slovacchia

MITTELEUROPA

Moravia e Slovacchia

Alla stazione di Brno viene a prendermi Ingrid, con cui attraverso il centro storico, apprezzando subito i magnifici palazzi austroungarici e il festoso clima estivo di bancarelle e sedie a sdraio. La statua equestre di Jobst di Moravia ci ricorda le origini medievali di Brno, quando era la sede dei margravi del Lussemburgo, importanti governanti feudali di confine nell’ambito del Sacro Romano Impero. Uno di loro, alla fine del 1300, era appunto il nostro Jobst, un sovrano ambizioso e versatile, che dominò le lotte in corso all’interno della dinastia lussemburghese. La recente statua in bronzo in piazza Moravia è alta otto metri e raffigura in maniera piuttosto controversa un cavaliere in armatura seduto su un cavallo con delle zampe per qualcuno troppo lunghe.
Lo stinco di maiale che abbiamo ordinato alla locanda “U Semináru” è delizioso e la birra, leggera ed economica, mi ricorda che sono di nuovo nella Repubblica Ceca (anzi Cechia, il nuovo nome ufficiale). 
Dopo cena ci troviamo sulla terrazza di una casa privata dalla quale si vede il castello dello Spielberg illuminato. Tra un bicchierino, un dolcetto e un aneddoto frizzante, gli ospiti scherzano sul fatto che, in un’ipotetica accelerazione dell’aggressione russa verso ovest, prima di loro ci sono, per fortuna, la Polonia e la Slovacchia.

Il Gruppo di Visegrád

Insieme all’Ungheria, questi tre Stati fanno parte del cosiddetto Gruppo di Visegrád, un’alleanza culturale e politica costituitasi nel 1991. Negli ultimi anni il quartetto si è spesso rivelato un terreno di scontro, visto che la Polonia e l’Ungheria si sono distinte per la svolta illiberale del proprio governo, al contrario della Slovacchia e della Repubblica Ceca che hanno mantenuto una linea europeista. Recentemente, la situazione in Ucraina aveva spaccato in modo ancora più grave l’alleanza, con l’Ungheria su posizioni più filorusse e le altre tre compattamente a sostegno dell’Ucraina.
Nel momento in cui scrivo, tuttavia, alcune autorevoli voci di Slovacchia e Polonia (in concomitanza con le rispettive elezioni parlamentari) stanno cambiando idea sull’invio di armi a Kiev, senza contare il problema delle importazioni di grano a basso costo dall’Ucraina. La Slovacchia, oltretutto, si sta spostando verso posizioni ultra-conservatrici e anti-immigrati che la avvicinano all’Ungheria, mentre in Polonia sta accadendo esattamente l’opposto. Non è un caso che trasformazioni così eclatanti riguardino proprio questi Stati che si trovano in prima linea, ai confini dell’Europa.

L’obiettivo principale del mio viaggio era conoscere la Slovacchia, un Paese non molto turistico, che non possiede una capitale prestigiosa come Praga o Budapest e il cui popolo ha un’identità per molti indistinguibile da quella ceca. Non essendoci voli diretti, ne ho approfittato per visitare Vienna e per fare un salto in Moravia. Questi Stati, accomunati dalla cristianità romana, sono stati per lungo tempo parti integranti del crogiolo culturale asburgico, nel secondo Novecento erano attraversati dalla Cortina di ferro, mentre oggi sono membri dell’Unione Europea.

Slovacchia - Bratislava

Le cantine della Moravia

Brno è il capoluogo della Moravia Meridionale, che oggi andremo ad esplorare insieme alla folta comunità locale di expat. Tanti stranieri come Ingrid, italiana, e suo marito Bjorn, islandese, hanno deciso di trasferirsi in questa città che ospita diverse fabbriche e multinazionali conosciute a livello mondiale. Molti di loro hanno trovato molto conveniente il costo della vita qui rispetto agli stipendi a cui potevano ambire, anche se ultimamente i prezzi sono aumentati parecchio ed è sempre più difficile trovare alloggi economici.
Un treno con cambio ci conduce a Kobylí, dove ci aspetta per prima cosa la visita al museo etnografico. Quindi intraprendiamo una lunga passeggiata sotto il sole cocente tra i vigneti per cui la regione è famosa, facendo una sosta al Kobylí vrch, terrazza panoramica in legno a forma di spirale, e raggiungendo poi le cantine di Vrbice, delle specie di grotte che mi ricordano i cosiddetti “palmenti” di Pietragalla, in Basilicata.
Infine il pezzo forte della giornata: la degustazione in una delle tante aziende vinicole della zona. Piuttosto alticci torniamo in città con un comodo autobus, terminando la giornata in birreria con i pochi partecipanti non ancora paghi, degno coronamento di una bellissima giornata nella quale ho conosciuto tante persone provenienti da tutto il mondo.

