Cuba in lungo e in largo
Il nostro uomo all’Avana si chiama Manuel. Ci aiuta a rintracciarlo il cugino di Milvia, una meravigliosa donna cubana bianca dall’incantevole accento ispano-veneto, con la quale ho condiviso il sorvolo dell’Atlantico. La sua fortuna è stata andare a studiare nella Germania dell’Est prima della caduta del Muro di Berlino e lì conoscere quello che sarebbe divenuto suo marito – ricco costruttore, proprietario di villa con piscina e cani e bambini stupendi.
È l’una di notte all’aeroporto “José Martí” della capitale cubana, ma nessuno pare farci caso. Tutti fumano e sorridono. Un chófer baffuto ci accompagna in hotel.

All’Avana è tutto truccato
Avendo dormito ben otto ore in aereo, mi vedo costretta ad attendere l’alba al bar dell’albergo, sorseggiando le due birre preferite dai cubani: la Cristal e la Bucanero. Ne smezzo un paio con un giovane tecnico telefonico che domani si recherà a Las Tunas per trascorrere le vacanze natalizie con la sua famiglia. Per prima cosa mi monetizza il suo stipendio – argomento che i locali tirano fuori pochi istanti dopo le presentazioni. Nel suo caso sembrerebbe ammontare all’equivalente di quattordici euro, cioè diciassette pesos convertibili — i cosiddetti CUC, la moneta che dal 2004 ha sostituito il dollaro per tutti quei commerci legati all’economia non socialista. Una lattina di birra invece costa poco più di un euro.
Stabilito chi offre le birre, può raccontarmi del suo percorso scolastico. In questo Paese è obbligatorio avere il diploma di scuola superiore per ottenere un lavoro e, poiché se non lavori potresti anche essere arrestato, va da sé che sono tutti come minimo diplomati. Per verificare che sia vero somministro al tecnico installatore qualche esercizio di analisi logica: sufficiente.
Nel frattempo apprendo che i programmi trasmessi in quel momento sui due maxischermi, i cubani non li possono guardare a casa propria: la TV satellitare è vietata e, se vengono scoperti, devono pagare una multa molto salata. Deduco quindi che il mio amico non ami le telenovelas, le lezioni di ingegneria meccanica, le partite di baseball e l’altra consueta programmazione “rivoluzionaria” delle reti nazionali. D’altra parte vive con la vecchia nonna perché, come se non bastasse, le case non si possono comprare né vendere. E non si possono nemmeno affittare, almeno ufficialmente. Lo scenario comincia a delinearsi.


Conoscevo Cuba attraverso le storie di Pedro Juan Gutiérrez, il trasgressivo scrittore considerato il Bukowski del Caribe. Per questa ragione ero preparata alla sporcizia, alla trascuratezza, al sudore, alla carenza d’acqua, all’arrabattarsi, al rum economico e allo sfacelo.
Allo stesso tempo avevo in testa una valanga di immagini completamente diverse, che non sapevo bene dove sistemare: cartoline delle spiagge di Varadero, soggiorni nella perla dell’arcipelago Cayo Largo, mojitos e Havana Club, aragoste e Cohiba, turisti protetti dalla polizia e fidanzatine di una settimana, rumba e son, Compay Segundo e Ibrahim Ferrer, congas, gardenias e carreteros, l’hombre sincero che coltiva la rosa bianca, guajira guantanamera.
Intanto, già dalla prima giornata all’Avana, ho scoperto che qui è tutto truccato. I muri scoloriti mi avvisano che vinceranno patria o muerte, mi annunciano che il socialismo si difende unidos y combativos, mi comunicano trionfali che la revolución è in ogni quartiere. La bandiera nazionale sventola con persistenza accanto agli eroi a cavallo e alla sfilza di lampioni liberty. Allungando lo sguardo, da una parte si intravedono i grattacieli; dall’altra, in lontananza, il Castillo del Morro, situato all’altra estremità della baia dell’Avana. E dovunque la decadenza. I condomìni hanno facciate da antologia, ma sono in rovina: gli intonaci sono scrostati e l’abbandono non potrebbe essere più evidente. In pratica, l’Avana cade a pezzi.




Mi trovo nel quartiere Vedado, il famoso Malecón è a pochi passi e il mare blu intenso non è agitato da ondate paurose come lo immaginavo; si può tranquillamente pescare in piedi sull’argine o addirittura tuffarsi e arpionare le prede a mani nude. Lo sfondo è costituito da nuvole bianche molto fotogeniche e il mio sollievo è enorme, considerati i miei ultimi viaggi tropicali funestati da monsonici cieli grigi cancella-colori.
Mentre penso che la temperatura sia perfetta e che camminerei su questo lungomare per sempre, arriva Damiano, conducente autorizzato di calesse. Questo ometto col cappello da baseball ci istiga a fare un giro della durata di un’ora cubana alla scoperta della consistenza habanera, prima di entrare in un ristorante gelido e scarsamente illuminato, dove ci impietosisce con la storia che gli regalano il dentifricio e la saponetta.




