La valle di Rugova
Arrivo in Kosovo su consiglio del mio vicino di tavolo in un ristorante albanese che, tra un sorso di raki e l’altro, mi ha scritto le indicazioni su un foglietto: Valbona → B. Curri; B. Curri → Gjakovë; Gjakovë → Pejë; Pejë → Bjeshkët e Rugovës. A quanto pare devo cambiare quattro mezzi: non si prospetta una giornata rilassante.
Con il secondo furgon passiamo la dogana ed entriamo in un nuovo territorio: bar affollati, hotel pieni, aria di vacanza, cartelli stradali in serbo, albanese e inglese. Ma soprattutto, ovunque spuntano palazzi in costruzione, la maggior parte non ancora finiti, col mattone vivo e senza intonaco.


A differenza degli scassati mezzi albanesi, l’autobus che collega Gjakova a Peja è nuovo di zecca e ha l’aspetto molto più europeo. I passeggeri sono silenziosi, si ascolta un programma radiofonico kosovaro e alle pareti sono affissi manifesti pubblicitari di corsi di formazione o offerte di lavoro in Svizzera e Germania. Anche per le strade numerose auto di grossa cilindrata sono targate CH oppure D.
Scoperta la mia provenienza, un passeggero si precipita a sedersi vicino a me: mi racconta la sua vecchia vita da emigrato in Italia e si offre di aiutarmi a raggiungere le montagne di Rugova, l’ultima meta scritta sul pezzo di carta.
Un tassista mi conduce attraverso una gola dalle pareti di roccia: la strada si inerpica tra tornanti e strettoie, entra in gallerie naturali e costeggia il fiume Lumbardhi, che scorre più in basso. Alla fine mi lascia in questo camp, suggerito dall’ex emigrato, praticamente identico agli hotel di Valbonë, dove a pranzo le famiglie accorrono per mangiare le trote allevate nei vasconi.



Dopo Theth e Valbona ho raggiunto la terza e ultima destinazione nelle Alpi albanesi: la Valle di Rugova, una delle mete turistiche più note del Paese fin dai tempi della Jugoslavia. Durante il Medioevo da qui passava la via carovaniera che collegava Peja a Ragusa. In tempi più recenti, in queste foreste si nascondevano i guerriglieri armati dell’Esercito di Liberazione Kosovaro (UÇK), mentre i contrabbandieri l’attraversavano per entrare e uscire indisturbatamente dal Montenegro. Oggi il posto propone ai turisti numerose attività all’aria aperta, relax nella natura e prodotti genuini della terra. Al progetto “Peaks of the Balkans” – trekking transfrontaliero tra Kosovo, Albania e Montenegro – è stato recentemente assegnato il premio “Tourism for Tomorrow“, un riconoscimento internazionale in materia di turismo sostenibile.

La strada che attraversa la valle oggi è asfaltata per una ventina di chilometri circa; ci sono diverse guesthouse, ristoranti e alcuni edifici in costruzione. Tutto sembra idilliaco, finché non inciampo in una montagna di spazzatura puzzolente mentre raccolgo i mirtilli. Nella valle sono sparsi tredici piccoli villaggi: a Bogë, l’ultimo prima del confine, la gola si allarga in pascoli, boschi e valli secondarie. Ci sono gli impianti di risalita e le baite in stile valdostano, mentre l’Austria ha fornito i capitali per costruire un albergo a svariate stelle.
Purtroppo, anche se la valle di Rugova dista pochissimi chilometri dal Montenegro, non riesco a portare a termine il mio personale progetto transfrontaliero sui “Picchi dei Balcani”. Infatti la famiglia kosovara, automunita, con cui trascorro questi pochi giorni, non ne vuole proprio sapere di attraversare la frontiera: al di là di essa vivono i serbi che hanno abbandonato il Kosovo. Alla faccia del “turismo di domani” e del Parco per la pace dei Balcani.

Al bazar di Peja, a parte i formaggi, gli oggetti in legno e i vestiti tradizionali, il resto è una paccottiglia inguardabile. Nelle vetrine sono esposti chiassosi abiti acrilici lunghi fino ai piedi, lucidi e pieni di balze e volant, paillette, perline, oro e argento. Li indossano manichini storti e pieni di graffi, con finti capelli arruffati e a volte privi di arti. Il target di riferimento penso sia costituito soprattutto dagli emigrati in Europa occidentale che tornano per le vacanze e saranno invitati come minimo a un paio di matrimoni. A quanto pare, una buona fetta delle rimesse dei kosovari all’estero – che costituiscono il grosso dell’economia del Paese – viene sprecata in cerimonie da oltre ventimila euro; l’altra categoria commerciale più presente in città è infatti quella dei regali di nozze.