La fortezza di Brno

A parte le opere di Mies van der Rohe, l’edificio storico più celebre di Brno è la fortezza dello Spielberg, nota in Italia soprattutto per aver alloggiato nelle sue celle molti patrioti italiani nel periodo risorgimentale. Oggi è sede di un museo che vado a visitare in questa ultima giornata molto calda, smadonnando con il mio bagaglio sulla ripida salita.
Durante la Guerra dei trent’anni, grazie anche a questo edificio difensivo, Brno resistette all’attacco dell’esercito svedese per ben 112 giorni, finché finalmente gli assedianti decisero di rinunciare se non fossero riusciti a conquistare la città prima di mezzogiorno del giorno dopo. I cittadini di Brno, temendo un ripensamento e ansiosi di essere liberi dall’assedio, convinsero i parroci a suonare le campane ogni ora con qualche minuto di anticipo, così il giorno dopo il mezzogiorno fu suonato un’ora prima e gli svedesi iniziarono la ritirata: da allora le campane suonano ogni giorno il mezzogiorno alle 11:00 in memoria della liberazione della città. La leggenda narra che il comandante che aveva decretato la ritirata fosse immortale e che l’unico modo per ucciderlo fosse mediante una palla di vetro lanciata a mezzanotte secondo uno speciale rituale magico: a questo fanno riferimento le biglie di vetro all’interno dell’orologio astronomico in Náměstí Svobody, che emettono un suono a intervalli regolari. Esattamente alle 11 (il “mezzogiorno di Brno”), la biglia appare in uno dei quattro fori di rilascio più bassi dove può essere afferrata e conservata come souvenir.

Successivamente lo Špilberk fu trasformato nella fortezza barocca più imponente sul territorio moravo, diventando fondamentale per respingere l’assedio delle truppe prussiane di Federico il Grande. Quando la città venne occupata da Napoleone (alle sue porte venne combattuta la battaglia di Austerlitz), la fortezza fu parzialmente distrutta. L’edificio fu completamente trasformato nel 1820 nel carcere più duro dell’Austria, dove furono imprigionati anche i prigionieri politici che lottavano per ottenere l’indipendenza dall’Impero austriaco e i diritti democratici nelle loro nazioni. Nel periodo dell’occupazione nazista diventò un campo di raccolta e di concentramento di prigionieri e detenuti politici, una parte dei quali fu uccisa, una parte trasportata nei campi di sterminio. Negli ultimi mesi di guerra i nazisti costruirono le casematte nella parte sottostante e installarono una ghigliottina, la quale per fortuna non poté entrare in funzione poiché l’armata sovietica liberò Brno nell’aprile del 1945.

Dall’alto della collina si vede un bel panorama della città, tra cui spicca l’abbazia agostiniana di San Tommaso, guidata da Gregor Mendel, il precursore della genetica moderna. Mentre il celebre biologo e matematico coltivava piselli e compiva i suoi celebri studi sui caratteri ereditari, fuori cambiava la storia dell’Europa. A Brno nacque, tra l’altro, Kurt Friedrich Gödel, uno dei più grandi logici di tutti i tempi.

Gattonando a Bratislava

Con il nome magiaro Pozsony, Bratislava per lungo tempo appartenne al regno d’Ungheria, mentre con il nome tedesco Pressburg viene ricordata nei libri di storia come sede della stipula del trattato di pace dopo la battaglia di Austerlitz. Nel 1918 assunse il nome odierno, ma si trovò per lungo tempo ai margini della vita politica ed economica della Cecoslovacchia, finché dopo la fine del periodo comunista quest’ultima si sfaldò e Bratislava tornò a essere la capitale della Slovacchia indipendente. Sono passati trent’anni da quel momento e, in quanto a me, sono qui per la prima volta.

Dopo una rapida ma necessaria rinfrescata nella guesthouse prenotata, ho raggiunto la fermata dell’autobus, ho comprato un biglietto alla macchinetta con le poche monetine che avevo e mi sono diretta al castello di Devin, che si trova a nord-ovest della città. Già nel IV secolo fu eretta qui la prima chiesa “slovacca”, mentre il castello fu edificato nel IX secolo per difendersi dai carolingi che avevano deciso di superare il confine costituito dal Danubio e conquistare l’Europa orientale.
Ricostruita nel XIII secolo e più volte rimaneggiata, la fortezza venne distrutta dai soldati napoleonici nel 1809, quando l’esercito imperiale austriaco fu sconfitto a Wagram, dopo di che il territorio dell’odierna Bratislava fu temporaneamente dominato dai francesi.
Le rovine del castello sono molto scenografiche, soprattutto perché sorgono su una collina da cui si vede il fiume Morava che si getta con entusiasmo nel Danubio: intorno si apre una magnifica vista che nei giorni di bel tempo può spingersi fino alle Alpi austriache.
Durante la Guerra fredda qui passava la Cortina di ferro, da cui molti slovacchi cercarono di passare in Occidente: il 10 dicembre 1989, nella marcia dal titolo “Ahoj, Európa” (“Ciao Europa”), circa centomila persone hanno marciato attraverso il confine, tagliando il filo spinato che si trovava sotto il castello.

All’imbrunire sono nel piccolo centro storico (Staré Mesto), silenzioso e ordinato, tra palazzi storici, chiese e molte birrerie e ristoranti. Per la sera avevo prenotato un tour con pub crawl, che sarebbe il giro dei pub − anche se evidentemente il nostro tour leader ha preso alla lettera il termine crawl, che vuol dire strisciare, gattonare. Purtroppo stasera non gli è andata bene perché io e gli altri quattro ventenni che si sono presentati non avevamo nessuna intenzione di sbronzarci. A parte cercare di riempirci i bicchierini di orrendi liquori locali, la cosa sospetta è che questa guida turistica ci ha portato in più di un locale che osservava il giorno di chiusura settimanale e ogni volta si è meravigliato, pur sostenendo di guidare pub crawl praticamente ogni sera. A un certo punto ci siamo liberati del tipo, che ormai aveva toccato il fondo del barile portandoci in posti sempre più equivoci. A parte questo, o forse proprio per questo, la serata è stata divertente, anche perché c’erano questi due ragazzi olandesi che ci hanno raccontato la loro impresa, ossia arrivare a Bratislava con l’autostop.