Percorrendo a passi lenti il classico itinerario turistico dell’Avana Vecchia, ci imbattiamo in una serie di personaggi che in qualche modo cercano di sbarcare il lunario: donne mascherate da antiche habaneras che fumano sigari giganteschi, un vecchio con i capelli bianchi che imita Che Guevara, un tizio che anni fa fu fotografato da quelli della Lonely Planet – e continua a vestirsi esattamente come nella copertina della guida -, un terzetto in bicicletta composto da un uomo e due bassotti tutti con lo stesso cappellino, decine di sosia dei Buena Vista Social Club che suonano nei bar e un giovane studente di medicina che – chiacchierando con quella cantilena ipnotizzante che hanno loro – ci scrocca un mojito.
Quando ne ho abbastanza del patrimonio storico ridipinto grazie ai soldi dell’UNESCO, abbandono definitivamente il set dell’Habana Vieja ed entro in Centro Habana. In questo bar in calle San Rafael ordino un soft drink, che bevo al tavolino sui centrini di pizzo, tra puzza di fritto e musica non cubana. Mentre sollevo gli occhi per osservare un’anziana malridotta che si aggira furtivamente cercando di vendere un pacchetto di chewingum, mi sento osservata. «¿De dónde eres?» mi chiede sorridendo una dignitosa signora seduta al tavolo accanto, in compagnia del figlio e della nuora. «Beata te che puoi viaggiare!» dice lui con lo sguardo lontano. «Noi non siamo liberi». «Questa cena non la possiamo pagare con i nostri stipendi» aggiunge la giovane moglie. Intanto arrivano le loro enormi pizze e mi invitano a mangiare con loro.
Ma io devo andare alla Casa de la Música nella calle Galiano. Antonio – un cameriere uguale a Banderas giovane che sta sulla porta a fumare – mi indica la strada. Sul palco suona dal vivo un nutrito gruppo di tamarri; anche in pista le magliette più di moda sono elasticizzate, stampate nei colori oro e argento. Chi se lo può permettere sfoggia scritte Armani e Dolce & Gabbana in ogni dove, catenoni d’oro e occhiali giganteschi.
Questa ragazza apparentemente minorenne, priva di mutande e in pratica priva anche di gonna, si dimena indefessamente davanti a Lorenzo. Lorenzo, però, a quanto pare non ha intenzione di imparare a ballare.



Un uomo sincero
Manuel doveva palesarsi a las nueve de la mañana in hotel; dunque, intuito rapidamente l’andazzo generale, posso stare tranquilla che come minimo fino a mezzogiorno la mia querida presencia non sarà richiesta. Ne approfitto per raggiungere Plaza de la Revolución, una delle piazze più grandi del mondo. Più di un milione di persone si sono radunate qui durante importanti celebrazioni politiche, ma anche per ascoltare Jovanotti che canta “Penso positivo”.
Su un lato della piazza svetta il Monumento a José Martí, eroe, patriota, rivoluzionario, intellettuale, storico, sociologo, poeta e martire. Si tratta di una torre alta più di cento metri accompagnata da un’enorme statua bianca dell’uomo in questione, accigliato e compreso nel suo ruolo come si conviene. Con l’ascensore si può arrivare al punto panoramico più alto dell’Avana e ammirarla in tutto il suo splendore di grattacieli, giardini, cuadras e mare bluissimo in fondo, mentre gli enormi avvoltoi che svolazzano si ritagliano uno spazio in quasi ogni foto. Se vuoi portare con te la macchina fotografica, il prezzo del biglietto – mezzo stipendio medio di un cubano – raddoppia e già lì ti girano un po’. Quando arrivi su e ti accorgi che tutti gli affacci sono protetti da vetri di una sporcizia incommensurabile, ti senti definitivamente preso per i fondelli.




