lungo la carreggiata le bottiglie di rum, gin o whisky schierate in ordinate file vanno a ruba – a volte gli stessi contenitori di vetro sono colmi di arachidi o anacardi tostati -; i sarti ultimano gli ultimi completini a fantasia seduti davanti alle macchine da cucire a pedale o preparano il ferro da stiro, riempiendolo di pezzi di carbone incandescente, per gli ultimi ritocchi; decine di capigliature vengono organizzate in minuscole trecce; nel mercato i pesci arrostiscono sulle griglie, le foglie si riempiono di polenta di mais, farine bianche e rosse sgorgano da piccoli mulini. Al Cyrano club – sottotitolo: “Dieu dispose” – si festeggia invece giocando a dama beninese e alla playstation, o semplicemente guardando la TV.




La più importante delle mascherate propiziatrici del luogo si chiama Gelede, inserita dall’UNESCO nel patrimonio immateriale dell’umanità. Le espressive maschere scolpite nel legno vengono indossate come copricapo sulla testa del danzatore, coperta da un pareo. Alcune sono sormontate da sculture, come un omino nudo con un pene enorme o un bambino intento ad attingere acqua dal pozzo. Nello spiazzo polveroso, tra percussioni d’ordinanza e uomini armati di scacciamosche, si alternano i diversi personaggi in una recita apparentemente solo comica, ma dotata come al solito di un fine educativo.
Alla base di questa pantomima, che celebra il potere delle madri nella società, ci sono le storie della mitologia Yoruba. Yemoja – madre di tutti gli orisha e delle cose viventi – non poteva avere figli, così consultò un oracolo che le consigliò di fare sacrifici e ballare con immagini lignee sul capo. Il rituale funzionò ed ebbe due figli, i quali incontrarono le medesime difficoltà risolvendole con lo stesso balletto; una delle maschere più caratteristiche raffigura infatti una donna incinta con un enorme pancione di legno.
Un uomo vestito di giallo passa tutto il tempo a raccogliere i crini dello scacciamosche e i minuscoli fili di paglia che cadono per terra: si tratta di portafortuna, conservati e consegnati agli studenti al momento degli esami.




A bordo dell’autobus la guida e Rafiu parlano di politica. Quando viene nominato Hollande il tono si fa aggressivo: i due si mettono quasi a urlare che lo vorrebbero morto. Sostengono che l’uomo piloti le cariche politiche del Benin per biechi motivi di interesse economico. «La corruption est une véritable catastrophe» aggiungono. Nemmeno Sarkozy riscuote il loro favore: «Quando venne in visita ufficiale, ebbe il coraggio di dire che da noi non c’è sviluppo perché la gente è ancora troppo attaccata alle tradizioni». Di fronte alle vibranti proteste, il politico interruppe la visita e non si fece mai più vedere. «Ma il suo primo impardonnable errore è stato quello di uccidere Gaddafì, l’ago della bilancia negli equilibri tra Europa e Africa e grande benefattore per il Benin: sai, ha fatto costruire moschee, scuole e anche l’università… Lui sì che stava lavorando per la vera libération de l’Afrique».
L’hotel di Abomey è sprovvisto di connessione internet e sembra di essere tornati ai vecchi tempi, quando un viaggio significava davvero staccare dalla vita normale. Dopo essermi scrostata di dosso gli strati di terra rossa con l’acqua della cisterna – nell’attesa di raggiungere il ristorante di Jean-Luc, un francese conosciuto in città, per il réveillon du nouvel an -, mi spaparanzo su una sedia di legno intarsiato a godermi la sensazione di benessere e di sospensione temporale. Sono in Africa, ci sono più di trenta gradi e fra poche ore finirà il 2015. L’anno è iniziato nel continente americano – precisamente a San Cristobal de las Casas -, mi ha visto scorrazzare in varie località dell’Asia e dell’Europa e terminerà qui, nel Golfo di Guinea, dove la sabbia e l’argilla del Sahel incontrano l’Oceano.


Ganvié, la città su palafitte
Mentre salutiamo per sempre Abomey, dal finestrino dell’autobus noto un paio di teneri pagliai che passeggiano saltellando tra i passanti e interpreto l’evento come un buon auspicio. Il ballonzolare del mezzo sulle infami piste sabbiose dà il colpo di grazia al mio stomaco, già sottosopra a causa di qualche bicchierino di troppo bevuto ieri sera in occasione della cena, peraltro pessima, servita al réveillon.
Dalla laguna di Nokoué partono le traversate in piroga per raggiungere Ganvié, la più estesa città africana su palafitte, fiore all’occhiello del turismo beninese. Gli antenati degli attuali abitanti si sistemarono qui per sfuggire alle razzie dei mercanti di schiavi Fon, i quali per motivi religiosi non potevano nemmeno sfiorarla l’acqua. Qualunque tipo di attività si svolge in barca o nelle capanne edificate su pali di legno infissi nel fondale del lago: commerci, approvvigionamento idrico, realizzazione di treccine, pesca e contrabbando di benzina nigeriana.