Il Castello di Bratislava, con la sua abbagliante bianchezza, domina la città dall’alto di una collina. Costruito nel X secolo come dimora del re di Ungheria, nel corso del tempo ha subito diversi rifacimenti (uno tra i più importanti ad opera di Maria Teresa d’Austria), finché nel 1811 fu distrutto da un incendio e ricostruito nel secondo dopoguerra. Dal 1993 è sede rappresentativa del Parlamento slovacco e ospita il Museo Nazionale, mentre nel 2008 è iniziata una costosa opera di rifacimento che lo ha reso come appare ora.
Il Museo di storia ospitato nelle sale del castello è dedicato non solo alla storia del castello e della sua ricostruzione, ma anche della società slovacca dal Paleolitico ai giorni nostri. Da quassù si possono ammirare i bei panorami sulla Città vecchia e sul Danubio e in particolare il Most Apollo, lo scenografico ponte d’acciaio che collega Bratislava al sobborgo di Petržalka, uno dei cinque viadotti costruiti sul Danubio a partire dagli anni ’70. A causa di questi grossi cambiamenti urbanistici, del vecchio quartiere ebraico non è rimasto granché.

Nel pomeriggio ho partecipato a un walking tour dedicato alla storia del Novecento e in particolare alle architetture del realismo socialista, come ad esempio il palazzo dove aveva sede l’emittente radiofonica Slovenský rozhlas, a forma di piramide rovesciata; la facoltà di chimica con i bassorilievi d’epoca; la piazza della Libertà con la Fontána Družba (dell’unione) recentemente restaurata, dove una serie di getti d’acqua è usata come fonte di refrigerio estivo da grandi e piccoli; il Palazzo Grassalkovich, in stile rococò, che oggi è la residenza della Presidente della Slovacchia; l’iconico Centro commerciale Prior.
Qui finisce il tour e ci fermiamo su una terrazza a bere una birra con alcuni partecipanti, tra i quali i due olandesi della sera prima. Mi raggiungono degli amici italiani giunti al termine del loro viaggio in Europa orientale, con i quali, dopo aver visto la famosa Chiesa blu, assaggiamo in un ristorante del centro i famosi bryndzové halušky, ossia gnocchi di patate con formaggio di pecora e lardini abbrustoliti.

E insomma dopo meno di due giorni me ne sono andata senza vedere né il monumento commemorativo Slavin (dedicato ai soldati dell’Armata Rossa caduti durante la battaglia per la liberazione di Bratislava dai nazisti), né i bunker lungo la Cortina di ferro, né i casermoni sovietici ridipinti a colori vivaci di Petržalka e delle periferie cittadine (tutto rimandato a data da destinarsi), ma soddisfatta delle relazioni umane intrecciate nella capitale della Slovacchia.

Il museo dell’olocausto di Sered’

Sered’ fu sede di un campo di lavoro e concentramento dove furono rinchiusi oltre 16000 ebrei, poi deportati nei campi di sterminio: gli edifici del campo dal 2016 ospitano il Múzeum holokaustu v Seredi, dedicato appunto alla storia della Shoah in Slovacchia.
Per raggiungere questa località ho preso il treno con cambio a Trnava: il museo in linea d’aria si trova proprio accanto alla stazione, ma non ci sono mezzi pubblici e quindi per arrivarci devo fare un giro a piedi di almeno mezz’ora sotto il sole cocente.

Prima di tutto ho visto alcune delle video interviste a ebrei perseguitati, anche perché si trattava di stare comodamente seduta in un locale con l’aria condizionata (e ne avevo proprio bisogno), poi mi sono avventurata nelle baracche, ognuna allestita con un tema diverso.
Nel periodo tra le due guerre in Slovacchia vivevano circa 140 mila ebrei: nel 1938 il governo collaborazionista di Jozef Tiso annunciò che bisognava risolvere la questione ebraica e in molte città cominciarono a diffondersi atti antisemiti. Intanto alcune regioni meridionali passarono all’Ungheria che risolse per conto suo la faccenda con i circa 40mila ebrei che già ci vivevano, ai quali si aggiunsero i tanti ebrei slovacchi deportati oltre confine.