Al bar dell’hotel cerco di raccogliere informazioni sulla Playa del Este, ma gli interpellati sono troppo impegnati ad appendere enormi angeli dorati a mo’ di decorazioni per la festa in programma la sera, e poi il volume dei video dei Van Van è troppo alto per riuscire a capirci qualcosa. Nell’indecisione ordino una Cristal. In quel mentre sopraggiunge al bancone Lazaro, il quale per prima cosa dice che conosce un po’ di italiano perché sua sorella vive a Milano. Ripensandoci, la consequenzialità logica tra le due affermazioni non è così evidente come mi sembra.
Questo medico specializzando in neurochirurgia vive in costante paranoia per due motivi: uno, gli hanno rubato il cellulare; due, vuole diventare il più grande chirurgo di tutti i tempi. Nel frattempo studia su dei libroni di antiquariato pieni di polvere e – come tutti i cubani un po’ svegli – si arrangia come può. Infatti ci conduce al paladar “La Tasquita”, un ristorante autorizzato dallo Stato, di norma situato praticamente dentro una normale casa. Il cibo è, come promesso, una exquisita comida criolla. Lazaro cita il fatto di cronaca italiano del momento: Berlusconi colpito al volto da un souvenir a forma di Duomo di Milano. «Se mentre parla Fidel» fa lui, «un uomo non dico lancia un Capitolio in miniatura, ma soltanto fa il gesto di lanciarlo, in tre secondi è circondato da un plotone armato». Il futuro neurochirurgo ci spiega inoltre che la sanità a Cuba è totalmente gratuita e molto qualificata; infatti la diffusione dell’AIDS è molto limitata, la speranza di vita è quasi a livelli europei e anche la mortalità infantile ha un’incidenza molto bassa.
Lazaro fa dei turni molto particolari in ospedale, tipo che lavora ventiquattro ore filate e poi per due o tre giorni resta a casa. Siccome oggi è libero, terminato il pranzo ci conduce in un condominio affollato come un alveare, dove possiamo acquistare dei sigari di qualità a prezzo scontato – un’offerta riservata agli universitari ma di cui possiamo approfittare anche noi. Siamo vicini alla celebre gelateria Coppelia, nota per i tempi di attesa così lunghi che innumerevoli coppie si sono conosciute e fidanzate mentre erano in fila; non per niente, nel film Fragola e cioccolato, fa da scenario all’incontro tra lo scrittore omosessuale critico del regime e il bravo giovane studente rivoluzionario.
La sera in hotel c’è la grande festa della vigilia di Natale e l’eleganza regna sovrana. La regola naturalmente è che più oro hai addosso meglio è, ma io – che non sono interessata a ballare – me ne vado a dormire.


La carretera central
¡Buen día, compañeros! La Carretera Central ci attende e con lei tutti i cubani che stazionano sul bordo della strada sventolando delle banconote nella speranza di ottenere un passaggio. Quando ho visto queste situazioni nei film di Tabío ho pensato che fossero state ingigantite per far ridere; invece sono tutte vere.
La prima tappa è Punta Perdiz, dove c’è un mare da sogno e nessuno che ne approfitta: possiamo goderci un bagno favoloso e poi mangiare una grigliata di pesce al tavolino. Siamo nella famosa Baia dei Porci, dove nel 1961 avvenne lo sbarco dei mercenari al soldo degli americani, con l’intento clamorosamente fallito di rovesciare il governo Castro. Questo episodio è celebre perché da lì derivò una crisi internazionale durante la quale il mondo temette seriamente un’esplosione nucleare; in seguito si posero le basi per l’embargo da parte degli USA – o, come dicono qui, il bloqueo -, che d’altra parte dura tuttora e continua a rappresentare un credibile paravento a cui ascrivere tutte le disfunzioni dell’isola.


A breve distanza sorge il Museo di Playa Girón, dove ai visitatori per prima cosa viene propinato un documentario con filmati originali dell’epoca. Certi pannelli ci spiegano che prima del “trionfo del socialismo” i bambini e gli adulti morivano per la carenza di strutture mediche, il tasso di analfabetismo era altissimo, i mezzi di comunicazione erano inesistenti e l’economia sottosviluppata; invece oggi a Cuba la sanità e l’istruzione sono completamente gratuite. In merito all’economia e alle comunicazioni, invece, ci sarebbe qualcosa da ridire – che comunque non viene detta. La propaganda si taglia con il coltello.

La casa de la musica
La vita è una rumba, Boy, una guaracha. Bisogna prenderla come viene, senza aspettarsi troppo. È meglio ballare, bere e divertirsi. Impara da me.
Pedro Juan Gutierrez, Il nostro GG all’Avana
Arriviamo a Trinidad sull’onda di un toccante tramonto che indora la sierra in lontananza, accompagnato dai video di salsa che impazzano al televisore dell’autobus. È ormai buio mentre prendiamo posto nella casa particular. La padrona di casa – una psichiatra dal sorriso più dolce del mondo – ci accompagna sul selciato sconnesso fino alla sua abitazione, ingabbiata da grate di ferro bianche. Ci spiega che per poter affittare le stanze è necessaria un’autorizzazione statale e viene richiesto il rispetto di ben precise regole, oltre al pagamento di corpose tasse.
A cena sul terrazzo si susseguono i soliti, numerosi mojito, che agli italiani non piacciono un granché perché l’erba non è pestata, il ghiaccio è inesistente e lo zucchero di canna non è granuloso. Per loro fortuna qui c’è un altro cocktail tipico, chiamato “canchanchara”, preparato con il miele. Trascorriamo il resto della serata alla Casa de la Música, un locale all’aperto vicino alla cattedrale dove fior di musicisti suonano, diverse coppie ballano e tutti gli altri stanno seduti su un’enorme scalinata simile a quella di Piazza di Spagna. In realtà gli unici cubani che ballano sono maschi e quelli che ballano con le turiste sventolano gran mazzi di banconote. Io invece resto sulla scalinata perché, come si è capito, non ho nessunissima voglia di imparare a ballare.
Sulla via del ritorno ci rendiamo conto che le case colorate con le inferriate sono tutte uguali; quindi, soltanto dopo un lungo peregrinare in questa infinita scacchiera, riusciamo a raggiungere la nostra.