La navigazione procede placida tra canneti giallastri su cui svolazzano garzette, cormorani e falchetti. La popolazione si sposta a remi; chi resta immobile è intento a pescare o a vendere le proprie mercanzie. I residenti sono estremamente fotogenici con gli abiti colorati e i turbanti, ma molti di loro, specialmente le donne, si coprono la faccia con le mani.
Scendiamo su un isolotto artificiale dove sorge una grande moschea. In corrispondenza della statua dorata di un antico sovrano giunge l’ormai familiare grido: «Pas de photos!»; la voce proviene da due uomini in canottiera che si avvicinano con un’andatura minacciosa. Parte il solito alterco, ma per fortuna compaiono dei ragazzotti muniti di occhiali da sole e copricapi colorati, i quali possiedono un provvidenziale smartphone puntato nella mia direzione; finalmente siamo pari. Quando grido loro: «Il faut payer pour prendre des photos!», le risate suggellano la fine delle ostilità e possiamo esplorare in tranquillità il villaggio, dove fervono partite di calciobalilla e biliardo.
La guida che ci accompagna è un poliomielitico secco secco che cammina piegato in due come un compasso, ma dotato di un’agilità straordinaria: non deve essere facile nella sua condizione arrivare a svolgere questo mestiere, che prevede un continuo salire e scendere dalla piroga. Alla fine l’uomo chiede un supplemento perché la gita è durata più del previsto, ma ritira la richiesta quando gli si fa notare che si è protratta perché lui stesso ci ha condotto in più di un mercatino artigianale.




Ouidah, la capitale del vudù
Temevamo di non trovare posto in questo albergo in riva al mare e invece – figuriamoci – anche se è il primo dell’anno, di bungalow liberi ce ne sono quanti ne vogliamo. Eppure siamo in una delle zone più turistiche del Paese: Ouidah, la capitale del Vudù, nonché porto adibito al commercio negriero fino alla seconda metà dell’Ottocento.
Dopo aver tentato inutilmente di fare il bagno – la spiaggia è deserta, l’atmosfera epica, ma le onde estremamente possenti -, ci facciamo portare al tempio dei pitoni. A Ouidah abitano moltissimi adoratori di questi serpenti non velenosi; gli adepti si riconoscono dalle scarificazioni gemelle sulle guance e sulla fronte, e questo è il loro luogo di culto. I rettili sacri ogni tanto razzolano indisturbati per le vie – finché qualcuno li prende e li riporta a cuccia -, ma in genere stanno acciambellati nella capanna interna, alcuni avvolti intorno a rozze teste di legno disposte intorno al buco centrale. Al centro dello spazio svetta un enorme ficus circondato da un lenzuolo bianco macchiato da materiali innominabili, residui delle offerte. Nonostante lo schifo immenso, non posso evitare che una grossa pitonessa mi venga posata sul collo.
Di fronte al piccolo tempio, spicca la colonialissima cattedrale dell’Immacolata Concezione, tutta pitturata di celeste: faccia a faccia la religione dei conquistatori mai davvero andati via e quella degli ex deportati, sfruttati oggi come ieri.
Fa molto caldo anche a tarda sera e a bordo piscina è molto umido; in sottofondo risuona il ruggito inquietante delle ondate oceaniche, che sciabordano oltre la spiaggia in discesa. I camerieri sono abbastanza sfaccendati, ma comunque sorridenti quando mi portano la mia Béninoise gelata.