L’anno dopo un decreto del governo slovacco assegnò gli ebrei a speciali unità di lavoro, proibendo loro di indossare le armi (decisione poi estesa agli uomini Rom). Nel 1941 le leggi antiebraiche furono rafforzate, diventando le più severe di tutta Europa: i negozi e le attività gestite da ebrei furono chiuse, non era loro concesso possedere tutta una serie di proprietà, non potevano vivere o addirittura camminare in certe aree delle città e dovevano indossare la stella di David. Quell’anno il Ministero degli Interni ordinò la creazione di centri per il lavoro ebraici a Nováky, Vyhne e Sereď. Nella prima fase dunque Sereď fu per lo più un campo di lavoro: al loro arrivo gli ebrei venivano derubati dei loro averi, soprattutto oggetti di valore, e nel campo venivano sottoposti a punizioni fisiche e torture mentali. Da marzo a ottobre 1942 ci fu la prima ondata di deportazioni del Paese, nelle quali più di 50mila ebrei furono destinati ai vari campi di sterminio polacchi, in particolare Sobibor, da cui solo poche centinaia uscirono vivi.
Dopo la repressione dell’insurrezione nazionale slovacca e l’arrivo delle unità tedesche, la “questione ebraica” doveva essere risolta in modo radicale, così nel settembre del 1944 riaprì il campo di lavoro di Sereď, che in questa seconda fase divenne un campo di concentramento. Il comandante del campo era Alois Brunner, che Adolf Eichmann descrisse come il suo “uomo migliore”. Da Sered’ furono spediti un totale di più di 11mila ebrei, mentre 44 persone furono uccise direttamente nel campo. In Ungheria invece le deportazioni vere e proprie iniziarono soltanto con l’occupazione tedesca nel 1944: in poco tempo più di 400mila ebrei furono trasportati nei campi, soprattutto in quello di Auschwitz.
Nelle baracche ricostruite che costituiscono il museo, troviamo i vari laboratori, i dormitori e la scuola, giornali e foto d’epoca che mostrano le condizioni di detenzione e lavoro forzato a cui sottostavano i deportati, mentre una sezione è dedicata alle vittime dell’Olocausto e a coloro che rischiarono la vita per aiutare gli ebrei. È visibile anche una carrozza ferroviaria, in origine adibita a carro bestiame, che veniva utilizzata per il trasporto dei prigionieri ai campi di sterminio.

ABBIAMO SCONFITTO I FASCISMI?
L’ultima parte è dedicata ad una mostra dal titolo “Memoria come riferimento. Contesti critici dello stato slovacco nell’arte visiva contemporanea”, inaugurata l’8 maggio 2023, festa nazionale in cui si commemora il Giorno della Vittoria sul Fascismo.
«Abbiamo vinto il fascismo e il nazismo?» si chiedono i curatori sul grande pannello nero. «Ufficialmente sì, sconfiggendoli nella seconda guerra mondiale. L’8 e il 9 maggio appartengono non solo all’Europa, ma anche al mondo, alla celebrazione della vittoria sulle ideologie che hanno devastato la democrazia». Poi aggiungono che «l’Olocausto non è avvenuto da un giorno all’altro. È stato preceduto da una crisi sociale dopo la prima guerra mondiale, che ha aperto lo spazio al populismo. Un regime in cui non solo la democrazia, ma anche la libertà e i diritti umani ad essa associati sono completamente scomparsi, è arrivato al potere attraverso la via democratica».
Molto importanti le parole di Sandra Polovková, direttrice di Post Bellum, un’associazione che documenta le testimonianze oculari dei sopravvissuti ai regimi totalitari e che cura il progetto Memory of nations: «Negli ultimi anni stiamo vivendo una crisi di valori e di autorità, un conflitto militare ai nostri confini, la divisione della società tra vaccinati e non vaccinati, conservatori e liberali, un antisemitismo senza fine, differenze abissali tra ricchezza e povertà, non-rispetto e mancata rivendicazione dei diritti umani per tutti i gruppi della popolazione del nostro Stato. È l’anno 2023 e non solo la Slovacchia, ma il mondo intero sta vivendo una crisi. Tutte le libertà e i diritti umani, tutelati da un fragile sistema democratico, sono ogni giorno minacciati. Le tecnologie, che apportano molti benefici, aprono anche lo spazio a un’incontrollabile sirena di disinformazione. Secondo i sondaggi, più di un terzo dei cittadini slovacchi si fida di loro. Molti altri non si fidano di niente e di nessuno. Se abbiamo già vinto sul fascismo e sul nazismo, aggiungiamo che nel 1989 abbiamo vinto anche sul comunismo e sul socialismo. Abbiamo scelto la via geopolitica dell’Occidente, e quindi della democrazia liberale. Ricordiamolo quotidianamente e conosciamo il nostro recente passato. Le pratiche dell’inizio del totalitarismo non differiscono poi tanto l’una dall’altra. Possono sfruttare qualsiasi crisi per guadagnare potere. Uniamoci quindi nella difesa della libertà e dei diritti umani. Tutti e indistintamente. Argomenti come: non sono un razzista/storico/medico/ (e molti altri), MA… rimuoviamoli e sostituiamoli con uno semplice: siamo tutti umani, anche se abbiamo opinioni diverse».

Nelle circa due ore trascorse nel museo non ho incontrato nessun altro visitatore.