Alla luce del sole risplende la bellezza soporifera di questa cittadina: le facciate delle case turchesi, gialle, verdi o rosa intonacate grazie ai soldi dell’UNESCO, le vie attraversate da carretti a cavallo, i ritagli di luce e ombra stampati sulla strada, le balaustrate e i cortiletti fioriti. E poi una quantità di bambini sorridenti in bicicletta e vecchi stupendi che si muovono a una lentezza strabiliante, certamente chiedendosi che diavolo vogliono da loro tutti questi stranieri.
Trascorsa qualche ora lieta alla spiaggia Ancón, nel pomeriggio siamo di nuovo in giro ad osservare le case di legno, le ampie verande con le panche e le sedie a dondolo, la cattedrale e i diversi locali dove c’è sempre qualche bravissimo musicista che suona, anche se il tutto sembra fatto apposta per i turisti – persino tenere le porte delle case aperte, da dove puoi spiare Tom e Jerry alla televisione, le foto dei bambini nudi e gli animali di peluche.
Per cena, nel terrazzino pieno di fiori della casa particular, ci sono i camarones e la manioca affogati nell’aglio, gli immancabili tostones, cioè il platano fritto a rondelle, e infine la macedonia. «Mi amor, mi amor!» cinguetta la psichiatra tra i suoi libri vecchi e i suoi orrendi cani di ceramica.




Todo santa clara se despierta para verte
Il valente chófer di bus, Pedro – un dentone baffuto con al seguito una bambolina muta dalle acconciature antiquate, sua figlia Wendy) – ci conduce prima nella Valle de los Ingenios e alla Torre Iznaga – classiche destinazioni turistiche – e poi a Sancti Spíritus, dove ci aspetta una domenica pomeriggio di ristoranti chiusi, cani malati e afa immobile.
Digiuni raggiungiamo Santa Clara, dove ebbe luogo la battaglia decisiva della rivoluzione cubana, quella che trasformò in mito il comandante Ernesto “Che” Guevara. Per questo motivo hanno costruito qui il suo monumento, sotto il quale sorge il memorial che contiene le sue spoglie mortali e la fiamma perenne, accesa da Fidel dopo il ritrovamento delle presunte ossa in Bolivia nel 1997.
Un piccolo museo racconta l’avventurosa vita del Che con oggetti personali – tra cui il giubbotto che indossava quando Alberto Korda gli scattò la foto più famosa del mondo. Nelle vicinanze sorge il Monumento al Treno Blindato, che ricorda una delle imprese più eroiche dell’Argentino, quando nel 1958 si impossessò di un convoglio carico di armi e munizioni inviato da Batista a rinforzo dell’esercito regolare.



No quiero aprender a bailar
Qua sono tutti ingegneri dottori, professori, fisici nucleari -, anche quelli che affittano la propria casa ai turisti, cucinano, puliscono e fanno conversazione sfoggiando il loro miglior sorriso. A Remedios, ad esempio, alloggiamo nella casa di José, professore universitario di economia. Suo figlio, che mi viene presentato subito insieme alla fidanzata, insegna invece educazione fisica e scacchi.
José è un incrollabile ottimista. Mi racconta con entusiasmo che viaggia per lavoro – per esempio è stato ospitato in alcuni Paesi del Sudamerica – e non ritiene un problema il fatto che, per recarsi in qualunque altra nazione del mondo, per tutti loro sia necessaria una scoraggiante trafila burocratica. Cuba, infatti, ha stretto accordi con il Cile, con il Brasile e soprattutto con il Venezuela di Chávez, ricco di petrolio, in cambio del quale gli vengono spediti migliaia di medici; però lasciare il Paese non rientra ancora tra i diritti fondamentali di un cubano. Così come mancano all’appello altre fondamentali prerogative, tra cui la libertà di informazione. Questo professore usa internet ma glissa sulla censura, non gli risulta che le mail vengono controllate e non sembra preoccuparlo il fatto che i cellulari, introdotti nel Paese da pochi mesi, abbiano costi proibitivi.

Per soli due giorni ci siamo persi l’appuntamento mondano dell’anno: la Parranda, una sorta di Carnevale che ha luogo la sera della vigilia di Natale. Durante la festa, i due quartieri della cittadina si sfidano in una gara di carri, impalcature, maschere e fuochi d’artificio che richiedono una preparazione segretissima. Al termine della sfida, in realtà, praticamente nessuno si ricorda chi è stato il vincitore – questo per far capire il livello alcolico che si può raggiungere.
I carri abbandonati occupano ancora gran parte della piazza della cattedrale e, se proprio uno vuole approfondire l’argomento, può recarsi al Museo delle Parrandas. Per fortuna noi non ne abbiamo bisogno, in quanto una replica della festa si svolge proprio stasera nel vicino comune di Caibarién. Bancarelle, panini giallo fosforescente, maialini arrosto, giostre, salsa moderna e reggaetón rendono l’esperienza allegra e spensierata; ma io già non ero interessata a ballare la salsa, figuriamoci il reggaetón.




