On the road in Togo
Destinazione Africa Occidentale. Ho ripassato i fondamentali: Kapuściński, Aime, Celati. Ho fatto il vaccino obbligatorio contro la febbre gialla. Altre precauzioni sanitarie non ne ho prese, anche perché il centro di medicina di viaggio della mia città – dispensatore di vaccini e paranoia – si è mostrato inespugnabile. Profilassi antimalarica dunque no, che dio me la mandi buona.

I feticci di Lomé
All’alba la nostra spedizione di mosche bianche già vaga nei paraggi dell’umida costa del Golfo di Guinea, dopo una notte trascorsa prima nello spartano aeroporto di Casablanca, poi nel poco accogliente aereo della Royal Air Maroc.
Consumata la colazione sotto una magnifica palma del viaggiatore nel giardino dell’hotel Central di Lomè – collocato in una delle strade di terra rossa e sabbia vicine al mare -, ci dirigiamo al mercato dei feticci vudù ad Akodessewa. La squallida location ci accoglie con un fetore nauseabondo e, come se non bastasse, su una bancarella riconosco subito con raccapriccio delle teste di cane imbalsamate. E non è ancora niente: sui banchetti e sulle stuoie per terra sono ammassati ossa e crani di ogni genere di animale, teste o intere carcasse mummificate di scimmie, gatti, pipistrelli, topi, coccodrilli, serpenti, camaleonti e uccelli di ogni specie, pelli di diverse dimensioni tese ad essiccare.
Queste carogne rappresentano gli ingredienti con i quali i féticheurs predispongono i rituali vudù: a quanto pare, sbriciolando parti di animale sapientemente selezionate si ricava l’ingrediente base per miracolose tisane o unguenti da strofinare sul paziente. Secondo questa antichissima religione, ancora molto accreditata da queste parti, ogni infermità sia fisica sia morale può essere guarita in questo modo, basta saper scegliere bene quale animale triturare.


Successivamente ci portano presso i vari “uffici” dei guérisseur, per mostrarci alcuni gri-gri meno schifosi, ma comunque utili a risolvere i piccoli problemi della vita di tutti i giorni. Il primo è un piccolo contenitore di legno – definito telefòn – dentro cui bisogna parlare elencando i vari mezzi di trasporto per cui invochiamo immunità durante il nostro viaggio, chiudendo subito dopo il tappo. Seguono altri oggetti che servono a far cadere ai tuoi piedi senza alcuno sforzo la persona amata, oppure a regalare la tanto agognata virilità. Tutti questi talismani hanno dimensioni minime, adattissime al bagaglio a mano, e si possono acquistare in loco.

Per raggiungere Vogan facciamo conoscenza con le famigerate strade togolesi piene di carcasse di camion e auto abbandonate lungo la strada: un infausto avvertimento per noi yovò – stranieri – appena arrivati. Al famoso mercato del venerdì – che però, a causa del Natale, questa settimana è anticipato al giovedì – i prodotti sono esposti sulla terra rossa e sotto enormi manghi e acacie.
Qui mi faccio una prima idea di ciò che si può trasportare sulla testa: banani pressoché interi, sacchi di carbone, stuoie arrotolate, vassoi pieni di piatti, bacinelle stracolme di buste, intere bancarelle di scarpe, smalti, detersivi, tessuti e decorazioni natalizie. Le donne, in questo esercizio di equilibrio, procedono con un passo sinuoso e ancheggiante; alcune di quelle sedute indossano un copricapo piatto a tesa molto larga, di paglia, che fa ombra sugli abiti coloratissimi. Peccato che la maggior parte di loro non voglia essere fotografata oppure chiede, inizialmente senza molto garbo, dell’argent.




All’ora del tramonto sono in un bar sulla spiaggia di Lomé a sorseggiare beatamente una birra Eku gelata. In sottofondo risuona musica africana ritmata ad altissimo volume. Sulla sabbia scura dei ragazzi giocano a calcio, mentre vicino alla riva le barche di legno dipinte a colori vivaci riposano con il loro carico di reti.
Di tutti quelli che cazzeggiavano qui stamattina – chi si insaponava, chi dormiva sotto gli alberi, chi vendeva merce – ne rimangono pochi. Non ci sono più nemmeno i pescatori che effettuavano una specie di tiro alla fune, simmetrici rispetto al gruppetto che a grande distanza tirava l’altro capo della corda. E comunque, ci hanno fatto segno di non andare in quella direzione: è pericoloso a quest’ora.
Il sole pallido che si intravede nel cielo opaco precipita velocemente verso l’orizzonte, mentre dal lato opposto è già spuntata la luna tra le palme. Così, di primo acchito, stento a credere che il Togo sia il paese meno felice del mondo, come riferisce il World Happiness Report dell’ONU.