Banska Bystrica: luoghi mai sentiti nominare

Sono arrivata in questa ridente cittadina della Slovacchia che si chiama Banska Bystrica. Bisogna sempre avere una scusa valida per visitare queste località che nessuno di noi aveva mai sentito nominare prima, e io ce l’avevo.
Appena entro in ostello, un ragazzo belloccio con una grandissima valigia mi saluta calorosamente (poi ho scoperto che lì dentro aveva l’amplificatore, infatti poco dopo si è messo a suonare la chitarra a cappello nella piazza principale). Quindi arriva un tunisino che appena scopre che sono italiana reagisce come se avesse visto una celebrità: nonostante fosse un po’ affaccendato, molla tutto e si siede a parlare con me per dirmi che ha vissuto in Italia per tanti anni, ma purtroppo poi si è sposato con una slovacca e quindi si sono trasferiti a Bratislava, ma pensa sempre all’Italia, di cui è perdutamente innamorato.
Finalmente è il mio turno per il check-in. Il giovane receptionist, invece di fare il check-in, comincia subito a parlarmi di cucina italiana e mi fa vedere un video in cui un famoso ristoratore del parmense spiega come fanno le lasagne, che secondo il receptionist slovacco così sono più semplici, con pochi strati e col ragù cotto per circa quattro ore. Poi, dopo diversi minuti di video, prende il telefono e mi mostra le foto della pizza napoletana, che lui fa a casa e comunque non ha niente da invidiare rispetto a quella originale. Mentre sta scorrendo le foto di altri cibi italiani in cui lui eccelle (come la pasta alla carbonara) si è affacciato un ragazzo tedesco, il quale mi ha comunicato in italiano che all’università ha studiato la mia lingua, annunciando che anche lui si dedica con profitto alla gastronomia del Belpaese. Mo’ il fatto è che io non vedevo l’ora di farmi una doccia dopo un’intera giornata a sudare nei 36 gradi di questa calda estate mitteleuropea e questo col cavolo che ricopiava i dati della mia carta d’identità, così mi sono rivolta a loro nella lingua più bella del mondo (che «sembra che cantate quando parlate») dicendo: «Beh, ragazzi, adesso basta!»

Il vivace centro storico di Banska Bystrica si sviluppa tutt’attorno a un’ampia e gradevole piazza dove sono allestiti i dehors di diversi bar e ristoranti, in uno dei quali consumo una cena squisita. Le chiese, i palazzi e le fortificazioni risalenti al tardo Medioevo sono ancora presenti: gli edifici dello storico castello oggi sono occupati da un bar ristorante dove mi siedo per bere una birra scura. Al tavolo accanto è seduto un bel ragazzo di Košice che vuole sapere cosa ci faccio là. Alla fine della nostra chiacchierata mi dà il suo numero di telefono in maniera tale che, quando andrò nella sua città, potrò contattarlo e ci potremo vedere, insieme alla moglie e ai figli naturalmente.

A differenza di tanti che vengono qui per passare la notte nella famosa discoteca “Ministry of Fun”, io sono qui per visitare il Museo dell’Insurrezione nazionale slovacca, allestito all’interno di un massiccio edificio in cemento armato, composto da due ali connesse tra loro da un ponte: oggi fervono i lavori di pulizia, riordino, montaggio palco eccetera, in vista della grande celebrazione che ci sarà martedì prossimo, 29 agosto, giorno di festa nazionale, per questo è pieno di soldati in divisa. Fu in quella data che nel 1944 venne proclamata in questa città l’insurrezione generale contro l’occupazione tedesca e contro il governo collaborazionista di Jozef Tiso, a cui presero parte varie fazioni: unità ammutinate dell’esercito slovacco, formazioni partigiane, partigiani comunisti e forze internazionali. Anche dopo che l’insurrezione fu sconfitta dai tedeschi, la guerriglia continuò fino alla liberazione della Slovacchia da parte dell’Armata Rossa nel 1945.

Nel parco antistante sono collocati mezzi pesanti in dotazione all’esercito slovacco durante la seconda guerra mondiale, tra i quali alcuni carri armati, un treno blindato e un aereo. Nei locali del museo invece è conservata una vasta documentazione storica sul periodo compreso tra il 1918 e il 1948: ad esempio c’è una postazione in cui il visitatore è invitato a vivere il punto di vista di un soldato in trincea, accanto a una presentazione a tutto schermo di grande impatto sui regimi antidemocratici che si affermarono in Europa tra le due guerre. Il fondatore del Fascismo, Benito Mussolini, fu di ispirazione per gli altri dittatori dell’epoca, mentre per quanto riguarda questa ideologia (apparentemente sconfitta al termine della seconda guerra mondiale) il video elenca le caratteristiche comuni a tutti i regimi antidemocratici. Anche in Slovacchia ci fu un governo fascista, guidato dal già citato Jozef Tiso, prete cattolico e presidente del Partito Popolare Slovacco di Hlinka (HSLS), che adeguò la nuova Costituzione ai sistemi autoritari dell’Italia fascista e della Spagna franchista, bandì i partiti politici indesiderati e naturalmente utilizzò tutti i mezzi per reprimere gli oppositori del regime e i membri della resistenza.

Alla fine del percorso sono esposti gli oggetti personali appartenuti ad alcuni partecipanti alla resistenza, condannati a varie pene durante il regime filo-sovietico cecoslovacco del dopoguerra. Dopo il febbraio 1948 infatti costoro subirono ritorsioni e ingiustizie (al punto che molti di loro scelsero l’emigrazione forzata) e si tennero grandi processi politici in cui diverse personalità che avevano preso parte alla rivolta persero senza motivo legale l’onore civile, le decorazioni e i gradi militari e finirono in prigione, «dove confrontarono le loro opinioni con gli ex membri della Guardia di Hlinka e con i rappresentanti di Ludak» c’è scritto su un pannello. Il fatto, a quanto pare, è che i nazionalisti slovacchi sostennero che l’insurrezione era stato un complotto contro la nazione slovacca, poiché uno dei suoi obiettivi principali era di rovesciare la Repubblica slovacca e di ristabilire la Cecoslovacchia, in cui gli slovacchi erano soggiogati dai cechi.
Ho chiesto a un impiegato del museo se da qualche parte avrei potuto trovare testimonianze storiche relative al periodo comunista, ma mi ha detto di no. Mi devo accontentare del bassorilievo accanto all’ingresso del palazzo delle poste.