I cayos sono degli isolotti corallini quasi sempre sinonimo di turismo molto poco fai-da-te. Cayo Coco è collegato alla terraferma da una lunga strada, costruita sconsideratamente scatenando le ire degli ambientalisti perché lì vicino nidificano i fenicotteri. Prima di imboccarla c’è un posto di blocco per il controllo dei passaporti; l’accesso, infatti, è vietato ai cubani, i quali potrebbero approfittare della vicinanza con la Florida per prendere il largo e abbandonare il Paese per sempre. Cosa che molti disperati hanno fatto, soprattutto nel período especial, quegli anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica in cui la situazione era drammatica. In spiaggia apprendo dal titolare del baretto che ormai lo Stato chiude un occhio se un cubano coi soldi viene qui previa prenotazione di un ristorante o pagando direttamente l’ingresso; l’importante è che se ne vada entro «las cinco de la tarde».
Questa spiaggia è davvero «un eden di sabbia chiara bagnato da acque cristalline», come potrebbe definirla un catalogo in agenzia viaggi, ma per il resto meno male che siamo rimasti un giorno solo. Intorno ci sono solo grandi e costose strutture alberghiere a svariate stelle, spuntate negli ultimi anni, e villaggi con discoteche gelide, prezzi da paura e turisti tristi. Se non me ne può fregare di meno del ballo, non ci penso proprio ad imparare in una discoteca con aria condizionata situata in un villaggio all inclusive.

¡Al combate, corred, bayameses!
Attraverso enormi campi di canna da zucchero ci dirigiamo verso la provincia di Granma, che prende il nome dall’imbarcazione con cui i rivoluzionari cubani — tra cui Fidel Castro, Che Guevara e il partigiano italiano Gino Donè Paro — partiti dal Messico giunsero a destinazione nel 1956, con lo scopo di abbattere il regime di Batista.
Man mano che ci avviciniamo a Camagüey, possiamo ammirare le campagne con i bufali, gli scintillanti torrenti e le maestose ceibe. Ci fermiamo per una sosta in quella che è la terza città dell’isola, nota per le sue vie tra le quali è facile perdersi. Per questo motivo – una volta cambiati i soldi alla Cadeca, conosciuto l’ennesimo ballerino di salsa con sorella in Italia e visitato il mercato alimentare – è già tempo di correre al bus, parcheggiato nei pressi della stazione dei treni, schivando le migliaia di biciclette.

A Bayamo alloggiamo in un hotel appena fuori dal centro che appartiene alla Islazul – una delle cinque catene alberghiere dell’isola, tutte rigorosamente di proprietà statale. La Islazul è la più economica ed è aperta anche ai cubani: una comitiva, stravaccata nei pressi della piscina, trangugia Havana Club ridendo sguaiatamente. Questa città fiera e bellicosa fu, dopo Baracoa, il secondo insediamento di Cuba ad essere fondato da Diego Velasquez. Qui, inoltre, nacque l’inno nazionale, “La Bayamesa”.
Alla Casa de la Trova, dopo uno sbrigativo concerto dei soliti meravigliosi vegliardi, conosco un cubano molto sovrappeso che ha una macchina fotografica impegnativa e sfoggia mazzette di banconote. È accompagnato dalla sorella povera e dal cognato, e mi offre un drink. Il mistero è presto svelato: qualche anno addietro ha vinto la Lotería del visa e ora vive a Miami. Questo programma speciale di migrazione – conosciuto anche come “bombo” – fu creato nel 1994 e ha permesso ad un certo numero di fortunati diplomati, con esperienza di lavoro e parenti oltreoceano, di emigrare negli Stati Uniti. Inutile stupirsi che il governo di Castro lo avalli, considerando quanto le rimesse dall’estero contribuiscano a non far crollare definitivamente l’economia. Il cubano emigrato in Florida mi è molto simpatico perché – avendo capito al volo il mio totale disinteresse per la bachata – non ci pensa proprio a invitarmi a ballare.



Al Parco della Sierra Maestra i turisti vanno a fare il trekking nelle stesse selvagge location in cui, alla fine degli anni Cinquanta, si rifugiarono i rivoluzionari di Fidel durante la lotta armata contro il regime di Batista. Dal Parque Nacional Turquino si raggiunge la Comandancia de la Plata, il quartier generale dell’esercito rebelde a partire dal 1957. Da Villa Santo Domingo partono le costosissime escursioni guidate – circa trenta euro, quattro in più se vuoi portare la fotocamera, com’è consuetudine a Cuba. Alex, la guida, mi fa presente che allo Stato non importa nulla di abbassare i prezzi, tanto c’è il monopolio; a loro, invece, li pagano una miseria, quindi se non fosse per la nostra mancia lui col cavolo che continuerebbe a fare questo lavoro.
Dall’Alto del Naranjo – situato a quasi mille metri – la vista è spettacolare e si possono raccogliere i mandarini direttamente dagli alberi. Poi partiamo per un trekking di circa tre chilometri tra le tipiche specie delle foreste tropicali. Infine, giunti nel quartier generale dei rivoluzionari, visitiamo la capanna che veniva usata come ospedale, l’ufficio della stampa, il museo e la casa di Fidel: la struttura in legno è stata ricostruita, ma al suo interno ci sono ancora gli arredi originali, frigorifero compreso.


