UN GIORNO IN GAMBIA

I supporter di Jammeh

Appena si passa il confine tra Senegal e Gambia, improvvisamente nessuno più parla una parola di francese: poiché la lingua ufficiale qui è l’inglese, finalmente imbastii tutte quelle scherzose conversazioni che in Senegal mi erano state precluse. Forse è per questo che trovai i gambiani così spassosi, a cominciare dal cambiavalute ricciolino con cui mi intrattenni per tutto il tempo in cui attesi il timbro sul passaporto. Dai finestrini dell’autobus scorrevano le solite file e file di negozi con insegne disegnate a mano; intorno polvere, terra, magliette colorate, piedi nelle ciabatte di gomma.

A Banjul la fila di camion che si apprestavano a salire sul traghetto non prometteva niente di buono. Salire a piedi fu una procedura rapida, nonostante la fiumana multicolore dal sapore biblico che affollava il ferry boat, e in un tempo umano fummo a Barra. Il nostro pulmino, invece, ci avrebbe raggiunto circa sei ore dopo. Proprio quel giorno era in corso una manifestazione dei supporter dell’ex presidente Jammeh, che non solo avevano intasato la strada per Banjul, ma avevano monopolizzato i traghetti successivi al nostro. Sui loro vivaci abiti in tessuto stampato campeggiava la faccia di uno dei più crudeli e bizzarri dittatori della storia recente.

Yahya Jammeh ha governato il Gambia dal 1994 al 2017 con un sadismo venato di follia. Gli arresti e le torture erano il suo passatempo preferito, mentre la Banca Centrale e la National Petroleum Corporation erano praticamente i suoi bancomat personali. Sosteneva di poter curare l’AIDS a mani nude e minacciava regolarmente di tagliare la gola agli omosessuali. Non è un caso se questo minuscolo Stato era da anni tra i primi dieci paesi d’origine dei migranti che tentavano la traversata del Mediterraneo. Nel 2017 Jammeh aveva perso le elezioni ed era stato costretto all’esilio in Guinea Equatoriale, dove si dedicava all’agricoltura protetto da una dittatura persino peggiore della sua.

Vedere i membri del suo partito sfilare a Barra mi fece uno strano effetto. Ai vecchi tempi godevano di uno status invidiabile e in quel momento bramavano il ritorno del loro idolo per riprendersi i privilegi perduti. Giusto un paio di giorni dopo il nostro passaggio, questi scalmanati di verde vestiti si sarebbero scontrati a colpi di pietre con i sostenitori del presidente in carica Adama Barrow.
Negli anni successivi, per vincere le elezioni, lo stesso Barrow avrebbe stretto un’alleanza di governo proprio con il partito di Jammeh. Questo accordo avrebbe garantito l’impunità ai vecchi torturatori, bloccando i processi e lasciando il Gambia in una crisi economica cronica che continua ad alimentare l’esodo dei giovani verso l’Europa.

A due passi dall’imbarcadero, un cartello scolorito mostrava il simbolo dell’UNESCO accanto alla scritta “Fort Bullen”. Inizialmente pensai alla boutade di qualche buontempone, ma poi capii che la fortezza faceva davvero parte del patrimonio “Kunta Kinteh Island and related sites”. A differenza delle altre fortificazioni della zona, il forte Bullen fu costruito nell’Ottocento dagli inglesi con l’intento opposto a quello classico: non per controllare il commercio degli schiavi, ma per ostacolarlo, visto che nell’Impero britannico era appena diventato illegale. La fortezza in realtà rispondeva alla necessità geopolitica di Londra di esercitare il monopolio navale sulle rotte atlantiche, colpendo la logistica delle potenze rivali – francesi e portoghesi – che continuavano a estrarre merce umana dai fiumi africani.

A parte questa breve parentesi storica, le sei ore trascorse nei paraggi del terminal di Barra non furono affatto noiose. Con il flusso turistico sensibilmente calato negli ultimi anni, un gruppo di bianchi rappresentava una ghiotta occasione per qualunque gambiano un po’ scaltro. C’era chi tentava di estorcere denaro e chi cercava un numero di telefono in vista di un eventuale visto per l’Europa. Le proposte di matrimonio fioccavano una dopo l’altra, tutte con la medesima clausola commerciale: non sarei stata l’unica moglie, ma sarei stata trattata come una regina. Naturalmente non tutti erano così venali: la maggior parte delle persone voleva semplicemente chiacchierare per ingannare il tempo.

Insomma, il terminal dei traghetti si dimostrò una passerella affascinante di gente carica di fagotti, tra i quali ogni tanto non era difficile riconoscere qualche pacchiana comitiva bianco-verde dei supporter di Jammeh, sfrontati nei loro canti e balli, del tutto indifferenti al sangue che il loro idolo si era lasciato alle spalle.

ALTRA AFRICA

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