Tra le moschee e le chiese cristiane, e anche fuori città, tra una cascata e un cartellone di promozione turistica, molte lapidi di marmo commemorano gli ex combattenti dell’UÇK: eroi per qualcuno, spietati terroristi per molti altri. L’attuale Primo Ministro, Hashim Thaçi, detto “Serpente”, ne era uno dei leader prima di assumere il governo del Paese e condurlo all’indipendenza – e prima ancora di essere accusato di una serie di nefandezze.
Dovunque sventolano le bandiere con l’aquila bicipite nera su sfondo rosso, solo a volte affiancate dalla bandiera ufficiale del Kosovo: una macchia gialla su sfondo blu più sei stelline bianche.


Sono passati quattordici anni dai bombardamenti della NATO e cinque anni e mezzo dalla proclamazione unilaterale dell’indipendenza, ma molti Stati, tra cui la Serbia, continuano a non riconoscere il Paese. Per le strade di Peja circolano tante camionette e jeep con la bandiera italiana, austriaca e slovena: sono i contingenti del KFOR, la forza militare internazionale che dalla fine della guerra presidia il territorio. Alcuni di loro proteggono i due monasteri ortodossi dell’area: il patriarcato di Peja e il monastero di Dečani, «la Cluny dei Balcani, paradiso blindato, protetto dagli italiani sotto bandiera Onu», come la definisce Paolo Rumiz nel libro Gerusalemme perduta.
Attraversando la campagna costellata di cimiteri ed edifici abbandonati, raggiungo la base italiana di Belo Polje (il “Villaggio Italia”), quartier generale del Multinational Battle Group West.


Agron nel frattempo mi ha comprato un regalo: un quadro in velluto rosso su cui campeggiano l’aquila albanese e la macchia gialla kosovara, affiancate, entrambe realizzate con minuscole pietre. Vuole che mi rimanga un bel ricordo del suo popolo. Vedere le due bandiere sempre appaiate mi fa credere che la nascita di un unico Stato sia il sogno di tutti, ma mi sbaglio.
Mentre mangiamo l’anguria, tagliata a fettine sottili dal personale del ristorante, Agron mi racconta cosa successe nel ’91. «Ero in Italia già da tre anni» fa lui. «All’epoca gli stranieri erano pochi e di lavoro ce n’era quanto ne volevi. Avevo sempre detto a tutti di essere albanese: che ne sapevano loro del Kosovo? E poi non volevo star lì a spiegare. Poi arrivò lo sbarco degli albanesi in Italia e cominciai a dire che ero kosovaro: sai, non volevo mischiarmi con quei teroni lì. I miei concittadini allora si meravigliarono: “Ma fino a ieri non eri albanese?” mi dicevano». E giù a ridere col succo dell’anguria che cola. «In Italia mi ero trasferito prima che tutto iniziasse, per incontrare un tipo che mi doveva portare in America. Avevo quindici anni. Al luogo dell’appuntamento quel signore non si vide; lo aspettai per ore, finché si avvicinò un veneto che mi propose un lavoro».
Blerta andava ancora a scuola quando lui è partito. Mentre mangiamo i peperoni arrosto, mi racconta della sciagura che seguì alla decisione di Milošević di togliere l’autonomia al Kosovo. «La scuola fu serbizzata e noi ci rifiutammo di frequentarla: ci riunivamo in case private e facevamo lezione nelle cantine e nei sottoscala, sempre con la paura che qualcuno ci scoprisse». Per fortuna tutto è andato per il meglio: lei e tutto il resto della famiglia hanno raggiunto Agron in Italia e adesso hanno quattro figli che studiano a scuola, senza contare che possono permettersi di tornare nella loro terra per le vacanze, approfittando per curarsi i denti, fare scorte di derrate alimentari e strafogarsi di qebap.


Sembra che io continui a girarci intorno a questa ex Jugoslavia. Prima qualche puntata nella Slovenia di confine e in Istria, poi alle Porte di Ferro, in Romania, dove della Serbia sentivo solo l’odore. E ora in Kosovo, capitata per caso grazie a un foglietto scritto da un albanese che vive in Toscana. E anche adesso che sono qua, qualcosa mi dice che sto continuando a girarci intorno.