Ieri ribelle, oggi ospitale, sempre eroica
Brezza e alcol nelle ruote. / Andrò a Santiago. / Corallo nella tenebra. / Andrò a Santiago. / Il mare affogato nell’arena. / Andrò a Santiago. / Caldo bianco, frutta morta. / Andrò a Santiago. / O bovina freschezza delle piantagioni di canne! / Andrò a Santiago.
Federico García Lorca, “Son de negros en Cuba”
La conoscenza di Santiago de Cuba inizia dal Castillo del Morro: una bellissima fortezza spagnola del 1600 posta a difesa della baia, da cui si gode una stupenda vista sul mare e sul Cayo Granma. Il museo sulla pirateria ci illustra la differenza tra pirati, filibustieri, corsari e bucanieri – tutti personaggi con cui questa città ha avuto a che fare per lungo tempo.



Durante la mia passeggiata nel centro di Santiago, vengo allegramente invitata a bere una birretta in questo grazioso terrazzino affacciato sul mare. Il padrone di casa ci tiene a raccontarmi come funziona il mercato nero: a causa dei prezzi alti il pesce e il manzo – monopolio dello Stato – sono praticamente inavvicinabili, mentre del pollo e del maiale, più economici, hanno tutti le tasche piene. E anche in merito al fabbisogno nazionale non si scherza, visto che sono costretti ad importare anche cibi di base come il riso.
Mi spingo attraverso il quartiere francese fino alle zone più popolari. In occasione della vigilia di Capodanno gli abitanti lavano le auto – chi le ha -, ballano per strada, arrostiscono maialini da latte in ogni dove e fanno la fila per comprare birra alla spina. I cubani in realtà sono spesso in coda perché hanno la libreta – la tessera con la quale lo Stato, a prezzi di favore, distribuisce alcuni prodotti. Le quantità e la scelta di tali beni di prima necessità lasciano molto a desiderare, e a quanto pare anche i tempi di consegna.
Mentre sto tornando in albergo, vengo inavvertitamente accalappiata dal giovane guardiano dello zoo più triste della terra. Lui e il suo collega mi mostrano questi poveri animali ingabbiati che non se la passano benissimo, soprattutto i leoni: hanno la fossa vicina alla mia stanza e lanciano urla da film dell’orrore che già la scorsa notte mi hanno fatto venire brividi su tutto il corpo. Il guardiano mi spiega che si agitano perché avvertono l’odore dei maialini arrostiti e gli viene l’acquolina in bocca. Questo ragazzone ha poco meno della mia età e ha già un figlio ventenne. Loro fanno tutto in fretta e furia, afferma.




Ordino un refresco al tavolino vicino alla piscina dell’hotel. L’attempato bagnino si avvicina con cortesia e – come ormai è abitudine – dopo soli cinque minuti è innamorato perso. Mi spiega con tristezza che la sua sofferenza è di non potermi invitare a cena, perché non potrebbe permettersi di pagare il conto. Tutti in questo Paese preferiscono lavorare a contatto con i turisti perché le mance, anche le più irrisorie, per loro sono superiori alla paga di una giornata di lavoro. In pratica, un lavapiatti guadagna molto più di un insegnante.
Sono le sei: in Italia è già iniziato il 2010.
Per l’ultimo dell’anno nella Piazza centrale è allestito un sontuoso concerto, mentre sulla terrazza dell’Hotel Casa Granda – dove alloggiava Graham Greene mentre scriveva Il nostro agente all’Avana -, oltre agli avanzi del cenone, è spiaggiato un malinconico repertorio di facce sfatte di turisti anglosassoni che indossano ridicoli cappellini, trombette e altri gadget. Poiché non sono cubana, anche io posso andare a bermi un paio di piña colada al bancone in tutta tranquillità. A mezzanotte esplodono i fuochi d’artificio.
Alla Casa de la Música il gruppo che suona non è male, ma l’ambiente è buio e freddo. Mentre sono fuori in strada a fumare, attacca bottone questo ragazzo che mi mette in guardia da quei personaggi che si avvicinano per ottenere qualcosa da me. Anche lui – mi racconta – un tempo era così, ma adesso che ha fatto fortuna mi può addirittura offrire una birra. Brindiamo alla sua conversione, e soprattutto alle sue amiche che gli mandano i soldi dall’Europa.