Alors on danse
Nei trecento chilometri che separano la regione marittima di Lomé da quella centrale di Sokodé, l’umidità dell’Atlantico si dirada lasciando campo libero alla terra rossa, che vortica nell’aria raschiando la gola.
Il ballonzolare del pulmino sulle strade disconnesse si interrompe più volte. La prima sosta serve per l’approvvigionamento di acqua, banane e ananas presso il mercato di Atakpamé. La seconda avviene senza premeditazione alla vista di un folto gruppo di persone in colonna lungo la carreggiata, intento a intonare canti cristiani. La maggior parte indossa la stessa polo gialla con la scritta “Je suis la lumière du monde”, oppure una casacca realizzata con il medesimo tessuto a fantasia blu. Li seguiamo inserendoci nella fila e battendo le mani con loro finché, dopo un lungo cammino tra campi di cotone e termitai giganteschi, giungiamo a destinazione. Nel cortile di una casa privata, sotto un enorme mango carico di foglie lucide, li osserviamo cantare e ballare finché non ci rendiamo conto dell’ora e ce ne torniamo indietro. In realtà molti di loro sono musulmani, ma non mi sembra si formalizzino in materia di fede religiosa − tanto, sotto sotto, più o meno tutti continuano a bersi i loro succhi di crani animali.


Infine eccoci in una grande radura dove è in corso la danza tradizionale kamu, che impazza solitamente a dicembre per ringraziare gli antenati dei buoni raccolti. È l’occasione per conoscere da vicino una delle principali etnie del Togo settentrionale: quella dei Kabyé.
Tra le percussioni ipnotiche, centinaia di persone ballano con indosso abiti strappati, gonnellini fatti di tappi di bottiglia, rudimentali cavigliere a sonagli, ornamenti di foglie di palma e t-shirt con il volto del presidente Gnassingbé. I visi sfoggiano strati di polvere bianca, maschere da sub, cappelli di erbe e copricapi di ogni genere, barbe finte oppure occhiali pacchiani. Le danze hanno luogo davanti agli occhi di centinaia di donne con foulard variopinti, bambine con le treccine e vecchi eleganti che guardano rapiti lo spettacolo. Sarebbe romantico dire che un buon numero di ballerini è in trance, ma a me sembrano soltanto ubriachi persi o strafatti di qualche droga; impossibile dire se il largo consumo di noce di cola basti a giustificare gli sguardi spiritati, i barcollamenti e i veri e propri svenimenti.




La sera, nei pressi di Sokodé, partecipiamo alla danza del Fuoco, organizzata e pagata da noi, come pare si usi fare da queste parti. Tutta la gente del villaggio è stata invitata nella piazza per assistere a questa festa tradizionale della popolazione Temba – o Kotokoli. Mentre prendiamo posto sulle panche intorno al falò, i tamburi risuonano già freneticamente dando il via alla cerimonia. I protagonisti si alternano al centro dello spiazzo, camminando sulle braci o strofinandosele su braccia e gambe come se niente fosse. Uno di loro si infila un tizzone ardente in bocca, aprendola ben bene per mostrare il perverso spettacolo. Infine arriva il più duro di tutti, che distribuisce delle lamette a noi yovò per poi schiaffarsele in bocca una dopo l’altra; ci mostra pezzi di vetro e coltelli che si passa sull’addome – senza lasciare alcun segno. E mentre i tamburi diventano sempre più convulsi, le luci più gialle e il fuoco comincia a spegnersi, i bambini – sempre meno timidi – ci hanno ormai accerchiato occupando tutti gli anfratti liberi, per poi accompagnarci all’autobus e salutarci con la mano.