«Ça va? Bien dormi?», salutano i sempre compìti lavoratori del turismo beninesi. «Ça va bien – e voglio vedere: è il 2 gennaio, è piena estate e sto andando a bere un Nescafè in spiaggia – et toi ça va?» “Bien dormi”, però, mica tanto: durante la notte ho avuto un attacco di malaria isterica a causa del gelo prodotto dal condizionatore – acceso di straforo e dunque impossibile da regolare. Dopo averlo spento l’ambiente è diventato caldissimo e l’aria si è rivelata irrespirabile per gli effetti chimici dello zampirone e dello spray repellente; fuori dal bungalow c’era un’umidità inverosimile, mentre il ronzio degli impianti di aerazione copriva la risacca.
Durante la mattinata approfondiamo la conoscenza della Route des esclaves, che gli uomini rastrellati dai re del Dahomey erano obbligati a percorrere in catene fino alla costa, dove le navi li attendevano per trasferirli in Brasile. Questa pista sabbiosa lunga quattro chilometri − dove gli incidenti in motorino sono all’ordine del giorno − collega il centro della città alla spiaggia; ci passiamo infinite volte in autobus, tanto che conosco a memoria le statue di cemento – compresa quella del serpente che si morde la coda -, la laguna con le mangrovie e la scritta sul muro: “Interdit d’uriner – amende: 5000 F”.


Per ripercorrere l’epopea della diaspora africana ingaggiamo una guida che ci conduce presso i siti della memoria, costituiti fondamentalmente da statue della tradizione vudù che simboleggiano le fasi chiave della vicenda; a eccezione del forte portoghese, infatti, manca qualsiasi altra traccia materiale degli avvenimenti passati.
Davanti alla casa del Vicerè Francisco de Souza – il famigerato negriero brasiliano – gli schiavi venivano acquistati e marchiati con il ferro rovente. La casa Zomaï si presenta come una baracca buia dove venivano rinchiusi i poveretti prima di partire, per farli abituare all’oscurità e alla costrizione delle stive. Attorno all’albero del ritorno i prigionieri giravano per assicurarsi che, dopo la morte, i loro spiriti sarebbero tornati nel Paese natale.
Si arriva infine alla spiaggia, dove sorge la porta di non ritorno: un imponente arco dal sapore sovietico – in cui predomina il colore rosso della terra beninese – ornato da bassorilievi che rappresentano due file di africani incatenati. Sulla base sono scolpite le immagini di simboli vudù e ai lati si ergono due grandi opere in bronzo postmoderne, che raffigurano gli schiavi nell’atto di liberarsi dalle catene.

Il sogno di Cotonou
La spiaggia di Grand Popo si trova a soli venticinque chilometri dal Togo e appare molto simile a quelle di Ouidah e di Lomè: le stesse palme, l’aria polverosa, la sabbia scura, le immense onde bianche. Qui però ci sono degli ombrelloni di paglia, con le sedie a sdraio quasi tutte vuote, e alcuni venditori indigeni o nigerini; per pranzo mangio un fantastico barracuda con contorno di platano fritto aloko, e poi riusciamo a farci cambiare in euro i CFA avanzati.
Solo quaranta chilometri di strada asfaltata separano Ouidah da Cotonou – il cuore economico del Benin -, ma il tempo del tragitto si rivela comunque infinito per via del traffico delirante. Un incidente stradale ha causato dei morti, stesi al suolo tra i gas di scarico. Auto, minibus e motociclette sono carichi di mercanzie e persone pigiate, in molti casi contro ogni legge della fisica. Le moto sono milioni e questa rappresenta una delle più grandi novità del viaggio in Africa occidentale: le fiumane di pedoni si sono assottigliate, sostituite dalle scoppiettanti due ruote cinesi. Mi sorprende molto anche il fatto che − pur avendo percorso minimo millecinquecento chilometri − mai una volta ci è stata chiesta una tangente a un posto di blocco.
Al ristorante di Cotonou finalmente capisco che il pollo non vale nulla e che bisognava ordinare la ben più polposa pintade – la faraona. Meglio tardi che mai.

Arriviamo con largo anticipo all’aeroporto di Cotonou. Le sedie della sala d’attesa sono ancora vuote e io mi addormento in una posizione scomodissima. Nel sogno cattolici, protestanti, cristiani celesti, islamici e animisti siedono tutti sotto lo stesso tendone, e insieme battono le mani e cantano. Poi i ritmi e i riti del Golfo di Guinea diventano balli caraibici e messe cantate nelle chiese del sud degli Stati Uniti; le maracas beninesi vengono usate per uno spettacolo sulla scalinata di Trinidad, a Cuba, e gli abiti colorati con i lucchetti e le foglie sono indossati da uomini e donne di Bahia. I poliziotti neri delle serie americane non hanno le scarificazioni, ma io li riconosco lo stesso, mentre le bambine della Repubblica Dominicana parlano spagnolo ma sono piene di treccioline.
Un bambino che piange mi sveglia; i sedili si riempiono dei pochi passeggeri in procinto di partire e il bocchettone dell’aria mi arriva proprio in testa.