E infine, alla Casa de la Trova chiacchiero con il sedicente nipote di Ibrahim Ferrer – il cantante dei Buena Vista Social Club dagli occhietti vispi – e poi vengo abbordata da questo mulatto di nome Angelo, ma soprannominato Leonardo poiché, oltre ad essere un pittore, è pure un inventore come Leonardo da Vinci. «I negri sono eccessivi in tutto» si lamenta, «non sono raffinati». Angelo se ne vuole andare da Cuba e – come da copione – dopo manco cinque minuti è folle d’amore, nonostante io gli abbia detto sin dall’inizio che non voglio imparare a ballare. Parte dunque la consueta sequela di «te quiero, te deseo» e, in poche parole, sono già pronte le bomboniere.
Non si sa come, ma riesco a raggiungere la habitación con un taxi abusivo: il solito carro rosso degli anni Cinquanta, che da fuori è stato riverniciato tante di quelle volte che è sicuramente diventato più voluminoso di quello che era, ma dentro è un ammasso di ruggine e pezzi ricavati da chissà quali altri mezzi meccanici, che per la grazia di Dio si tengono ancora assieme.

Cien años de soledad
Baracoa, la capitale del cacao, occupa la punta più orientale dell’isola. È faticoso spingersi fin qui, ma il paesaggio tropicale è sicuramente il più ameno che io abbia mai visto. Superata Guantanamo, fuori dal finestrino cominciano a scorrere i cactus, i palmeti e le pareti scoscese della costa Imías, finché si è costretti a tagliare nell’interno percorrendo la serpeggiante Strada La Farola. Man mano che ci si avvicina, la vegetazione diventa sempre più verde brillante di palme da cocco, banani, mango, guayaba, caffè e cacao.
Baracoa è rimasta isolata dal resto dell’isola per circa 450 anni; infatti, fino agli anni sessanta, era raggiungibile solo via mare. La cattedrale custodisce la croce che probabilmente Cristoforo Colombo piantò sulla spiaggia di Baracoa nel suo primo viaggio – o, più verosimilmente, che qualche altro spagnolo dell’epoca fece finta di portare dall’Europa. Di fronte alla chiesa c’è il busto del capo indio Hatuey, il primo guerrigliero cubano, il quale dopo mesi di strenuo combattimento fu torturato e ucciso sul rogo dagli spagnoli. Intorno si trovano gallerie d’arte e centri culturali, murales e fiancate di legno dipinto, locali e bancarelle, corsi di salsa e turisti europei rapiti dall’atmosfera. Procedendo lungo la strada panoramica si può ammirare tutta la baia arrossata dall’atardecer, con quel trapezio dello Yunque a fare da guardia, fino a raggiungere il Malecón, guarnito da orrendi palazzi, alcuni dei quali sventrati dal tremendo uragano del 2008.


Lo Yunque è un’altura con la sommità piatta, già citata da Colombo nel diario del suo primo viaggio. Volendo se ne può raggiungere la cima, tanto è alta meno di seicento metri, ma noi ci accontentiamo di un’escursione nella foresta vergine, dove osserviamo delle piante rare e anche una piscina naturale. La guida – un negro aitante che negli anni ottanta fu spedito da Fidel a combattere in Angola – durante la piacevole passeggiata mi mostra le piante tipiche come la papaya e l’ananas, i fiori come la mariposa (simbolo di Cuba) e vari uccelli tra cui il colibrì. La montagna a forma di incudine si intravede ogni tanto tra le palme, finché non arriviamo al fiume. Qui bisogna prima togliersi tutti i vestiti, poi guadare stando attenti a non bagnare la borsa e soprattutto a non farsi spazzare via dalla corrente. Potrebbe anche capitare di poggiare male il piede sui ciottoli arrotondati e scivolare perdendo una o più ciabatte.
La Playa Maguana è apparentemente molto invitante grazie alla sabbia bianca, alle palme d’ordinanza, al mare color paradiso e al fatto che non c’è nessuna struttura di cemento in vista. Peccato però i tedeschi alcolizzati e sbruffoni che frequentano il bar, le scrofe che ficcano il muso negli zaini rubando pacchi di cracker interi e fanno pipì sugli asciugamani, i cani randagi e i venditori di noci di cocco, oggetti in legno e cacao che non ti lasciano un minuto in santa pace.



Ci siamo sistemati presso la casa particular di Rafael e Yasmin. A lui in paese lo chiamano El Gordo a causa della sua enorme stazza, e quando lo dicono allargano un po’ i gomiti. Lei si chiama Yasmin perché negli anni settanta andavano di moda i nomi di donna che iniziano con la Y. Entrambi al momento hanno lasciato i loro precedenti lavori e si occupano solo della casa, per cui si sono specializzati nella cucina e nella preparazione di cocktail: El Gordo – si autopubblicizza – prepara il miglior mojito che abbiamo mai assaggiato in vita nostra.
Anche a Baracoa ho frequentato la Casa de la Trova, dove naturalmente tutti vogliono insegnarmi a ballare o a suonare qualche strumento; il melodramma è dietro l’angolo non appena confesso che non mi piace la salsa o che non voglio sposare il ballerino di turno. Una sera un amico dell’autista – che indossa un cappellino a visiera e una collana invadente – mi porta alla Terrazza, un locale poco distante dove assistiamo a una serie di balletti supercoreografici. Il tipo non è affatto un rompiscatole come gli altri e mi offre pure da bere; ma purtroppo è accompagnato da un insopportabile amico sovrappeso interamente vestito di bianco, così sono costretta ad abbandonarli al loro destino e a seguire lo spettacolo in solitudine.
L’ultima sera pioviggina. Vado di nuovo alla Casa de la Trova e alla Terrazza, ma non ne posso più di tutta questa gente che dice sempre le stesse cose, degli occhi da pesce lesso, di quelli che vogliono insegnarmi a ballare, del presentatore pomposo, del tizio col cappellino e del suo amico vestito di bianco e dei fondoschiena a mongolfiera dentro ai pantaloncini corti. Insomma, vado a dormire presto.