Tre incontri a Košice

Mi trovo al tavolo all’aperto di un caffè nel centro di Košice, la seconda città più grande della Slovacchia. A darmi appuntamento qui è stato Martin, che ho conosciuto ieri sera alla Tabačka Kulturfabrik, un bel locale molto affollato dove suonava un bravo dj. Questo ragazzo poco più che ventenne è originario di Bratislava, ma poi la madre si è risposata e si sono trasferiti qui. Il padre, lui, non l’ha mai conosciuto. Martin studia arte all’università e il suo sogno più grande sarebbe vivere in Italia, infatti non fa altro che parlare del suo viaggio in Sicilia dell’anno scorso: a parte aver incontrato Madonna a Taormina, ha letteralmente adorato il fatto che i siciliani si godono la vita. E questo è ciò che Martin intende fare: godersi la vita.

Mentre stiamo qui a bere (Milano-Torino lui, caffè shakerato io), Martin mi dice che la Slovacchia è molto più cara dei suoi vicini, in particolare dell’Ungheria, infatti molti slovacchi hanno comprato casa lì o ci vanno per fare acquisti. «Orban non ci ama molto» aggiunge, «ha detto che gli slovacchi sono praticamente una parte dell’Ungheria». I rapporti fra slovacchi e ungheresi a quanto pare sono migliorati nel tempo, visto che l’attuale premier ad interim è un membro della minoranza ungherese, cosa impensabile fino a poco tempo fa.
Alla nostra conversazione di tanto in tanto partecipa anche il gestore del bar, che è amico di Martin e – poiché ha vissuto un periodo in Spagna – è convinto che parlandomi in castigliano io lo capisca perfettamente. Sua moglie è ucraina e lui si trasferirebbe molto volentieri lì perché «è un Paese bellissimo, ci sono molte cose da fare e le persone sono migliori degli slovacchi», ma purtroppo al momento non si può. Anzi, moltissimi ucraini si sono rifugiati in Slovacchia: «Sai, in tutti i Paesi ci sono i poveri e i ricchi, e anche in Ucraina. I più poveri si sono trasferiti a Košice o in altre piccole città, mentre i più ricchi hanno preferito emigrare a Vienna, Berlino e altre capitali».

Nel frattempo al tavolino accanto si è seduto un altro conoscente di Martin, che mentre beve il suo caffè interviene per dirmi che il 30 settembre ci saranno le elezioni e che il favorito è di nuovo Robert Fico, il quale vuole far cessare la fornitura di armi all’Ucraina. Fico (che si legge “Fizo” e quando lo pronuncio “Fico” ridono tutti a crepapelle) è stato primo ministro quasi ininterrottamente dal 2004 al 2018 e poi si è dimesso dopo l’omicidio di un giornalista che stava lavorando su una probabile connessione tra il governo slovacco e la ‘Ndrangheta. «Tra l’altro era il 22 marzo 2018: due giorni dopo in Italia Roberto Fico è stato nominato Presidente della Camera. Non è una coincidenza incredibile? Comunque, la gente ha davvero poca memoria. Se va avanti così, io dico che l’Ucraina dovrà rinunciare a una parte del territorio. Oppure dobbiamo sperare che USA e Russia si dedichino alla Cina e lascino perdere l’Europa».
La politica slovacca, di cui fino a pochi giorni fa non sapevo assolutamente nulla, si sta rivelando parecchio intrigante. In particolare, ho chiesto a Martin notizie su Peter Pellegrini, che ho visto spesso sui manifesti elettorali e che mi è rimasto impresso a causa del cognome italiano. «Adesso è a capo di un partito di orientamento socialdemocratico, mentre prima faceva parte dello stesso partito di Fico. La separazione è dovuta anche al fatto che Fico ha deciso di cavalcare le tendenze nazionaliste e populiste così di moda, sfruttando la rabbia che l’opinione pubblica ora prova a causa della crisi economica. A proposito, what about the Meloni government in Italy

In circa tre ore di tour della città, questa guida turistica paffuta e dall’ironia discutibile si è molto concentrata sulle architetture medievali, sulle aree archeologiche, sulla cultura degli ebrei e perfino sul cibo tipico, ma poco sulla storia del Novecento. Quando le chiedo se c’è anche qualche lascito del periodo comunista in città, risponde che vista la guerra in corso non le sembra corretto discutere di questo argomento, e comunque – taglia corto – non è rimasto granché dell’epoca.
La sera sto tornando all’appartamento che ho affittato, quando dalla finestra affacciata sul ballatoio che conduce alla mia porta scorgo un ragazzo che, non appena mi vede, mi saluta con una certa emozione: «Ciao, come stai? Sono Paolo, ho imparato un poco italiano quando lavoravo in Croazia».
Paolo, che in realtà si chiama Pavol, è il figlio della padrona di casa e di parole italiane non ne sa molte altre. Pavol si è laureato in storia pochi mesi fa e ci tiene un sacco a farmi vedere la sua tesi sulla Rutenia subcarpatica, questa regione che per un breve periodo felice ha fatto parte della prima Cecoslovacchia, ma poi dopo la seconda guerra mondiale è stata inglobata nell’URSS e oggi fa parte dell’Ucraina. «Purtroppo nessuno dei due stati ha mai riconosciuto la sua autonomia», ha detto Pavol sconsolato.
Poi abbiamo parlato per un po’ di vari temi storici e politici («What about the Meloni government in Italy?»), e alla fine, su questo balcone sgarrupato, sotto un cielo pieno di stelle, mi ha detto sospirando: «Speriamo che Trump non vinca le prossime elezioni, se no noi siamo spacciati».