Coloro che sanno costruire
Nella lista del patrimonio dell’umanità stilata dall’UNESCO la regione di Koutammakou è definita “the Land of the Batammariba”, popolazione nota anche come Tammari o Tamberma, il cui nome significa “coloro che sanno costruire”. In questa arida savana collinosa ad attirare l’interesse dei turisti sono le caratteristiche abitazioni fortificate che spuntano sotto enormi baobab dai rami contorti – in questa stagione carichi di frutti pendenti. Appaiono come castelli di sabbia dall’aspetto armonioso, dotati di torri protette da tettoie mobili di paglia che fungono da granai. Questi ultimi si dividono in scomparti in cui si conservano miglio, sorgo, fonio, arachidi e legumi. Le case non hanno finestre e l’unica porta di accesso si trova nella facciata principale.
Solitamente il capofamiglia dorme nel locale buio al piano terra insieme agli animali. Passando per la primitiva cucina si arriva ad una scaletta a forma di fionda di legno scanalata che conduce al primo piano. Su questa terrazza protetta da parapetti si mettono a seccare le granaglie e si trovano le camere da letto – torrette formato mignon dotate di ingressi così minuscoli che bisogna entrarci di schiena – dove dormono donne e bambini.


Fino a poche decine di anni fa questa gente andava ancora in giro praticamente nuda: gli uomini con l’astuccio penico, le donne con un gonnellino di foglie. Poi i pudichi missionari cristiani e il governo gli hanno imposto di vestirsi; oggi indossano un accrocchio di stracci locali e abiti occidentali lasciati come consolatoria elemosina dai visitatori. Ciononostante, mantengono uno stile di vita simile al passato, dimostrando di aver subito poco l’influenza dei colonizzatori – molti di loro si erano rifugiati in questi villaggi fortificati all’arrivo dei tedeschi ai tempi del Togoland. Per questo creano grande entusiasmo tra i viaggiatori occidentali, i quali notoriamente adorano questo tipo di presunta autenticità.
La popolazione a dire il vero non si mostra ospitale con noi, ma nemmeno io sarei molto affabile se una dozzina di persone venisse a casa mia e, prima ancora di sorridermi o dirmi buongiorno, mi puntasse un obiettivo di mezzo metro in faccia. Qui non hanno ancora lo smartphone e tutto il clan si tiene a debita distanza, inveendo di fronte agli obiettivi o facendo il gesto universale per chiedere denaro. Io, per esempio, fotograferei volentieri l’unica donna con il gioiello labiale – quella pietra di silicio che si usava infilare nel mento per motivi estetici -, ma il soggetto si nasconde la faccia con le mani e non me la sento di infierire.


Lasciata la savana, torniamo verso Kara per l’ultima notte togolese. Nel frattempo, in questo rapido cammino verso nord, è aumentato a vista d’occhio il numero di islamici, come si nota dalle numerose moschee, dai copricapi e dalle chiamate dei muezzin che risuonano per le strade mentre passeggiamo tra i rimasugli del mercato. A cena esco sconfitta nel mio corpo a corpo con una coscia di pollo, apparentemente di plastica, che devo lasciare quasi intatta nel piatto, cibandomi solo di pommes frites. Se questo, come qualcuno dice, è il vero pollo, allora sono io a non avere più i veri denti.


Rispetto alle nostre messe, meste e sommesse, quelle qui in Togo sono un trionfo di gioia. Nella chiesa di Niamtougou c’è pure il gruppo di percussionisti e tutti cantano e ballano, anche le suore e i sacerdoti. L’apice viene raggiunto al momento della comunione, quando la fila si trasforma in un trenino. I fedeli sono elegantissimi e coloratissimi; indossano abiti di cotonina stampata a foglie, lucchetti, versetti evangelici e addirittura vistosi ritratti della “Santa famiglia di Nazareth”.
Al mercato domenicale le merci esposte sono per tutti i gusti: letame, ingredienti vudù, extension per capelli, creme sbiancanti, carbone, capre, radioline, il solito olio di palma, pesce fritto, scarpe da ginnastica pendenti dagli ombrelloni, farina di manioca e carne d’asino ridotta in piccoli pezzi. Le donne affettano ananas e mango inserendoli in bustine nere buone per ogni uso. Le venditrici, notando la macchina fotografica, esclamano stizzite: «Il faut payer!». Ma io fotografo solo i peperoncini: «Il faut payer aussi!». E se fotografo per terra? «Si paga, qui in Togo, si paga sempre».