Triste solitario y final
A colazione, mentre bevo un delizioso frullato di fruta bomba – come chiamano la papaya a Cuba -, Rafael guardando il mio passaporto mi comunica che siamo nati lo stesso giorno. Ci tiene che io sappia che il 10 ottobre è una data simbolica molto importante per l’isola, perché in quel giorno, nel 1868, il dueño Carlos Manuel de Céspedes liberò tutti i suoi schiavi al suono della campana dell’ingenio e da lì ebbe inizio la lotta contro la dominazione spagnola.
Sul lungomare nuvoloso, prima di partire, un nodo in gola mi prende mentre dal bar sparano a tutto volume un pezzo di Eros Ramazzotti che canta in spagnolo. Osservo gli abitanti di Baracoa pazientemente in fila per le galletas, e la tenerezza mi invade guardando Pedro che, accanto al bus Viazul, sorride nonostante la stanchezza, mentre si abbottona la camicia azzurra da autista, appena indossata sopra la canottiera verdone.
La strada è la stessa dell’andata, con i cactus, la costa scoscesa, le fitte palme e la sosta nell’anonima periferia di Guantanamo per mangiare le indigeste pizzette al formaggio. Nel bus intanto si accumulano banane e mandarini per la famiglia di Pedro. Lungo il tragitto è un continuo di manifesti di propaganda governativa, che per esempio vorrebbero far venire voglia di lavorare grazie a queste simpatiche formiche che recitano: «¿Nosotros trabajamos y tu?»


Mi sveglio a Santiago, in plaza de la Revolución, davanti al monumento equestre ad Antonio Maceo – una statua circondata da venticinque lame di machete. Dopo estenuanti ore di attesa all’aeroporto, arrivo congelata all’hotel dell’Avana: ci sono circa venti gradi di differenza tra il profondo oriente meridionale di Santiago e la capitale, che sta esattamente sopra al Tropico del Cancro.
L’ultimo giorno di vacanza un taxi collettivo mi porta al centro dell’Avana. Lazaro mi ha dato appuntamento alle tre, ma arriva circa due ore e mezza dopo, nonostante possieda un orologio digitale parecchio ingombrante. Il problema è che casa sua si è allagata: infatti, in questo paese pieno di cervelloni, l’acqua è razionata e arriva – se va bene – due volte al giorno, per cui gestire queste cisterne casalinghe a volte è una sventura.
Seduta accanto a lui sulla scalinata dell’Università dell’Avana, con in mano un libro di Graham Greene tradotto in spagnolo, mi chiedo come si faccia a vivere senza acqua, ma con l’armadio pieno di scarpe All Star. Come si faccia a guadagnare dieci euro al mese e spenderne centocinquanta per comprare un cellulare. Come si faccia a diventare il più grande neurochirurgo di tutti i tempi studiando su libri così vecchi. Come si fa a vivere in un mondo che ci mette in testa dei desideri così poco naturali, e poi non ci permette nemmeno di esaudirli. E mentre guardo i muri scrostati, i ragazzi che giocano a pallone e il cielo nuvoloso che incombe, mi domando in cosa consisterebbe secondo loro questa justicia tanto sbandierata e fino a quale victoria, precisamente, dovrebbero combattere. Quando invece tutti sappiamo come andrà a finire: andrà a finire nel solito modo, e in quello sì che stiamo diventando tutti uguali, come qualcuno sognava.



Alle sette non arriva il bus prenotato per l’aeroporto, per cui mi imbosco in un altro guagua che sta caricando della gente. Il viaggio di ritorno non me lo ricordo bene, mi sa che ho dormito quasi sempre. E poi ho pensato al fatto che il Cuba Libre non si fa con la Coca Cola ma con la TuKola, ad esempio; o che a scuola insegnano gli scacchi, forse perché piacevano al Che; al motivo per cui usano barricarsi in casa con tutte quelle grate così elaborate e poi alla passione per il baseball. Mi sono domandata se è meglio avere i muri tappezzati con le frasi poetiche del Che oppure le città piene di manifesti di femmine provocanti in biancheria intima e faccioni rivoltanti di politici. E poi, prima di chiudere gli occhi, mi sono venute in mente quasi tutte le facce di quelli a cui avevo detto che non volevo imparare a ballare.