Il contributo più importante che mi ha offerto il malinconico Pavol è stato rivelarmi l’esistenza di un Museo delle vittime del comunismo, nuovo di zecca e situato in centro. Il mio programma era lasciare Košice di buon’ora per dirigermi verso gli Alti Tatra, ma rimando di qualche ora la partenza e alle 8 di mattina sono già in via Moyzesova presso il Múzeum obetí komunizmu.
Tomáš mi accoglie negli spazi museali, che non sono enormi, ma sono organizzati in modo sobrio e tecnologicamente all’avanguardia; apprezzo in particolare la stampa sulle pareti che rappresenta una rete bianca su fondo nero, in alcuni punti slabbrata a rappresentare il tentativo di aprirla e romperla, quella rete.
Tomáš ha studiato storia e italiano (lingua che è contentissimo di usare per parlare con me); fino a poco tempo fa lavorava alla Regione, ma appena è venuto a conoscenza di questo progetto, ha deciso di venire a lavorare qui. Quando gli ho detto che nessuno conosce questo museo, compreso l’impiegata del Museo dell’Olocausto di Sered’, il dipendente del Museo della rivolta nazionale slovacca di Banska Bystrica e persino la guida turistica di Košice che mi aveva risposto in maniera così assurda, Tomáš ha ammesso che il governo non ha mai voluto riaprire più di tanto questo tema, fondamentalmente perché al potere, dopo il crollo del regime, sono rimaste le stesse persone di prima. «Un po’ come voi in Italia con il fascismo… A proposito, che mi dici del governo Meloni?» Poi ha continuato: «Considera che in Cecoslovacchia dopo il ‘68 il regime fu molto più pesante rispetto a quello ad esempio dell’Ungheria, qui c’era una vera e propria occupazione. Robert Fico e altri politici dopo la fine del comunismo erano quelli che avevano i soldi e solo quelli con i soldi hanno potuto fondare dei partiti. D’altra parte sia Fico sia lo stesso Orban prima erano più liberali, ma poi hanno verificato quanto una consistente parte dell’opinione pubblica sia disinformata, e si sono buttati su quella parte».

Un salto negli Alti Tatra

Dalla stazione di Štrba un treno a cremagliera mi conduce a Štrbské Pleso, l’insediamento più alto della Slovacchia, situato a circa 1300 metri di altitudine. Ci troviamo negli Alti Tatra, la catena montuosa al confine con la Polonia che costituisce la più alta parte dei Carpazi. Questo centro di villeggiatura si trova sullo spartiacque tra le valli dei fiumi Poprad e Váh e già dagli anni Settanta dell’Ottocento è dotato di strutture turistiche, strade e centri termali specifici per le malattie respiratorie. In occasione dei Campionati Mondiali di sci nordico del 1970 furono realizzati nuovi alberghi, una funivia e due trampolini, inoltre fu ricostruita la ferrovia a trazione elettrica, mentre negli anni successivi sono stati realizzati numerosi impianti di risalita.

Lasciata la piccola stazione ferroviaria molto vintage, entro nell’ufficio del turismo, pieno di animali impagliati, dove mi consigliano di prendere un certo impianto di risalita, che io però non prendo in quanto sono più attratta dalla Tatras tower. Si tratta di un sofisticato edificio alto 53 metri, dalla forma architettonica ariosa, dotato di una passerella pedonale di legno a spirale che ti conduce ad una piattaforma panoramica, una piccola parte della quale è in vetro (brrr). Dall’alto si vede la bella cornice delle montagne circostanti e anche un grande trampolino per il salto con gli sci.
Passeggiando per il villaggio si incontrano molte sculture in legno e cartelli che informano i turisti in merito agli edifici storici più prestigiosi, ai campioni olimpici, alle personalità che hanno visitato Štrbské Pleso e agli eventi sportivi che qui hanno avuto luogo, come ad esempio una maratona di zumba. La cittadina prende il nome da un lago di origine glaciale che è considerato una delle quattro meraviglie naturali della Slovacchia, intorno al quale tutti passeggiamo, chi in senso orario chi in senso antiorario.

Nel tardo pomeriggio con la Ferrovia elettrica dei Tatra raggiungo la moderna città di Poprad, dove passerò la notte in un anonimo albergo accanto alla stazione. Dopo aver ascoltato un paio di brani di questo gruppo rock abbastanza âgé che suona su un grande palco, mi sono seduta in un locale del centro e ho ordinato da mangiare. Una mezz’ora dopo il locale è pieno, così una tizia mi ha chiesto in inglese di condividere il tavolo con lei e le sue due amiche. Io e Petra abbiamo chiacchierato del più e del meno per un po’, mentre anche loro mangiano e io finisco la birra scura. Quando ho chiesto quali fossero le loro intenzioni di voto alle prossime elezioni, Petra ha detto che a lei la politica non interessa. «Sono tutti ladri», ha aggiunto l’amica. Allora gli ho detto che devono andare a votare, altrimenti poi non possono lamentarsi dei politici che vanno al potere. Hanno detto che ho ragione.
Poi, forse non sono nemmeno le dieci, se ne sono andate a casa. Io invece ho fatto una passeggiata nel paese e mi sono imbattuta in un locale all’aperto da cui proviene della musica. Sul terrazzo al primo piano suona infatti un gruppo che fa ballare tutti con canzoni tradizionali ma anche internazionali. Lì ho conosciuto questi due amici che mi hanno offerto da bere, durante la pausa mi hanno presentato il batterista e dopo pochi minuti mi è stata dedicata la canzone “Il mondo” di Jimmy Fontana.

Le terme di Piešťany

In Slovacchia ci sono diverse località termali, che mi ero appuntata prima di partire, ma già a Bratislava il tour leader del walking tour a cui avevo partecipato mi aveva suggerito di recarmi a Piešt’any, famosa per i fanghi naturali terapeutici. Le sorgenti minerali calde e il fango solforico hanno notevoli effetti sui disturbi della locomozione e sono indicati anche per la cura di reumatismi, gotta e sciatica: non a caso all’ingresso del ponte che conduce all’Isola termale c’è una statua in bronzo che raffigura un paziente che spezza in due una stampella.

Negli ultimi due secoli c’è stato un grande sviluppo del settore con la realizzazione di diverse strutture terapeutiche, la prima delle quali risale al 1822 e si chiama Bagno Napoleone. In seguito vennero realizzati altri stabilimenti e hotel in stile Art Nouveau, tutti concentrati nel grande parco di quest’isola del fiume Vah, ad esempio lo stabilimento balneoterapico Pro Patria, che originariamente serviva come ospedale per il trattamento dei soldati feriti nella Grande Guerra.
Il mio trattamento a base di fango solforico lo ricevo nell’elegante stabilimento Irma, che forma un unico complesso con l’hotel Thermia Palace, costruito tra il 1910 e il 1912 in stile liberty. L’acqua termale minerale contiene l’idrogeno solforato curativo ed altre sostanze e viene usata principalmente per fare il bagno oppure da bere. Il fango viene prelevato dal fiume Váh, matura per almeno un anno in una vasca apposita dove viene aggiunta acqua termale sulfurea e infine, quando raggiunge una consistenza burrosa e malleabile di colore bluastro o nero, te lo ritrovi sul fondo viscido della piscina dove devi stare circa dieci minuti. Il trattamento si conclude con la doccia e una mezzoretta di relax in un ambiente buio e silenzioso.

A parte le bellissime vetrate colorate e i manifesti teatrali Art Nouveau, nell’edificio c’è una mostra sul pittore, grafico e designer ceco Alfred Mucha, che tra gli anni Venti e gli anni Trenta visitò le Terme di Piešt’any, dove sua moglie e sua figlia ricevettero le cure. Nel periodo tra le due guerre la cittadina e le terme vissero un periodo di grande popolarità, furono sede di eventi sociali, culturali e sportivi ed erano un luogo d’incontro per la società internazionale. Mucha è l’autore del dipinto “Hail Blessed Fountain of Health”, che realizzò a Nizza nel 1932 e donò alle terme in cambio di soggiorni e cure. La sua insolita forma pentagonale è dovuta alla sua collocazione nella grande sala da pranzo del Thermia Palace e rappresenta il tema della guarigione e della celebrazione del potere curativo delle sorgenti termali locali. Nel 2000 fu rubato, quattro anni dopo fu ritrovato e infine, una volta restaurato, è stato ricollocato nella sua sede originaria.

Percorrendo il ponte pedonale degli anni Trenta raggiungo il centro storico, raccolto sull’altra sponda del fiume, che ho esplorato affascinata dalle sorprendenti architetture presenti, non solo risalenti al periodo Liberty. L’arteria quasi interamente pedonale che attraversa la cittadina si chiama Winterova, è intitolata ai direttori delle terme nel periodo di Mucha (i fratelli Ludovít e Imrich Winter) e presenta bellissime architetture Art nouveau alternate a edifici più moderni: qui sorge anche l’hotel Leier, simile a un castello neogotico inglese. In città inoltre si fanno notare i complessi alberghieri Jalta ed Eden (due edifici funzionalisti vicini, costruiti negli anni Venti e Trenta), il coevo Ufficio Postale e Telegrafico, che spicca all’incrocio di due strade, Villa Alessandro, che ora è un ospedale, e la Casa Terapeutica Slovan, che risale al 1906 e originariamente era sede del Grand Hotel Royal: nel 1986 è stata chiusa e da allora non è stata presa alcuna decisione sulla sua ristrutturazione, per cui appare oggi tristemente in abbandono. Infine un edificio che mi ha colpito molto è la Casa delle Arti, un teatro in cemento in stile brutalista che risale agli anni Settanta.

In un ristorante di Piešt’any ho incontrato un gruppo di italiani: sono qui per la riabilitazione dei loro figli, ragazzi disabili. La mattina dopo, prima di prendere il treno, mentre bevo il caffè scambio due chiacchiere con due fratelli che alle 10 meno un quarto sono ancora ubriachi – come il 90% dei clienti del bar della stazione, d’altra parte.


CONTINUA L’ESPLORAZIONE IN EUROPA

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